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Il diritto d’autore in rete e le licenze Creative Commons

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Il diritto d’autore in rete e le licenze Creative Commons

Posted on 15 giugno 2012 by Redazione Bricks

di Antonio Fini

antonio.fini@gmail.com

Il riuso di contenuti digitali (foto, video, musica) è oggi decisamente comune nel mondo della scuola: insegnanti e alunni producono spesso lavori multimediali ai quali capita di dover aggiungere una fotografia, una colonna sonora, un piccolo video. Di solito, questi materiali aggiuntivi si trovano facilmente sul web, attraverso i motori di ricerca e i siti specializzati (ad esempio Flickr o YouTube) ma anche l’inserimento della canzone dell’autore famoso come colonna sonora di una presentazione o di un video girato a scuola è  un’esperienza assai diffusa.

Qual è l’atteggiamento di docenti e studenti relativamente ai  diritti d’autore di questi contenuti pescati qua e là in rete? Nell’esperienza di chi scrive, emergono due principali tendenze: 

  • da un lato il riuso disinvolto di coloro che sono convinti che  qualunque contenuto preso da Internet  sia riutilizzabile liberamente, sia perché essendo sul web è già esposto al pubblico sia perché si invoca l’uso didattico come passepartout
  • all’opposto, la preoccupazione ossessiva di stare inevitabilmente e irreparabilmente violando i diritti degli autori, con la preoccupazione di essere soggetti a pesanti sanzioni, per cui spesso si preferisce rinunciare.

Naturalmente, la questione si pone anche per le creazioni originali prodotte all’interno delle scuole o da singoli docenti e studenti: come pubblicarle in modo che siano sempre riconosciuti i diritti degli autori?

Con questo contributo proviamo a  portare un minimo di chiarezza nella complessa materia del diritto d’autore in  rete e a fornire alcuni consigli sui modi sostenibili di condivisione e di riuso dei contenuti digitali.

Partiamo da una considerazione di base, niente affatto scontata, che aiuta a sgombrare il campo da equivoci e costituisce una prima risposta efficace ai dubbi di chi si trova di fronte ad un contenuto reperito in rete e si domanda: “posso riutilizzarlo liberamente, visto che si trova in rete?”. 

La risposta, in mancanza di altre indicazioni (come vedremo) è negativa: qualunque contenuto, o opera creativa, a patto che sia originale (ma attenzione: può essere un complesso articolo ma anche una semplice fotografia o un disegno di un alunno di scuola primaria) è sempre coperto da diritto d’autore. Il diritto d’autore sorge automaticamente, indipendentemente dal fatto che l’autore ne sia consapevole o meno o apponga diciture (del tipo tutti i diritti riservati) o simboli (il famoso ©). Tali accorgimenti sono superflui, perché il diritto d’autore è comunque presente, in tutta la sua potenza che consiste nell’assegnare una protezione completa verso l’uso da parte di terzi per una durata variabile (per alcuni tipi di opere può arrivare a 70 anni dopo la morte dell’autore).  E’ l’autore che, al contrario, deve specificare chiaramente se intende consentire alcuni utilizzi della sua opera, e sotto quali condizioni.

La risposta alla nostra domanda si comincia quindi a configurare in modo più articolato, del tipo “non puoi riutilizzare contenuti reperiti sul web, a meno che l’autore non lo abbia esplicitamente concesso, verificando se sussistono le condizioni specificate”. Ovviamente, è sempre possibile richiedere il permesso all’autore, ma non sempre è un’operazione praticabile in modo semplice: si pensi solo alla difficoltà di reperire  l’indirizzo email dell’autore di una foto trovata su un sito web.

Vi sono alcune eccezioni a questa regola di base: ad esempio i contenuti che si trovano nel pubblico dominio, ovvero non sono protetti dal diritto d’autore o perché i diritti sono scaduti (è il caso di molte opere letterarie classiche, disponibili in rete, ad esempio su LiberLiber) o perché l’autore volontariamente vi ha rinunciato.

In alcune legislazioni (ad esempio negli USA) esiste anche il concetto di fair use, cioè di un uso legittimo di un’opera protetta da copyright, senza autorizzazione, sotto particolari condizioni, ad esempio l’uso didattico. Purtroppo in Italia il fair use non è codificato in modo altrettanto esplicito. Esiste un comma della legge sul diritto d’autore del 2007, il quale stabilisce che “È consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro”. Sfortunatamente, la questione della degradazione dei contenuti non è stata però mai chiarita in  modo preciso, per cui  nella situazione attuale permane l’incertezza sulle possibilità d’uso, proprio relativamente all’uso didattico che è quello che in questa sede interessa in modo particolare.

In realtà, però, il vero problema è che la normativa internazionale sul diritto d’autore risale all’era pre-digitale, è stata pensata soprattutto per proteggere i diritti di sfruttamento economico delle opere e male si adatta al mondo digitale. Si pensi alle diverse possibilità di riuso di un libro in formato cartaceo e di uno in formato digitale. Certo, anche per i primi esiste l’annoso problema delle fotocopie, è indubbio però che il digitale offre enormi opportunità aggiuntive ma anche conseguenti nuove problematiche.

Una possibile soluzione è rappresentata dalle licenze Creative Commons. Nel 2001, traendo ispirazione dalle licenze d’uso aperte tipiche dei movimenti del software libero (il free software proposto da Richard Stallman già dagli anni ’80) e del più diffuso Open Source, Larry Lessig, un professore della Harvard Law School, fondò con altri soci l’organizzazione non-profit Creative Commons (CC), dedicata alla ricerca di strumenti legali per superare le limitazioni che la precedente normativa del copyright stava manifestando nell’era digitale.

Oggi, CC è presente a livello globale e le sue licenze sono utilizzate in modo esteso: il caso più eclatante è Wikipedia, ma CC è anche la licenza standard utilizzata dai numerosi progetti di risorse educative aperte (OER), dei quali ci siamo già occupati altre volte in questa rubrica.

CC si basa sull’inversione del concetto base del diritto d’autore e del copyright. La classica frase tutti i diritti sono riservati diventa alcuni diritti sono riservati, laddove altri, a scelta dell’autore, sono invece concessi a terzi, eventualmente sotto alcune condizioni.

Per semplificare ulteriormente, CC propone un insieme precostituito di clausole che, combinate tra loro, formano la licenza vera e propria.

La clausola base è l’attribuzione (BY).    E’ l’unica clausola obbligatoria e impone a coloro che  intendono riutilizzare il contenuto un obbligo minimo, consistente nell’indicare l’autore originale dell’opera utilizzata in modo tale da attribuirne la corretta proprietà intellettuale (paternità).Oltre alla clausola BY, per completare la licenza e apporla ad un’opera di propria creazione, è necessario porsi due domande fondamentali relative a:

  • Riutilizzo a scopi non commerciali. Se acconsentiamo all’uso da parte di terzi anche per scopi commerciali non dobbiamo fare nulla, altrimenti è necessario  aggiungere la clausola non commerciale (NC).    
  • Possibilità da parte dei terzi di modificare l’opera. In questo caso le alternative sono tre: se si intende lasciare completamente aperta questa possibilità non si deve fare niente; se si vuole subordinare la modifica al rilascio della nuova opera (opera derivata) al fatto che essa sia rilasciata con la medesima licenza dell’originale, si deve aggiungere la clausola Condividi allo stesso modo (SA, ovvero Share Alike).      Infine, se si vuole impedire che l’opera originale sia modificata, consentendone quindi soltanto una copia così com’è (salvo autorizzazione), è necessario inserire la clausola Non opere derivate (ND) così com’è (salvo autorizzazione), è necessario inserire la clausola Non opere derivate (ND). 

Riepilogando, le combinazioni possibili, in ordine inverso rispetto alle possibilità di riutilizzo lasciate aperte e libere, sono:

  • Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate (BY-NC-ND) 
  • Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo (BY-NC-SA) 
  • Attribuzione – Non commerciale (BY-NC) 
  • Attribuzione – Non opere derivate (BY-ND) 
  • Attribuzione – Condividi allo stesso modo (BY-SA) 
  • Attribuzione (BY) 

Oltre a queste clausole, ormai classiche, CC propone la licenza denominata CC0 (non ancora disponibile in versione italiana) che equivale sostanzialmente al pubblico dominio, per cui i contenuti sono utilizzabili in ogni modo, senza limitazione alcuna (neanche l’attribuzione).

Ovviamente, per poter apporre una licenza CC ad una propria opera, è necessario essere gli unici autori, oppure verificare di avere l’autorizzazione da parte degli altri autori. Se l’opera include a sua volta contenuti di altri, questi devono essere riutilizzabili (ad esempio con un’altra licenza CC o dietro autorizzazione).

La procedura di composizione della licenza sembra complessa ma in realtà, attraverso una pagina dedicata del sito, è possibile costruire la  propria licenza personalizzata in modo guidato.

Un esempio pratico: l’intero sito della rivista Bricks è pubblicato con una licenza CC BY-NC.

Ipotizziamo che qualcuno trovi interessante questo articolo e voglia pubblicarlo sul proprio blog. Può legittimamente farlo, a patto che citi l’autore e la rivista (clausola BY). Potrebbe anche modificarlo, ad esempio tagliando questo stesso esempio! La clausola NC è invece più problematica. Mentre risulta pacifico il divieto di riutilizzo in un libro destinato alla vendita, potrebbe essere opinabile la pubblicazione su un sito web o un blog che contiene annunci pubblicitari (ad esempio gli onnipresenti AdSense di Google).

E’ da notare inoltre che CC non offre alcun servizio di registrazione o di deposito delle opere. Non fornisce pertanto  alcuna prova della paternità delle opere, né si può considerare un sostituto di enti di intermediazione come la SIAE. La pubblicazione con una licenza CC non è quindi una protezione (anche perché, oggettivamente, non sono neanche presenti, né per ora ipotizzabili, controlli efficaci) ma è soprattutto un segnale di apertura dell’autore verso i possibili utilizzatori. E’ un modo semplice e standardizzato per rendere chiare ed evidenti le condizioni d’uso, senza che  si debba instaurare un contatto diretto tra utilizzatore ed autore. Per gli insegnanti e, più in generale, per il mondo della scuola, può costituire un’ottima occasione per condividere materiali e contenuti in un modo trasparente e aperto che tuttavia salvaguarda la proprietà intellettuale degli autori.

A questo proposito, si può aggiungere una riflessione su quali clausole sia meglio selezionare. Naturalmente la risposta nasce soprattutto dalle convinzioni personali dell’autore rispetto all’etica del riuso e dallo specifico contesto. Si possono qui soltanto appuntare alcune considerazioni generali legate alle due clausole più controverse, ND e NC. Per quanto riguarda la prima, ritrovare il proprio lavoro ripubblicato con modifiche sulle quali si potrebbe non essere d’accordo può essere poco piacevole, tuttavia la possibilità di modifica è sicuramente una delle caratteristiche fondamentali del mashup tipico del web 2.0. Alcuni tipi di modifica, poi, come le traduzioni, potrebbero rivelarsi decisamente utili, anche per la diffusione dell’opera. La clausola NC, come accennato in precedenza è quella potenzialmente più problematica, perché il concetto di uso non commerciale non è sempre di definizione chiara e inequivocabile.

Di particolare interesse per il mondo educativo è la possibilità, offerta da alcuni siti e da Google, di effettuare ricerche mirate a contenuti riutilizzabili con licenze CC.

Si può partire dalle pagine dedicate alla ricerca di audio, immagini, video, testi e risorse educative del sito stesso di Creative Commons.

Per le immagini, si può ricorrere al grande database di Flickr

Ma è possibile anche effettuare una selezione simile con la ricerca avanzata di Google:

Per limitarsi alle immagini (Google Image), basta seguire queste istruzioni.

Oltre ai motori di ricerca, esistono anche siti specializzati nella raccolta di contenuti utilizzabili con licenze CC. Tra questi, segnaliamo alcune risorse relative a due tipi di contenuti molto utilizzati in ambito educativo, musica e immagini.

  • Per la musica, Jamendo e BeatPick. Esplorando questi siti non sarà difficile trovare colonne sonore alternative rispetto alla canzone conosciuta, ma soggetta a diritti e pertanto non utilizzabile, da inserire nei video prodotti a scuola. E magari si scopriranno anche musicisti emergenti altrettanto validi!
  • Per le immagini: Pixabay, Freefoto e, per le clipart, Open Clipart.

In conclusione, come ormai tradizione per gli articoli della rubrica Dalla rete, attendiamo il vostro contributo attraverso commenti e discussioni sul gruppo Facebook. Conoscevate le licenze CC? Le avete utilizzate per pubblicare i vostri contenuti? Vi sembrano una soluzione semplice e sostenibile, soprattutto per l’educazione? Quali sono pregi e difetti di questo approccio? 

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Dal corso eLearning alla comunità di pratiche. Esperienze di formazione insegnanti con Moodle in progetti europei

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Dal corso eLearning alla comunità di pratiche. Esperienze di formazione insegnanti con Moodle in progetti europei

Posted on 16 marzo 2012 by Redazione Bricks

di Pierfranco Ravotto

pierfranco.ravotto@gmail.com

Ho incontrato Moodle nel 2005 all’Expo eLearning di Ferrara. Ero andato a presentare il progetto Sloop, appena avviato, centrato sull’idea di sharing di risorse didattiche aperte (il nome OER non era ancora in uso, noi parlavamo di Open LO) e Tommaso Minerva, chair della sessione, mi invitò a ripetere l’intervento il giorno dopo nell’ambito del MoodleMoot, ospite dell’Expo. Ho conosciuto la comunità Moodle, prima di conoscere il software, ed è quella che mi ha conquistato.
Ho avuto poco tempo, sono andato in pensione nel 2007, per usarlo ampiamente con i miei studenti con cui, fino ad allora, avevo lavorato con classi virtuali in First Class. Ma lo uso, da allora, nelle attività di formazione degli insegnanti. E’ proprio grazie a quell’incontro a Ferrara che abbiamo iniziato ad usarlo per i corsi Sloop che, altrimenti, avremmo fatto ancora con FirstClass, come in altri precedenti progetti. FC per chi non lo conosce, è un ambiente per le BBS, utilizzato anche per i corsi in rete (lo usava, per esempio, la OpenUniversity, da tempo passata anch’essa a Moodle); un ambiente essenzialmente di messaggistica, di forum, adatto – nella seconda metà degli anni ‘90 e un po’ oltre – a chi pensi la formazione in rete soprattutto come interazione fra persone, come collaborazione nell’apprendimento. Moodle, con i suoi forum, manteneva inalterata la potenzialità comunicativa e permetteva di avere nello stesso ambiente una pluralità di risorse e attività mentre, con FC, ci si poteva basare solo su link esterni o allegati. 
Così lo abbiamo usato nei corsi Sloop e poi in quelli del progetto Sloop2desc: un ambiente – ricordo Paula de Waal che, in quel MoodleMoot diceva: "Non mi piace il termine piattaforma, Moodle è un ambiente" – in cui interagire, imparare insieme, collaborare per ottenere risultati. Non a caso i "descrittori" che abbiamo utilizzato per raccontare e auto-valutare i risultati sono sempre stati due: 

  • quanti messaggi nei forum, cioè quale livello di comunicazione e interazione fra i partecipanti,
  • quante risorse prodotte e messe a disposizione alla fine del corso, quindi l’intensità del coinvolgimento e le possibilità di effettiva ricaduta.

Aggiornamento docenti basato sul learning by doing

Ho usato la prima persona plurale, “noi”, per riferirmi al team che ha lavorato in quei progetti, pensando, soprattutto, ai colleghi dell’ITSOS che su questo stesso numero raccontano la loro esperienza nell’uso di Moodle con gli studenti. 
Con loro, e con diversi partner italiani ed europei, abbiamo gestito numerose iniziative di formazione online di insegnanti sull’uso didattico della rete1. Gli elementi caratteristici dei corsi sono sempre stati i seguenti:

  • L’ambiente in rete e la metodologia didattica che sono oggetto del corso (si tratti di FC o di Moodle per il primo, il learning by doing per la seconda) sono l’ambiente stesso in cui il corso si svolge e la metodologia usata.
  • Una prima fase del corso è centrata sull’acquisizione di conoscenze relative alle tematiche del corso e di abilità relative alla gestione dell’ambiente, alla produzione di materiali didattici, alla comunicazione e alla condivisione. 
  • Una seconda fase è dedicata alla produzione collaborativa di singole risorse o interi corsi da utilizzare con i propri studenti.
  • L’accento, in tutte le fasi non è mai posto sull’autoapprendimento, che pure è presente, ma sulla sua socializzazione. I corsisti sono costantemente invitati a porre domande e a discutere fra di loro. I tutor sono sempre presenti per rispondere puntualmente alle domande tecniche – ma i corsisti più esperti sono stimolati a rispondere essi stessi – e per promuovere le discussioni. 
  • L’obiettivo non è mai quello di “imparare una tecnologia” ma quello di produrre risorse didattiche, quindi di materiali pensati pedagogicamente.
  • Il percorso propone il passaggio da un contesto in cui i ruoli sono quelli di docenti e corsisti a quello di una comunità di pratiche, di persone accumunate dall’interesse a migliorare e rendere più efficace la propria didattica grazie all’adozione di migliori metodologie e facendo uso delle ICT.

E’ una logica di learning by doing: apprendere l’ambiente usandolo, apprendere la metodologia sperimentandola, apprendere i diversi strumenti utilizzandoli e, soprattutto, apprendere producendo risultati concreti, le risorse didattiche da usare nella propria didattica. E’ anche, come ho evidenziato in un’altra occasione, una logica di didattica delle competenze in quanto propone la messa in atto di conoscenze e abilità per produrre risultati – i materiali didattici – per un contesto reale, quello del proprio insegnamento. 

Vantaggi nell’utilizzo di Moodle

Ma quali sono stati i vantaggi nell’adozione di Moodle? A mio parere i seguenti:

  • Moodle è stato progettato a partire da una visione costruttivista dell’apprendimento e quindi è coerente con la metodologia dei nostri corsi.
  • Moodle permette di creare facilmente una chiara struttura del corso, organizzata in blocchi (moduli didattici) con ben riconoscibili risorse e attività, in cui si possono usare le etichette per migliorare la leggibilità del percorso proposto (Fig. 1).


Figura 1 – Un blocco del corso Sloop2desc.

  • Moodle offre vari tipi di risorse e di attività, in grado di rispondere a tutte le esigenze. In ogni caso si possono facilmente inserire materiali didattici preparati al di fuori della piattaforma, per esempio quiz HotPotatoes, learning objects in formato SCORM, video provenienti da YouTube o presentazioni caricate su SlideShare.
  • Moodle permette di creare dei file di back-up, con o senza i dati utente, che rendono agevole il riutilizzare un corso, duplicandolo ed eventualmente modificandolo, anche caricandolo su siti diversi. E questo è stato per noi molto importante: nella progettazione dei corsi Sloop2desc siamo partiti da una copia di back-up di quelli Sloop, abbiamo svolto i 2 corsi pilota uno sul server Moodle dell’ITSOS, l’altro su quello del “Danilo Dolci”, e poi abbiamo svolto 11 corsi “cascata” italiani su un server Moodle del CNR-ITD di Palermo (il promotore); abbiamo tradotto in rumeno, sloveno e inglese e abbiamo caricato i nuovi corsi su piattaforme Moodle dei partner. Il ripartire, ogni volta, da una copia di back-up su cui lavorare, ha enormemente semplificato il lavoro. E adesso il corso, oltre ad essere accessibile a tutti sui siti Sloop e Sloop2desc, è anche a disposizione in FreeLOms come file di back-up (nelle diverse versioni linguistiche) per essere liberamente installato e usato su altri siti Moodle.

Dunque un ambiente vantaggioso, l’ambiente Moodle, per organizzare corsi per gli insegnanti, ma anche per questi ultimi per iniziare attività in rete con i propri studenti. Oltretutto Moodle è facile da usare e permette:

  • di preparare un corso secondo una struttura a cui i docenti sono abituati,
  • di mettere a disposizione degli studenti, in modo ordinato, materiali didattici sotto forma di link o file da scaricare (e questo, per alcuni, potrebbe essere il primo utilizzo),
  • di mandare comunicazioni agli studenti e raccogliere i loro compiti,
  • di inserire audio e video delle proprie lezioni o di attività di laboratorio,
  • di inserire risorse didattiche interattive, simulazioni, quiz, … recuperate in rete o prodotte in proprio,
  • di realizzare un ambiente a forte interazione e di promuovere attività collaborative anche al di fuori dell’orario scolastico,
  • di aprire il corso integrandolo con altri ambienti e strumenti del web 2.0..

Può, cioè, essere usato in modo scalabile e adeguato alle specifiche esigenze.

Quale modello di eLearning

Corso in rete e eLearning sono, purtroppo, termini ambigui. Mentre nello studio/insegnamento tradizionale nessuno confonde l’azione di studiare su un libro con quella di partecipare a una lezione o svolgere un’esercitazione in laboratorio, spesso il termine eLearning viene usato per processi di apprendimento/insegnamento del tutto differenti, come se caratterizzante fosse l’usare la rete e non il cosa si fa in rete. 
Avevo provato, qualche tempo fa, a metterlo in evidenza descrivendo diversi modelli di apprendimento in rete in base al posizionamento su tre assi: due ad individuare  l’assenza o la presenza di relazioni con le persone, distinte in

  • relazioni con il docente,
  • relazioni con il gruppo dei pari,

il terzo per individuare il rapporto con i contenuti, dalla semplice acquisizione, secondo un modello trasmissivo, alla loro produzione in una logica costruttivista

  • rielaborazione dei contenuti. 

In tale cubo2 individuavo, evidenziati con un punto rosso, quattro degli otto 8 vertici di un cubo quali principali modelli di corsi in eLearning:


Figura 2 – Il cubo della formazione in rete.

A. Autoapprendimento: l’individuo acquisisce i contenuti da materiali in rete (senza interagire con altre persone).

B. Autoapprendimento assistito: l’individuo acquisisce i contenuti da materiali in rete con l’assistenza di un docente/tutor che gli fornisce consigli, risposte, correzioni.

D. Classe virtuale: c’è un gruppo di studenti che partecipa alle attività con uno o più docenti/tutor; le attività proposte prevedono discussioni o l’invio in ambienti pubblici dei risultati di esercitazioni individuali; il docente interviene correggendo, consigliando, fornendo ulteriori spiegazioni ed esercizi; i corsisti apprendono anche da quanto fanno i loro pari, il gruppo supporta la motivazione; a volte vengono fissati orari per la chat o per una videoconferenza.

H. Apprendimento collaborativo in classe virtuale: all’interno di un corso in classe virtuale, attività non meramente trasmissive, per esempio ricerche, analisi, lavoro per progetti, progettazione, realizzazione di prototipi, …3.

Non esiste il modello "corretto". La scelta deve essere correlata, caso per caso, agli obiettivi che si hanno nel ricorrere alla formazione in rete e alle risorse a disposizione e si possono usare, nello stesso corso, più modelli.
Il corso Sloop2desc è organizzato in 5 moduli:


Figura 3: I cinque moduli del corso Sloop2desc.

Nei moduli 1 e 3, i corsisti dovevano prevalentemente acquisire abilità e quindi il modello auto-apprendimento assistito avrebbe potuto funzionare, noi abbiamo però spinto sull’evidenziare la dimensione collettiva (classe virtuale) promuovendo il confronto nei forum. Il modulo 4, in cui i corsisti dovevano acquisire soprattutto conoscenze, avrebbe potuto basarsi sul modello dell’auto-apprendimento, ma abbiamo puntato non tanto alla semplice acquisizione di contenuti quanto a una loro rielaborazione collettiva: come tradurre queste indicazioni europee in pratica didattica?
L’uso degli strumenti 2.0 di comunicazione e di collaborazione richiede, per definizione, attività collaborative e quindi il modulo 2 e a maggior ragione il modulo 5 si sono collocati necessariamente nel modello Apprendimento collaborativo.
Ovviamente modelli che prevedono intense relazioni fra persone richiedono un investimento consistente di ore in tutoraggio/docenza E non sempre sono disponibili le necessarie risorse.
Per i corsi a cascata in Italia abbiamo avuto 1.400 richieste e non abbiamo potuto soddisfarne che una parte. A volte il ricorso all’auto-apprendimento è obbligato. Così abbiamo messo a disposizione le quattro versioni linguistiche del corso per un accesso libero, anche come “ospite”, in autoapprendimento.
Ma accedere a materiali didattici e proposte di lavoro strutturati non è la stessa cosa che farlo insieme ad altri.

Interazioni nel corso e comunità di pratiche

Scrivevo, in avvio, che abbiamo sempre usato come indicatore il numero di messaggi nei forum. 
Qualche dato relativo alle interazioni avvenute in uno dei due corsi pilota4.  Il corso contiene 8 diversi forum (uno generale, uno per ogni modulo, due per il quinto, e un “caffè”). In essi sono stati aperti 139 thread di discussione con un totale di 2.244 post.
Stiamo parlando di un corso con 33 corsisti entrati in piattaforma, di cui però 10 hanno abbandonato quasi subito. Dunque i  2.240 messaggi vanno riferiti a una popolazione di 23 corsisti. E il dato relativo agli interventi nei forum fornisce solo una misura parziale delle interazioni avvenute dal momento che nelle due fasi “collaborative”, modulo 2 e modulo 5, i corsisti erano, infatti, chiamati ad interagire anche mediante mail, Skype e ambienti web 2.0, interazioni non registrate in Moodle e quindi non enumerabili5

I corsi Sloop e Sloop2 (come quelli Sofi@net, SiR2, SOLE) sono stati generalmente valutati molto positivamente dai partecipanti principalmente per due motivi:

  • l’aver imparato a fare,
  • l’aver interagito e collaborato con tanti colleghi.

Ed è questo “fare insieme” che li ha visti cambiare via via il proprio ruolo da corsisti a componenti di una comunità di pratiche.

Le risorse “aperte” prodotte nei corsi

Nel progetto abbiamo considerato “aperte” risorse:

  • rilasciate con una licenza di tipo copyleft, che lasci libertà d’uso, modifica e diffusione, tipicamente la CreativeCommons Attribution-Share alike (o Attribution-Share alike-Non commercial),
  • disponibili e facilmente rintracciabili,
  • modificabili, quindi con accesso all’eventuale sorgente,

Sono di questo tipo, in primo luogo, i corsi di cui stiamo parlando:

  • sono rilasciati sotto CC By-SA (si veda in Fig.1 la colonna di destra), 
  • sono pubblici, accessibili senza bisogno di registrazione, e scaricabili da FreeLOms, il repository prodotto nel progetto Sloop,
  • sono modificabili, sia in quanto un file di back-up Moodle una volta caricato come nuovo corso può esserlo, sia perchè in freeLOms sono disponibili anche le singole risorse, per esempio gli oggetti SCORM, con i propri sorgenti.

Sono aperte, appunto, e numerose6 anche le risorse prodotte dai partecipanti, sia durante il corso pilota che i quelli cascata.

Sarebbe interessante sapere, ma purtroppo non è stata per ora fatta un’indagine in tal senso,  quanto e come tali materilai siano attualmente utilizzati dai docenti che li hanno prodotti, da altri docenti dei corsi Sloop2 e da docenti non coinvolti direttamente nel progetto.

Riferimenti

 

1 Per esempio nei progetti Sofi@net (2000-2001), SiR2 (2001), SOLE (2001-2003), SLOOP (2005-2007), Sloop2desc (2009-2011).

2 L’idea grafica l’ho tratta da Alberto  Colorni (“Web Learning, Modelli e Tecnologie”, su Mondo Digitale n°1/2002) che utilizzando tre assi – spazio (presenza-distanza), tempo (sincrono-asincrono) e relazioni (gerarchica-collaborativa) – individua diversi modelli didattici: tradizionale didattica d’aula, teledidattica, didattica tramite videocassette, …, workshop in presenza, …, online learning.

3 Anche gli altri quattro vertici corrispondono a situazioni di apprendimento, ma non corrispondono ad un contesto di progettazione/erogazione di corsi.
C.  Autoapprendimento non isolato: come in A ma con forum, chat, gruppi FaceBook privi sostanzialmente di relazioni con l’attività di apprendimento, valvole di sfogo contro l’isolamento.
E. Apprendimento informale: l’individuo svolge un’autonoma ricerca e rielaborazione di contenuti.
F. Ricerca e rielaborazione con l’assistenza di un mentor: è il caso, per esempio, dell’elaborazione di tesi universitarie qualora i contatti con il relatore avvengano in rete.
G. Apprendimento collaborativo in una comunità di pratiche: ricercatori che lavorano su un progetto.

4 Si tratta di dati in linea con quelli di tutti i corsi erogati in Sloop o Sloop2 in Italia e in Spagna; le cifre sono inferiori nei corsi degli altri paesi.

5 Un’analisi puntuale delle interazioni la si trova nell’articolo “L’esperienza dei corsi Sloop2desc in Italia” nella pubblicazione conclusiva. La versione italiana è accessibile all’indirizzo http://www.scribd.com/ravotto/d/72900101-L-esperienza-dei-corsi-Sloop2desc-in-Italia.

6 Anche in questo caso un’analisi puntuale  si trova nell’articolo “L’esperienza dei corsi Sloop2desc in Italia” all’indirizzo http://www.scribd.com/ravotto/d/72900101-L-esperienza-dei-corsi-Sloop2desc-in-Italia.

 

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Ieri Learning object, oggi “risorse”: dove reperirli e come (ri)usarli?

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Ieri Learning object, oggi “risorse”: dove reperirli e come (ri)usarli?

Posted on 16 marzo 2012 by Redazione Bricks

di Antonio Fini

Qualche settimana fa, una collega appartenente al gruppo “Insegnanti”  di Facebook ha postato la  seguente domanda: “Sto cercando indirizzi di repository di Learning Object in italiano, chi può aiutarmi?”.

Ora, di learning object se ne parla da quasi dieci anni e il fatto che sul web oggi “si trovi di tutto e di più” è decisamente entrato nell’immaginario collettivo.

Tuttavia, contrariamente a quanto si sarebbe potuto supporre, le risposte sono state poche e spesso interlocutorie (“cosa intendi per repository?”, “puoi specificare meglio che tipo di learning object?”).

La difficoltà nel formulare una risposta efficace ad una domanda che oggi si supporrebbe semplice dipende probabilmente da due fattori principali.

Da un lato il calo della popolarità del termine “learning object”,  rilevabile anche dal grafico di Google Trends: http://www.google.com/trends/?q=learning+objects&ctab=0&geo=all&date=all&sort=0

Il grafico mostra in modo abbastanza  evidente come dal 2007 al 2011 il volume di ricerche effettuate su Google, relative al termine “learning objects”, sia quasi dimezzato.

In effetti, oggi si preferisce parlare di “risorse educative” piuttosto che di learning object. In particolare, negli ultimi anni, le “risorse educative aperte” o Open Educational Resources (OER), hanno progressivamente acquisito importanza nel dibattito internazionale, principalmente a seguito di alcune grandi iniziative lanciate da prestigiose università. L’aggettivo “aperte” implica naturalmente che tali risorse siano disponibili in forma libera, gratuita e, di solito, con la possibilità di riutilizzare e adattare i contenuti.

Il secondo motivo di incertezza nel formulare la risposta è costituito dalla limitazione relativa alla lingua: la collega cercava infatti risorse  “in italiano”. Le OER si sono però sviluppate principalmente in ambito anglosassone, per cui la maggior parte dei contenuti disponibili sono in lingua inglese. I progetti più conosciuti sono infatti quelli di istituzioni accademiche come il MIT,  la Stanford University, la Open University, ma anche di startup emergenti come la Khan Academy. Bricks si  è già occupato dell’argomento, nel numero di settembre 2011 (per chi fosse interessato ad un aggiornamento statistico sul mondo delle OER: http://newlearningresources.wordpress.com/2012/03/02/open-education-by-the-numbers/). 

Allora, che speranze ci sono per un insegnante che voglia impostare un lavoro ricorrendo a risorse di qualità, gratuite e riutilizzabili, in lingua italiana, facilmente reperibili in rete?

Come vedremo, alcune possibilità certamente esistono. Tuttavia, possiamo anche chiederci quale possa essere realmente l’obiettivo di un docente nel ricercare in rete risorse da utilizzare per la propria classe. Probabilmente già il verbo “utilizzare” dovrebbe essere meglio specificato e declinato in “ri-usare”. In effetti,  l’uso diretto, nella forma originaria, di una  risorsa disponibile sul web, anche se di ottima qualità in termini di affidabilità e accuratezza, è un caso frequente ma non sempre esaurisce le necessità del docente. E’ possibile infatti che l’insegnante trovi che quello splendido contenuto abbia qualche elemento superfluo, magari relativo ad una parte non ritenuta fondamentale, e manchi invece di un approfondimento su un concetto che al contrario è della massima importanza per il suo specifico obiettivo didattico. 

Torna quindi in modo prepotente il problema del contesto e della difficoltà di adattamento dei contenuti, già analizzato molto bene nella letteratura dedicata ai learning object (sui questo tema esiste una sterminata produzione, sia in lingua inglese che in italiano, ad esempio questa sempre valida collezione di articoli raccolta da Indire/ANSAS, a partire dal 2004: http://www.indire.it/content/index.php?action=read&id=1191).  

Una possibile soluzione è consentire al docente interessato di intervenire direttamente sulla risorsa, consentendo di scaricarla e modificarla per adattarla al contesto specifico. In questo senso il concetto di “ri-uso” diventa quello di “adattamento”.  Riuso può anche  significare coinvolgere gli studenti in attività legate alla modifica e adattamento di contenuti in rete: ad esempio la sottotitolazione di un video reperito su YouTube o la modifica di una voce su Wikipedia.

Perché questa fondamentale operazione sia possibile è tuttavia necessario che siano soddisfatte alcune condizioni abilitanti. Ad esempio, il contenuto deve essere  modificabile facilmente dal punto di vista tecnico. Sotto questo aspetto, un’animazione Flash o un file PDF presentano sicuramente più problemi rispetto ad un contenuto disponibile con un formato aperto o comunque facilmente modificabile, includendo quindi anche i formati usati dai più diffusi software commerciali. Inoltre, la licenza d’uso dei materiali deve consentire la manipolazione dell’opera. Il riferimento è alle licenze Creative Commons (CC), attualmente lo standard per le OER  (www.creativecommons.org). Questo tipo di licenza è infatti “componibile” dall’autore titolare dei diritti, il quale può scegliere quali tra tali diritti intende lasciare agli utilizzatori. Si va dalla più ampia libertà di riuso con il solo vincolo dell’attribuzione (clausola BY, ovvero la semplice citazione del nome dell’autore), passando per vincoli progressivamente limitanti come il divieto di uso commerciale (clausola NC), l’obbligo di rilascio con la medesima licenza (SA), fino alla clausola ND (Non Opere Derivate) che  vieta la modifica e impedisce di fatto il riuso inteso come adattamento e modifica del contenuto originale (ad esempio, anche una semplice  traduzione non sarebbe possibile con  questo tipo di clausola). Il pregio delle licenze CC consiste nel rendere esplicite le regole sotto le quali il riuso di una risorsa è legalmente possibile, in modo da evitare fraintendimenti e spiacevoli inconvenienti.

Dal punto di vista tecnico, vi sono anche soluzioni che potrebbero rendere più semplice il riuso di molti corsi online, ma che spesso non sono praticate. Ad esempio, chi volesse rendere disponibile un intero corso basato su Moodle potrebbe offrire il download del backup del corso stesso. Questo semplice accorgimento permette a chiunque abbia a disposizione un’altra installazione di Moodle di ricreare il corso sulla propria piattaforma e, ove la licenza lo consenta (ma evidentemente se si decide di condividerlo in questo modo, è quasi implicito che sia così), modificarlo per adattarlo al contesto. Questa è la via seguita anche da una delle principali iniziative di OER, l’OpenLearn della Open University UK: i corsi offerti sono scaricabili in diversi formati, tra cui il formato backup di Moodle.

Al termine di queste riflessioni è però utile fornire comunque una risposta alla domanda, dal momento che tutto sommato esistono molte valide esperienze italiane di raccolta di contenuti didattici riutilizzabili. Due punti di riferimento istituzionali sono ad esempio il portale Innovascuola, che contiene molti materiali creati da docenti all’interno di vari progetti e resi successivamente disponibili alla comunità con licenza Creative Commons (con possibilità di ricerca avanzata per tipo di scuola, materia e altro ancora), e GOLD, la banca dati delle pratiche didattiche che ANSAS/Indire cura da molti anni e che  è stata recentemente rinnovata anche  sotto l’aspetto tecnologico, rivolta però non tanto ai materiali in sé quanto alla condivisione di buone pratiche e  progetti di successo.

Di rilievo è anche il portale Rai Educational, recentemente sottoposto a restyling, nel quale i video sono stati riorganizzati anche in funzione del possibile posizionamento curricolare in diversi gradi di scuola (a breve sarà attivata una  funzione per la costruzione di percorsi personalizzati o lesson plan). Naturalmente, nel caso dei video, le possibilità di adattamento e manipolazione sono intrinsecamente più limitate, anche nei casi in cui sia legalmente possibile il download. Nel caso di Rai Edu, ad esempio, i materiali sono fruibili liberamente dal portale ma rimangono soggetti a copyright. E’ possibile comunque condividere sui social network e incorporare i filmati in pagine web anche personali.

Vi sono poi progetti europei come Sloop e Sloop2desc, i quali hanno rilasciato molti contenuti  con licenza Creative Commons. Nel caso di Sloop si tratta di veri e propri learning object, in formato SCORM cioè adatti all’utilizzo direttamente in piattaforme e-learning, ma anche con la possibilità di “aprire il pacchetto” e modificarne il contenuto; in Sloop2desc l’attenzione è stata rivolta anche alla condivisione di interi corsi Moodle.

Naturalmente, le case editrici hanno iniziato da alcuni anni a proporre contenuti digitali in rete, sospinte anche dalla normativa (L. 133/2008) che prevede l’adozione di “libri di testo disponibili, in tutto o in parte, nella rete internet”. Raramente, però, questi materiali sono disponibili gratuitamente e liberamente ridistribuibili. Di solito, infatti, gli accessi stessi sono riservati ai docenti ed alle classi che hanno in adozione il relativo libro cartaceo o che comunque sottoscrivono una qualche forma di abbonamento.

Infine, c’è l’oceano dei siti, portali, blog, social network gestiti direttamente da insegnanti singoli, scuole associazioni professionali, Enti ecc.  che pubblicano in rete materiali didattici da anni. Impossibile proporre  un elenco, anche parziale. Purtroppo però la ricerca di questi contenuti “sparsi nella rete” è spesso difficile, affidata unicamente alla sagacia del docente nell’inserire le parole chiave “giuste” sui motori di ricerca. Alcuni siti si sono quindi proposti il compito di raccogliere link a tali materiali. E’ il caso di Atuttascuola  e Dienneti, solo per citarne due (con l’invito a segnalare altri casi rilevanti nei commenti a questo stesso articolo).

Sia la qualità che la reale usabilità e riusabilità di tali contenuti, naturalmente, sono da verificare caso per caso: gli inconvenienti più comuni, che limitano il riutilizzo sono di tipo tecnico (ad esempio la difficoltà di modificare un file in formato PDF o addirittura l’impossibilità di scaricare una risorsa fruibile solo tramite web, come nel caso del portale di Progetto Trio, una iniziativa della regione Toscana peraltro apprezzata da anni per la qualità dei contenuti) o legale (l’assenza di una chiara indicazione di licenza Creative Commons impedisce, almeno formalmente, il riuso: qualunque opera, sul web o su altri supporti è infatti automaticamente protetta dal diritto d’autore, anche se questo non è esplicitamente richiamato; come si è detto in precedenza le licenze Creative Commons assolvono proprio allo scopo di rendere chiare le modalità di riutilizzo dei contenuti).

In effetti, a dispetto del senso comune che vorrebbe il web stesso come un grande repository, ricchissimo di informazioni gratuite, facilmente reperibili e riusabili, si può osservare come la ricerca di risorse gratuite e aperte per la didattica non sia poi così semplice. L’abbondanza stessa di risorse disponibili finisce per essere un ostacolo al facile ritrovamento di contenuti, mentre  rimangono  ancora largamente irrisolte sia le problematiche di tipo legale (alle quali le licenze Creative Commons offrono una risposta valida anche se tuttora poco conosciuta e praticata) che la questione della valutazione delle risorse, a parte qualche intervento istituzionale per la “validazione”, come in parte realizzato dal citato portale Innovascuola. 

Per concludere, l’esempio di un portale internazionale, OERCommons, che al momento non contiene praticamente alcun contenuto in lingua italiana (ad eccezione di qualche materiale per l’insegnamento dell’italiano L2) ma che potrebbe essere utilizzato per iniziare a far entrare anche  le  tante risorse disponibili nella nostra lingua nel “circuito internazionale” delle Open Educational Resources.

Come al solito, lasciamo la parola a voi lettori. Se conoscete esempi significativi di iniziative e progetti diretti allo sviluppo e alla raccolta di risorse educative aperte, in particolare dirette al mondo della scuola e in lingua italiana, vi invitiamo a segnalarle tramite i commenti a questo articolo o, se preferite, attraverso il gruppo Bricks su Facebook.

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Palermo2

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Convegno conclusivo di Sloop2desc in Sicilia

Posted on 01 ottobre 2011 by Pierfranco Ravotto

800 docenti coinvolti su didattica delle competenze, produzione di OER, raccordo scuola-impresa

di Carlo Columba
carlo.columba@gmail.com

Dopo quello di Milano, si è tenuto il 29 settembre a Balestrate (Palermo) il seminario conclusivo di Sloop2desc (Sharing Learning Objects in an Open Perspective to Develop European Skills and Competences), progetto europeo piuttosto complesso derivante dal precedente SLOOP grazie al quale erano state messe a punto delle pratiche riguadanti la produzione collaborativa di Learning Object. In questa seconda edizione le attività consistevano nella formazione di docenti provenienti dal mondo della scuola alle tematiche di SLOOP aggiungendovi quelle relative alla didattica per competenze con particolare attenzione alla competenze informatiche, con riferimento al modello EUCIP.  Inquadrando ovviamente tutto nel “EQF” il quadro europeo delle competenze messo a punto per consentire ai membri della comunità europea di effettuare confronti tra i titoli di studio di paesi e istituti differenti. Informazioni estese sul primo e sul secondo progetto sono reperibili sui siti http://www.sloopproject.eu/ e http://www.sloop2desc.eu/.

La dimensione del progetto è stata piuttosto considerevole, i docenti coinvolti sono stati circa 800, per lo più provenienti dalle scuole italiane ma anche, con qualche differenza di percorso, dalla Romania e dalla Slovenia, partner del progetto. I corsisti hanno prodotto risorse didattiche sia sotto forma di singoli LO (Learning Object) ma anche in forma di interi corsi su piattaforma Moodle: gli uni e gli altri sono liberamente disponibili in accordo alla filosofia OER (Open Educational Resources) ed è quindi possibile non solo liberamente e gratuitamente riutilizzarli in quanto tali, ma anche modificarne i sorgenti per adattarli ad eventuali nuove necessità formative. In questo caso il sito di riferimento è il repository “FreeLOms” all’indirizzo http://www.freeloms.org.

Piacevolmente coordinati da Enzo Munna, questa la estrema sintesi degli interventi. Massimo Perrone, preside della scuola partner e ospite del seminario (Ipssar Danilo Dolci di Balestrate) porge i saluti e apre i lavori. Subito dopo prende la parola l’on. Rizzotto, assessore al turismo della Provincia di Palermo. Grazia Clementi, del consorzio MedEurope, altro partner del progetto, mette in evidenza il cambiamento culturale indotto nel consorzio grazie alle interazioni prodotte dal progetto. Dalla fase iniziale durante la quale permanevano dubbi e perplessità sul ruolo e sulla partecipazione di Medeurope, si è passati alla consapevolezza della possibilità di fare incontrare le esigenze formative delle aziende con quelle delle scuole. In tal senso la metodologia è esportabile in numerose occasioni formative la cui necessità è fortemente sentita tra i paesi che condividono le sponde del mediterraneo.

Giovanni Fulantelli, coordinatore del progetto per conto dell’Istituto Tecnologie Didattiche del CNR di Palermo, ha presentato l’articolazione del progetto secondo i suoi “pilastri fondamentali”: la formazione dei docenti sulle competenze digitali e sulle risorse educative aperte, la certificazione delle competenze, il raccordo scuola-impresa. Ha inoltre esposto i “numeri” del progetto in termini di persone coinvolte e prodotti educativi realizzati.

Carlo Columba, docente coinvolto nella realizzazione del progetto pilota e uno dei tutor delle attività on line – autore di questo articolo – ha puntualizzato l’articolazione del “sistema sloop2desc”, con particolare riferimento alla sua esportabilità per altri obiettivi e per altri contesti (disponibile la presentazione qui:

Infine Franco Chiavetta, docente di materie informatiche e tutor dei corsi on line ha raccontato la sua personale esperienza. Particolarmente significativa l’affermazione che in venti e più anni di attività, questa di sloop2desc ha rappresentato per lui l’esperienza formativa più interessante e coinvolgente della sua intera carriera.

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Didattica delle competenze usando eLearning e web 2.0

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Didattica delle competenze usando eLearning e web 2.0

Posted on 28 settembre 2011 by Pierfranco Ravotto

Si è concluso, con la presentazione dei risultati, il progetto europeo Sloop2desc dedicato alla didattica in rete e alla didattica delle competenze

di Pierfranco Ravotto
pierfranco.ravotto@gmail.com

“Il progetto Sloop2desc ha inteso combinare il tema dell’uso della formazione in rete e della condivisione di risorse didattiche aperte, oggetto del precedente progetto SLOOP, con quello della didattica delle competenze”. Così Giovanni Fulantelli, coordinatore del progetto per conto dell’ITD-CNR, nel corso della sua relazione introduttiva al convegno di presentazione dei risultati del progetto, un  progetto LLP-Leonardo da Vinci che si conclude in questi giorni.

Sala piena nell’auditorium del Politecnico di Milano e presenza dei partner europei, a Milano per l’incontro conclusivo del partenariato, occasione, anche, per videoregistrare une presentazione del progetto in inglese che sarà resa disponibile sul sito del progetto (www.sloop2desc.eu).

Fig. 1 – Il partenariato, in una inquadratura della sala del convegno.

Promotore l’ITD CNR di Palermo. Partner italiani AICA, Centro METID del Politecnico di Milano, ITSOS “Marie Curie” di Cernusco sul Naviglio, IIS “Danilo Dolci” di Palermo e il Consorzio MedEurope. Partner di altri paesi europei: DEIS, dipartimento per l’Innovazione del Cork Institute of Technology (Irlanda), l’Università di Galati (Romania), l’Università di Lubiana e la Società slovena Informatika (Slovenia)

A coordinare il convegno Susanna Sancassani, direttore di METID. Barbara Ongaro, dello staff del Direttore Generale-Ufficio Scolastico per la Lombardia, ha portato i saluti del Direttore Colosio e ha iniziato il suo intervento – non un semplice atto di presenza ma un reale intervento nel merito dei temi della giornata – con una citazione di Machiavelli: “Non c’è nulla di più difficile e pericoloso che introdurre un nuovo ordine di cose, poichè il cambiamento ha per fieri nemici tutti coloro che si trovano bene nelle vecchie condizioni e solo tiepidi difensori tra quelli che si troveranno meglio nelle nuove”.

E’ intervenuto quindi il Direttore di AICA, Giulio Occhini, che ha con orgoglio ricordato l’impegno che da oltre quindici anni AICA sta svolgendo per affermare l’importanza delle competenze e per aiutare il mondo della scuola a far acquisire agli studenti la competenza digitale. AICA promuove sia le competenze degli utenti, con ECDL, sia, con EUCIP, le competenze dei professionisti dell’informatica. In particolare Occhini ha poi raccontato la sperimentazione in atto in 3 Istituti tecnici commerciali a indirizzo informatico (Mercurio): il Romanazzi di Bari, il Fermi di Pontedera e il Paolo Baffi di Fiumicino. Una sperimentazione che parte dalla proposta di Aica e Miur di inserire a livello sperimentale nei loro programmi curricolari, a partire dall’a.s.2010/11, gli argomenti indicati nel Syllabus EUCIP CORE, distribuendoli sul triennio e assegnandone la trattazione a docenti di diverse discipline (Informatica, Economia aziendale, Diritto, Inglese). Una sperimentazione che in qualche modo si intreccia con quella di Sloop2desc che ha proposto agli insegnanti di informatica di sviluppare risorse didattiche basate sullEUCIP CORE e sull’EUCIP IT Administrator.

Fig. 2 – Da  sinistra a destra: Barbara Ongaro, intervenuta a nome del Direttore Generale Colosio, Barbara Sancassani Direttrice di METID che è stata il chairman del Convegno e Giulio Occhini Direttore di AICA.

E’ stato quindi il turno di Giovanni Fulantelli che ha presentato le linee generali del progetto, il partenariato e i principali risultati. Fulantelli ha indicato i 4 pilastri su cui il progetto è stato costruito:

  • la formazione degli insegnanti perché acquisiscano competenze digitali e l’abitudine a sviluppare in modo collaborativo e a condividere risorse digitali,
  • la formazione degli insegnanti sull’European Qualification Framework e su un sistema di competenze che possa essere di riferimento per il loro contesto (in Slovenia è stato adottato EUCIP, in Italia EUCIP per gli insegnanti di Informatica e CEFR per gli insegnanti di lingue, il Romania un sistema di competenze per il settore marittimo),
  • la produzione di Risorse Educative Aperte da parte degli insegnanti in un corso basato sulla metodologia Learning by doing,
  • il dialogo fra gli insegnanti e esponenti del mondo del lavoro sui sistemi di competenze, sulla formazione e sulla produzione di risorse didattiche, in modo da ridurre il gap esistente fra scuola e mondo del lavoro.

Mara Masseroni, ITSOS “Marie Curie” di Cernusco, ha quindi presentato il corso progettato in Sloop2desc a partire da quello a suo tempo prodotto ed erogato in SLOOP, ed erogato prima in Italia a 2 classi virtuali “pilota e successivamente, nella versione definitiva, a 11 classi virtuali in Italia, una in Slovenia e una in Romania. E, a proposito della metodologia del corso, ha citato Dewey: “Learning is active. It is he and not the subject-matter which determines both quality and quantity of learning. … Learning involves the learner’s engaging with the world”. L’apprendimento è attivo ed è un fatto sociale: per questo la metodologia adottata è quella dell’apprendere facendo e dell’apprendere collaborando. Il corso propone – come già aveva in precedenza indicato anche Fulantelli – di imparare a fare didattica in rete seguendo un corso in rete, di imparare l’uso di strumenti di comunicazione e di collaborazione tipici del web 2.0 utilizzandoli per lavorare collaborativamente alla produzione di risultati, di imparare la didattica per competenze acquisendo competenze nella collaborazione per produrre materiali didattici per i propri studenti.

Fig. 3 – Una slide di Mara Masseroni: la struttura del corso.

Masseroni ha fornito una serie di dati molto significativi:

  • alla fase dei corsi a cascata (dopo i pilota) hanno partecipato 547 docenti, scelti fra gli oltre 1.700 che ne avevano fatto richiesta;
  • sono state create 6 classi virtuali composte da docenti di informatica (quelli a cui era rivolto il progetto, che è poi stato aperto – viste le richieste – anche a docenti di altre discipline), 3 di insegnanti di matematica, una di insegnanti di lingue ed una di insegnanti di economia aziendale;
  • nelle classi di Informatica – nel corso del quinto modulo – i partecipanti hanno prodotto 104 singole risorse e ben 27 corsi Moodle, nelle classi di Matematica 41 risorse singole e 5 corsi, in quella di Lingue 65 risorse e 4 corsi, in quella di Economia aziendale, con un minor numero di corsisti rispetto alle altre, 8 risorse e 2 corsi.

Le risorse, di cui Masseroni ha parlato, sono disponibili su FreeLOms per essere usate e modificate da altri insegnanti. FreeLOms, come ha spiegato Fulantelli nel suo intervento, è il Free Learning Objects management system sviluppato nel progetto SLOOP e ora completamente ridisegnato in Sloop2desc (in SLOOP, anche questo lo ha spiegato Fulantelli nella sua introduzione, era usato il termine free/open LO; ora il partenariato ha preferito adottare il termine OER perchè nel frattempo è quello che si è più diffuso e perchè il termine LO ha, spesso, una connotazione più limitativa. In ogni caso con free/open LO o con Open Educational Resource i partner). Le risorse possono essere scaricate da FreeLOms liberamente e senza bisogno di registrarsi, mentre la registrazione è richiesta per inserire in FreeLOms nuove risorse, come il partenariato invita tutti a fare.

Matteo Uggeri, del METID, è intervenuto su un aspetto centrale del progetto, quello della costruzione di una Comunità di pratiche di insegnanti interessati a produrre e condividere risorse educative aperte e a scambiare opinioni e buone pratiche relative alla didattica. Già Masseroni aveva evidenziato la grande interazione fra i docenti nei corsi, base importante per lo sviluppo di una comunità oltre la conclusione del corso. Uggeri ha presentato l’ambiente di forum presente nel sito Sloop2desc: un forum di confronto fra i tutor durante l’erogazione dei corsi, un forum di confronto con i tutor aziendali, un forum Cop – Community of Practice – che dovrà vivere oltre la conclusione formale del progetto.

La comunità Sloop2desc è presente anche su Facebook.

Fig. 4 – Una slide di Matteo Uggeri: gli accessi al sito.

L’autore di questo articolo, Pierfranco Ravotto, già coordinatore per ITSOS del precedente progetto SLOOP, ora presente in Sloop2desc per conto di AICA, ha sviluppato un ragionamento sulla didattica delle competenze e sulle possibilità che l’uso della rete nella formazione apre per fare della didattica delle competenze. Seguendo le definizioni europee – EQF ed e-CF – possiamo dire:

  • che la competenza si basa su tre dimensioni: conoscenze, abilità e capacità personali/sociali/metodologiche,
  • ma non ne è la semplice sommatoria, bensì è il saperle utilizzare in un contesto per produrre risultati.

Fig. 5 – Una slide di Pierfranco Ravotto: implicazioni pedagogiche della definizione di competenza.

Ne conseguono alcune indicazioni pedagogiche importanti:

  • è essenziale definire con precisione le conoscenze e le abilità che gli studenti devono acquisire e ci si deve munire di strumenti per verificarle;
  • occorre esplicitare le capacità personali-sociali-metodologiche (attitudini nella definizione e-CF) che si intendono promuovere e mettere in campo strategie per il loro sviluppo;
  • è fondamentale proporre attività, in situazione, in cui gli studenti debbano “produrre risultati”.

L’esperienza del corso Sloop2desc indica che la formazione in rete permette di lavorare bene sulle dimensioni delle conoscenze e delle abilità, mettendo a disposizione dei corsisti una pluralità di materiali sviluppati ad hoc o disponibili in rete. E questo è qualcosa che era già noto. Ma ha dimostrato anche che strumenti quali i forum, le chat, skype, … in presenza di indicazioni di lavoro opportune e di un intelligente lavoro del tutor permettono di intervenire sul fronte delle capacità personali-sociali-metodologiche: in Sloop2desc i corsisti hanno potenziato capacità essenziali per fare i tutor in rete, quali l’ascoltare in una discussione i punti di vista degli altri, l’affermare il proprio punto di vista, il cercare soluzioni accettabili dal gruppo. Infine: avere un compito concreto da svolgere – produrer singole risorse e interi corsi in rete da usare con i propri studenti – ha rappresentato la chiave attraverso la quale rendere l’apprendimento attivo, sociale, basato – per usare la citata espressione di Dewey – sull’engagement with the world, sull’impegno nel mondo.

Annalisa Lorito rappresentava nel partenariato, MedEurope Export, un consorzio multisettoriale – con sede presso la Confindustria di Palermo – che raggruppa imprese siciliane che distinguendosi per capacità tecnologiche ed innovative, operano in differenti settori. MedEurope Export aveva la funzione di garantire nel progetto il punto di vista dell’impresa e, soprattutto, di coinvolgere persone del mondo del lavoro – definiti tutor aziendali – nella discussione con gli insegnanti.

Lorito ha sintetizzato così ciò che la sua organizzazione ha imparato in merito al rapporto scuola-impresa:

  • “Il dialogo scuola-impresa deve essere sempre più stretto in uno scenario che richiede ai giovani e alle aziende nuove competenze.
  • Il livello di conoscenza che saremo in grado di dare ai nostri studenti attraverso la formazione dei formatori e il contributo diretto delle PMI, rappresenta la chiave della competitività internazionale.
  • Il rapporto di interscambio tra mondo industriale e scolastico pone nuove e fondamentali sfide ai sistemi formativi.
  • Il sistema scolastico deve pertanto essere all’altezza di queste sfide e garantire la migliore qualità dell’offerta, rispondendo così ai bisogni dell’individuo, del mondo del lavoro e della società.
  • Il miglior contributo della scuola contro la crisi è il rilancio dell’istruzione tecnica. Un obiettivo che richiede una didattica aggiornata e attività di laboratorio in sintonia con l’evoluzione tecnologica, per acquisire competenze coerenti con i bisogni espressi dal mondo del lavoro”.

Susanna Sancassani ha quindi mostrato – usando Prezi, uno strumento web 2.0 – gli appunti da lei presi durante le relazioni: parole chiave, tematiche, e ha dato la parola al pubblico da cui sono venute numerose domande e anche suggerimenti per una prosecuzione del progetto. Dopo Sloop e Sloop 2 … è il momento di progettare Sloop 3.

Fra gli interventi anche quello di Metka Vrtacnik, Università di Lubiana, che a nome anche degli altri partner presenti ha ringraziato il coordinatore del progetto e le organizzazioni italiane organizzatrici del convegno.

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Convegno conclusivo del progetto Sloop2desc

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Convegno conclusivo del progetto Sloop2desc

Posted on 06 settembre 2011 by Pierfranco Ravotto

di Pierfranco Ravotto
pierfranco.ravotto@gmail.com

Del progetto Sloop2desc, un “trasferimento dell’innovazione” cofinanziato dall’UE nell’ambito del Lifelong Learning Programme, abbiamo già parlato  sul numero zero di questa rivista. Il progetto, partito nell’ottobre 2009, è ormai in via di conclusione e presenterà i sui risultati in un convegno pubblico.

Lunedì 26 settembre, ore 14.00-18.30

Auditorium del Politecnico

Via Pascoli 53, Milano


L’obiettivo del progetto era quello di trasferire il modello di eLearning e di Risorse Educative Aperte elaborato nel precedente progetto SLOOP (Sharing Learning Objects in an Open Perspective) al contesto della didattica delle competenze.

Tale obiettivo è stato perseguito attraverso la progettazione ed erogazione di corsi in rete basati sul modello della classe virtuale (un gruppo di corsisti con uno o due tutor che svolgono le attività nello stesso periodo e secondo un predeterminato timetable) e sulla metodologia del learning by doing. Tali corsi si sono svolti in Italia, Slovenia e Romania.

In Italia i corsi hanno coinvolto 500 docenti in due classi pilota e 11 classi a cascata. Ai corsisti è stato chiesto di progettare e realizzare risorse didattiche per i propri studenti: singoli learning object e interi corsi Moodle. Risorse didattiche “aperte” in quanto:

  • rilasciate sotto licenze CreativeCommons che ne permettano l’uso, il riuso e la distribuzione,
  • accessibili in quanto inserite in una repository pubblica, FreeLOms 2, la nuova versione del Free Learning Object management system, prodotto in SLOOP e ridisegnato in questo progetto,
  • tecnicamente modificabili in quanto fornite, ove necessario, del “sorgente” (per esempio, per i LO prodotti con eXeLearning viene fornito anche il file .elp; per quelli prodotti con HotPotatoes, i file jcw. .jqz, …)

Numerose classi erano costituite da docenti di informatica che hanno lavorato sul framework delle competenze EUCIP e quindi FreeLOms è particolarmente ricco di risorse didattiche informatiche. La ricerca in FreeLOms di risorse taggate con “Informatica” restituisce 80 risorse, di cui 22 corsi Moodle e 58 Learning Object, in maggioranza in formato SCORM. In totale le risorse presenti sono, al momento, 250.

Vedi il Programma del Convegno.

La partecipazione è gratuita ma è richiesta la registrazione: compila il modulo.

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Lo strano caso del corso Artificial Intelligence dell’Università di Stanford

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Lo strano caso del corso Artificial Intelligence dell’Università di Stanford

Posted on 31 agosto 2011 by Redazione Bricks

di Antonio Fini
antonio.fni@gmail.com, www.fninformatica.it



Un singolo corso universitario con più di 100.000 iscritti (al 19 agosto 2011). Ne dà notizia il New York Times del 16 agosto 2011, quando gli iscritti erano ancora “soltanto” 58.000.
E’ davvero possibile gestire un corso con simile numero di partecipanti? Che tipo di corso è? E’ una novità? Perché il New York Times dà particolare risalto a questa iniziativa?
Proveremo a rispondere a queste (e ad altre) domande. Partiamo dal caso: la Stanford University è una delle più accreditate istituzioni universitarie americane, stabilmente presente da sempre ai primi posti delle classifiche internazionali delle università. Si tratta naturalmente di un’università privata, con rette allineate all’altissimo livello accademico. Tuttavia, Stanford ha deciso di offrire per il prossimo anno accademico uno dei suoi corsi più frequentati (Introduction to Artificial Intelligence, con una media di circa 200 studenti nelle edizioni passate, svolte in modo “tradizionale”) in modalità online, a chiunque nel mondo voglia seguirlo, senza alcun costo per i partecipanti. Il corso si svilupperà attraverso una serie di lezioni video, probabilmente arricchite con la trascrizione, seguite da esercizi e prove che saranno valutati attraverso un sistema automatico e con la possibilità di interagire con i professori, anche se non direttamente ma anche in questo caso mediante un meccanismo automatico di aggregazione delle richieste più popolari (probabilmente Google Moderator. E’ anche consigliato (non obbligatorio) l’uso di un tradizionale libro di testo.
Ovviamente, la frequenza gratuita online non procurerà agli studenti alcun diploma di laurea dell’Università di Stanford. Tuttavia il lavoro di ognuno sarà valutato: in sostanza, chiunque potrà misurarsi con i parametri di valutazione di una delle più prestigiose università del mondo. In aggiunta, a chi completerà il corso sarà rilasciato un attestato di partecipazione che  includerà la valutazione, anche in chiave comparativa rispetto agli altri studenti online. L’attestato sarà siglato non dall’istituzione ma direttamente dai docenti del corso, Sebastian Thrun e Peter Norvig. Può essere interessante notare come entrambi i professori siano anche partner di Google, Norvig ne è il direttore del settore ricerca).
Né il New York Times né il il sito web del corso (http://www.ai-class.com/) fanno alcun accenno al fatto che il corso AI di Stanford non è una novità. Al contrario, esso si inserisce come l’ultima in ordine di tempo in una serie di iniziative che si susseguono almeno dal 2007, proposti per lo più da singoli professori.
E’ stata anche coniata una sigla apposita per questo tipo di corsi: si tratta dei MOOC (Massive Open Online Course). I termini che compongono la sigla denotano le tre principali caratteristiche: veri e propri corsi online, aperti a tutti (indipendentemente da lingua, nazionalità, possesso di titoli precedenti), e massive, ovvero con un elevato numero di partecipanti.
La sigla MOOC è stata utilizzata per la prima volta nel 2008, a proposito della prima edizione del corso Connectivism and Connective Knowledge, curato da George Siemens e Stephen Downes.
Esiste ormai una piccola “storia dei MOOC” (disponibile alla pagina http://mooc.ca/), dalla quale si nota come negli ultimi anni le iniziative si siano succedute in modo progressivamente più frequente, soprattutto nel mondo anglosassone ma anche con la rilevante eccezione italiana di Andreas Formiconi con la sua ormai pluriennale esperienza delle “blogoclassi” aperte a tutti , mutuate dal suo corso di informatica di base presso l’Università di Firenze.
In effetti, David Wiley, nell’autunno 2007, quando era professore alla Utah State University, è stato il primo ad offrire un proprio corso universitario in modalità open per studenti online, con tanto di attestato finale per i corsisti a distanza. Chi scrive è stato uno dei partecipanti di quella prima edizione del corso Intro to Open Education e ne conserva gelosamente l’attestato! Va anche ricordato come proprio questo certificato “fatto in casa” avesse provocato una reazione non certo positiva negli ambienti accademici statunitensi: la prestigiosa testata specializzata online Chronicle of Higher Education gli dedicò un articolo dall’esplicito titolo “When Professors Print Their Own Diplomas, Who NeedsUniversities?” (http://www.immagic.com/eLibrary/ARCHIVES/GENERAL/CHRON_HE/C080925Y.pdf) nel quale si stigmatizzava non tanto l’offerta del corso in modalità aperta quanto l’emissione di questo attestato “all’insaputa” dell’istituzione accademica di riferimento. Che valore ha, un tale certificato, si chiedeva l’articolista del Chronicle? E, in prospettiva, se alcuni “professori superstar” cominciano a rilasciare diplomi “fai-da-te”, chi avrà più bisogno delle università?

I corsi open online sono una declinazione del più ampio concetto di Open Educational Resources (OER). Questa sigla, creata nel 2002 dall’UNESCO, è coeva rispetto all’avvio della prima grande iniziativa organizzata di condivisione di materiali didattici di alto livello qualitativo, l’Open Course Ware (OCW  - http://ocw.mit.edu/index.htm) del Massachusetts Institute of Technology (MIT), tuttora forse il progetto più conosciuto, il quale negli anni è stato seguito da decine di altre iniziative da parte di università di tutto il mondo, oltre che dare l’avvio all’OCW Consortium (http://www.ocwconsortium.org), un gruppo di più di duecento università di vari paesi impegnate nello sviluppo di progetti simili, anche se spesso con differenze significative. Ad esempio l’OpenLearn della Open University inglese (http://openlearn.open.ac.uk/) adotta un approccio pedagogico differente: mentre i contenuti MIT-OCW sono sostanzialmente pensati come materiali di supporto ad una classe reale, guidata da un docente, OpenLearn fornisce materiali originariamente pensati per l’autoformazione. Purtroppo va anche sottolineato che tra i 49 paesi in cui vi è almeno un membro del consorzio (in totale 215 università, 13 consorzi e 64 organizzazioni), non vi è l’Italia.

In realtà, però, anche da noi già dalla fine degli anni ’90 sul web si trovavano slide, dispense, materiali didattici depositati in genere da singoli professori, generalmente a livello universitario. Nei successivi anni 2000 l’abitudine di usare siti web per condividere contenuti didattici si è estesa a tutti i livelli di scuola: blog di classe, siti scolastici e/o personali di singoli insegnanti sono disponibili in numero enorme.  In sintesi: una miriade di “iniziative personali”, nella maggior parte dei casi senza indicazioni chiare sulla possibilità di riuso delle risorse. L’OCW del MIT ha modificato le cose, prima di tutto apponendo un chiaro “marchio di qualità” istituzionale sulle risorse condivise (il pubblico non accede più ai materiali di un qualunque prof. XY, bensì ai contenuti di corsi istituzionali di una prestigiosa università), ma anche inquadrando le risorse entro una cornice legale per la definizione delle modalità di riutilizzo ormai diffusa, cioè le licenze Creative Commons.  Molte altre università hanno seguito e stanno tuttora seguendo lo stesso modello. Tuttavia, questo tipo di approccio alla condivisione di risorse educative non prevede di solito l’esistenza di alcuna interazione, né con i docenti né con l’istituzione né tra gli eventuali fruitori, essendo basato unicamente sulla condivisione unilaterale di materiali (testo, lezioni video registrate, esercitazioni, ecc.). Contenuti modificabili e riusabili, secondo quanto prescritto dalla licenza Creative Commons, che consente ad esempio la traduzione in altre lingue, ma privi di reale interattività.
L’approccio istituzionale “forte” come l’OCW non è tuttavia l’unico possibile. In effetti, quello che il MIT ha fatto per quanto riguarda l’istruzione universitaria, è stato realizzato da una singola persona (ora coadiuvato da un piccolo gruppo di lavoro) relativamente ai livelli scolastici inferiori. La Khan Academy di Salman Khan (http://www.khanacademy.org/) è ormai nota a livello mondiale: più di duemila video didattici, prevalentemente su argomenti matematico-scientifico, realizzati con tecnologia “povera” (praticamente soltanto una tavoletta grafica) e un peculiare stile espositivo ironico e “leggero”, corredati da esercizi interattivi. Video molto brevi (max 10 minuti, per aderire alle limitazioni imposte da YouTube, ma anche per renderli maggiormente fruibili), ognuno con un obiettivo didattico molto ben delineato. Ideali, ad esempio, per il recupero e l’approfondimento di singoli argomenti. Il livello di qualità dei video della Khan Academy è considerato decisamente elevato, anche se dietro il suo fondatore e principale autore non c’è alcuna istituzione accademica. Un po’ come per Wikipedia, il riconoscimento di qualità è emerso dal basso, attraverso la crescente soddisfazione degli utenti, molti dei quali collaborano ad esempio per le traduzioni (a proposito: tutti i video della sezione Aritmetica sono già stati interamente sottotitolati in italiano).
Non mancano le iniziative basate sulla collaborazione di un vasto numero di persone comuni, sul modello della conosciutissima Wikipedia, nelle quali i contributi sono offerti da vere e proprie comunità, nelle quali i ruoli di docente e discente spesso si confondono e si mescolano. Tra le diverse esperienze di questo tipo (ad esempio la Peer 2 Peer University, http://p2pu.org/),  vale la pena di segnalarne una italiana, di recentissima attivazione ma che ha già acquisito rilevanza per la qualità dei contenuti e le modalità organizzative: Insegnalo.it (http://www.insegnalo.it/).
Va poi fatta una riflessione sull’e-learning e i corsi online. Se si parla di e-learning, ancora oggi il pensiero va soprattutto alle piattaforme, a sistemi web chiusi, dedicati ad una istituzione o ad una singola classe, dotati di caratteristiche specifiche per l’apprendimento e l’insegnamento (forum, quiz, registro dei voti, ecc.). Le piattaforme e-learning sono usate da anni per replicare in rete il modello formale-istituzionale: sono l’equivalente virtuale delle istituzioni reali. Attraverso le piattaforme si realizza anche l’interazione con i docenti e tra i partecipanti, un elemento che come abbiamo visto è decisamente carente se non completamente assente, nel modello OER dominante.  I corsi open online e i MOOC hanno portato un primo cambiamento in questo modello, andando oltre la mera condivisione dei contenuti e aggiungendo l’importante elemento rappresentato dalle interazioni e, in alcuni casi, della valutazione e addirittura della certificazione finale. Ovviamente, anche da parte del discente, l’impegno richiesto è differente: laddove è possibile in pochi minuti fruire una lezione video proveniente da un sito OER, l’iscrizione ad un MOOC implica di solito un coinvolgimento maggiore, dal momento che ai corsisti è spesso richiesta una partecipazione attiva, attraverso web conference, blog e molti altri ambienti tecnologici.
Come si nota, soprattutto facendo attenzione alle date evidenziate in precedenza, stiamo parlando di qualcosa che ha vita ormai quasi decennale, benché la sua popolarità non sia poi così capillare. Il tema delle risorse educative aperte è poco conosciuto soprattutto in Italia, dove l’istruzione formale è tuttora considerata sostanzialmente l’unica realmente “valida” e in cui le iniziative OER si contano davvero sulla punta delle dita di una mano (e senza neanche esaurirle…), ma una certa difficoltà di affermazione delle OER a livello globale è testimoniata dal fatto che, a distanza di quasi dieci anni, vi sia qualcuno che avverte ancora la necessità di fornirne una definizione.
Allora, perché quindi il New York Times propone il corso AI come una novità di grande importanza?
In effetti, per alcune sue peculiari caratteristiche, probabilmente il corso di Stanford è il primo passo verso qualcosa di nuovo, in grado di scardinare le tradizionali classificazioni relative alle modalità di apprendimento.
Formale, non formale, informale, in presenza, online: sono davvero soltanto queste le possibilità? Quali nuove possibilità esistono oggi, per un’efficace realizzazione del concetto ancora spesso troppo teorico di lifelong learning? Se, oggi, una persona vuole ottenere un diploma o una certificazione, davvero deve obbligatoriamente seguire un corso presso un’istituzione accreditata? E le certificazioni formali, sono ancora le uniche riconosciute e valide? Quali sono le declinazioni dell’apprendimento online, oggi? Siamo ancora allo stereotipo del fugace, serendipico e un po’ superficiale apprendimento di chi passa il tempo a sfogliare un po’ distrattamente decine e decine di pagine web, destinato inevitabilmente all’overload informativo? Esiste un “mercato” per questo tipo di corsi? Centomila persone che si iscrivono ad un corso così specialistico, perché lo fanno? Cosa si aspettano? Sono attirati dall’attestato di partecipazione, pur sapendo che non è un reale diploma di Stanford? Pensano che sia comunque un titolo utile per la loro carriera? Risulta difficile pensare che un numero così elevato di persone sia interessato ad un argomento così particolare come l’intelligenza artificiale, soltanto per interesse personale. Certo, si dovrà poi vedere alla fine quanti degli attuali centomila e oltre iscritti avranno realmente seguito il corso e saranno riusciti a completarlo.
Il corso di Stanford rischia di far emergere in modo evidente e assolutamente reale la possibilità di ottenere un’educazione di alto livello qualitativo attraverso una modalità che nel mondo anglosassone è nota con la sigla DIY (Do-It-Yourself). Una sorta di riedizione moderna e “digitale” dell’autoformazione, modalità di apprendimento ampiamente studiate in letteratura da ben prima dell’avvento delle tecnologie, soprattutto per quanto riguarda l’educazione degli adulti.
Nell’autoformazione classica le fonti informative erano infatti soprattutto i libri e non vi era quasi mai possibilità di riconoscimento formale degli apprendimenti. Il concetto di educazione DIY include invece la possibilità di ottenere certificazioni e attestazioni del proprio livello di competenze acquisite mediante esperienze formative di vario tipo (ovviamente includendo corsi come questo), senza necessità di iscrizioni formali a corsi accademici.
Strettamente legato al DIY è il movimento Edupunk (http://en.wikipedia.org/wiki/Edupunk). Questo suggestivo termine, coniato nel 2008 da Jim Groom, viene oggi usato per indicare un variegato ambito di pensiero “ribelle” rispetto alle modalità tradizionali di istruzione che, secondo i sostenitori del movimento,  non si sarebbero affatto rinnovati attraverso l’uso delle tecnologie di rete le quali non sarebbero pertanto utilizzate secondo le loro reali possibilità, ma in modo limitato e diretto a perpetuare il tradizionale ruolo delle istituzioni. In sintesi, una specie di “versione digitale” del concetto di descolarizzazione ben rappresentato da Ivan Illich e Giovanni Papini.
Aldilà delle sigle e degli slogan più o meno di moda, ciò di cui si discute è soprattutto la necessità di affermare il ruolo attivo del discente, ovvero la centralità della persona e del potenziale del suo sviluppo educativo. Open Education, DIY, Edupunk sono in fondo diversi approcci ad un problema (o ad un’opportunità) che progressivamente emerge e si rende evidente per tutti: la sempre più ampia disponibilità in rete di risorse educative aperte, gratuite e di qualità, contrapposte con la rigidità dei sistemi educativi istituzionali. I due mondi, apparentemente, non comunicano tra loro.
Per questo probabilmente, il corso AI “fa notizia”: un’istituzione (addirittura privata) fa un passo deciso verso il mondo caotico e de-strutturato dell’open online learning.
In realtà, nell’operazione Stanford AI si ravvisano alcuni importanti aspetti innovativi ma anche qualche ombra del passato. Ad esempio, per la prima volta si nota un’attenzione speciale per i partecipanti non madrelingua inglese, visto che le lezioni saranno probabilmente sottotitolate; la valutazione dei singoli partecipanti, anche se realizzata con sistemi automatici (secondo il sito del corso), costituisce un’altra importante novità. Il modello “tradizionale” dei corsi Open nei quali il docente era impegnato in prima persona, infatti, risulta incompatibile con i grandi numeri. E’ decisamente impensabile che si possano valutare manualmente decine di migliaia di prove di valutazione! Infine, la certificazione finale fornita agli studenti da parte dei docenti non sembra più destare “scandalo” tra gli ambienti accademici. Anche se non sarà un vero diploma di Stanford, sarà interessante vedere se tra i partecipanti vi sarà qualcuno che riuscirà ad ottenere un riconoscimento di un simile attestato, magari anche solo per un avanzamento di carriera o per ottenere un nuovo posto di lavoro, o anche come credito accademico formale.
Si può però anche osservare come il corso AI in realtà proponga un modello pedagogico assolutamente tradizionale, nel quale gli elementi fondamentali sono la trasmissione di contenuti dal docente ai discenti, seguita dalla valutazione degli apprendimenti mediante quiz. Da questo punto di vista i precedenti MOOC erano decisamente più innovativi: in essi infatti i contenuti erano fortemente ridotti e si limitavano a fungere da anticipatori e da innesco per discussioni e riflessioni dei partecipanti, i quali erano poi invitati a condividere e a commentare attraverso blog, wiki, social network e altri ambienti di rete. Soprattutto i  corsi proposti da Siemens e Downes, sono stati fortemente influenzati dal connettivismo, la teoria/corrente di pensiero proposta da George Siemens come nuovo modello per l’apprendimento nell’era digitale, la quale è naturalmente ancora oggetto di ampio dibattito internazionale.
Ma  forse Stanford sta solo “affilando le armi” in vista di un possibile scenario futuro nel quale le istituzioni accademiche potrebbero essere costrette a modificare il loro ruolo. Alcuni esempi sono già significativi: la University of the People (http://www.uopeople.org/) è un’università privata che offre corsi totalmente gratuiti a livello mondiale, e sta per diventare un’istituzione accreditata negli Stati Uniti; nello stato dello Utah è già funzionante la Open High School of Utah, una scuola superiore totalmente online, a frequenza  gratuita, con materiali di studio interamente basati su OER (http://www.openhighschool.org/).

Come è ormai “tradizione”, chiudiamo la rubrica cercando di coinvolgere i lettori di Bricks con qualche domanda. Pensate che il modello dei corsi online aperti possa avere un ruolo rilevante? Questo tipo di corsi è adatto a tutti? Quali sono le principali barriere per l’accesso? Per le istituzioni accademiche rappresentano più rischi o opportunità ? E le risorse tipo Khan Academy? Potrebbero essere una soluzione sostenibile per il recupero e l’approfondimento, a tutti i livelli scolastici? La scuola è pronta a confrontarsi con questo ribollente mondo del DIY? In Italia vedete segnali di interesse verso la “descolarizzazione”?
Il dibattito prosegue qui sul sito della rivista o, se preferite, nella bacheca del gruppo Bricks su Facebook .

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Sloop2desc: un’iniziativa di formazione degli insegnanti su eLearning e didattica delle competenze

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Sloop2desc: un’iniziativa di formazione degli insegnanti su eLearning e didattica delle competenze

Posted on 01 marzo 2011 by Redazione Bricks

di Mara Masseroni1, Manuel Gentile2, Davide Taibi2

1ITSOS Marie Curie di Cernusco sul Naviglio, 2ITD-CNR Palermo


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Il progetto

Titolo
SLOOP2desc - Sharing Learning Objects in an Open Perspective TO develop europeanskills and competences
Programma Lifelong Learning, Leonardo, Trasferimento dell’Innovazione
Durata Biennale
Anno di avvio 2009
Promotore ITD-CNR di Palermo (IT) - Coordinatore: Giovanni Fulantelli, giovanni.fulantelli@itd.cnr.it
Sito Web www.sloop2desc.eu
Sintesi del progetto Sloop2desc è un progetto di trasferimento dell’innovazione basato sui risultati del progetto SLOOP, Sharing Learning Objects in an Open Perspective”, promosso dall’ITSOS “Marie Curie”. In SLOOP sono state sperimentate strategie innovative di eLearning, basate sulla produzione collaborativa di Risorse Educative Aperte, Open Educational Resources (OER). Sloop2desc si propone di diffondere tale modello di integrazione fra didattica in presenza e didattica in rete coniugandolo con la tematica della didattica delle competenze ispirata al Quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente (European Qualification Framework – EQF). Il progetto promuove:

  • sulla didattica in rete, sull’uso di ambienti e strumenti web 2.0 nella didattica e sulla produzione e condivisione di risorse digitali aperte,
  • sull’adozione di strategie didattiche basate sulle competenze e quindi centrate sui risultati dell’apprendimento

la produzione di risorse digitali aperte utilizzabili per la formazione in rete riferite a sistemi di competenze, il miglioramento dei legami tra il mondo della scuola e quello del lavoro attraverso il coinvolgimento di tutor aziendali durante le attività di formazione e soprattutto di produzione dei materiali didattici. In Italia e Slovenia, si analizzerà l’EUCIP, un sistema per la certificazione delle qualifiche in ambito informatico; in Romania, ci si concentrerà su sistemi di certificazioni nell’ambito della navigazione marittima.

Principali prodotti Corso su piattaforma Moodle in italiano, inglese, rumeno e sloveno: “Progettare e sviluppare risorse didattiche aperte e corsi in rete basati su sistemi di competenze”.Nelle versioni inglese e slovena la parte del corso relativa alle competenze è riferita al sistema di competenze informatiche EUCIP. Le versioni italiane sono più d’una: oltre a quella principale riferita al sistema EUCIP ne esistono altre due, riferite rispettivamente al sistema ECDL e al Framework Comune europeo delle lingue. La versione rumena verte su sistemi di certificazione nell’ambito della navigazione marittima. Erogazione di corsi – in modalità di classe virtuale – a docenti italiani, rumeni e sloveni. Produzione, durante i corsi, di risorse educative aperte (learning object e corsi) da utilizzare con gli studenti. FreeLOMS, un repository contenente le risorse educative aperte prodotte durante i corsi.

Il coinvolgimento delle scuole italiane

Insegnanti coinvolti nella progettazione 6 (ITSOS Curie, IIS Dolci).
Insegnanti coinvolti nell’erogazione di corsi 22 (ITSOS Curie, IIS Dolci e altre 15 scuole).
Insegnanti coinvolti nella partecipazione ai corsi 500 in Italia (di centinaia di scuole diverse di tutta Italia).
Studenti coinvolti Il progetto non prevede coinvolgimento diretto degli studenti. Gli insegnanti nei loro corsi producono risorse didattiche da utilizzare con i propri studenti (al di fuori delle attività progettuali).

Interactive Whiteboards by PolyVision

Una breve spiegazione del titolo del progetto: Il numero 2, nel nome, indica come esso rappresenti una seconda tappa di un progetto iniziato nel 2005 con finanziamento Leonardo da Vinci e promotore l’ITSOS “Marie Curie” di Cernusco sul Naviglio; SLOOP come i velieri, veloci e maneggevoli che furono usati per una guerra corsara delle colonie americane contro il commercio inglese e per compiere fulminei attacchi contro gli stessi porti dell’Inghilterra. E’ grazie a uno sloop come il “Providence” che le colonie conquistarono la propria indipendenza. Nei mari dell’eLearning, SLOOP intendeva far la sua parte per dare alle scuole e ai singoli insegnanti la libertà di avviare e sperimentare iniziative di integrazione fra corsi in presenza e corsi in rete in modo da migliorare il servizio offerto ai propri studenti. L’iniziativa corsara era l’attacco al vecchio modello di copyright “tutti i diritti riservati” a favore del nuovo modello copyleft di apertura: potete usare, modificare e distribuire; un modello che, nel 2005, si era manifestato con successo nel campo del software, il free & opensource software, e si stava trasferendo – con l’opencourseware del MIT e con Wikipedia, al campo dei contenuti.

In sei anni le idee e le pratiche di condivisione di risorse didattiche aperte si sono diffuse sia a livello di comunità di pratiche sia a livello istituzionale. Quelli che noi chiamavamo free/open learning object sono oggi comunemente chiamati open educational resource, OER. In inglese, quel 2, si pronuncia “to” e quindi 2desc sta per to develop european skills and competences. Il nuovo progetto, infatti, intende promuovere la progettazione di OER progettate con riferimento ad un sistema di competenze. Secondo la terminologia europea definita nell’European Qualification Framework, EQF, una competenza è la “comprovata capacità di utilizzare conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e/o metodologiche, in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e personale”. Per il raggiungimento di una competenza sono necessarie:
  • conoscenze, ovvero il “risultato dell’assimilazione di informazioni attraverso l’apprendimento. Le conoscenze sono un insieme di fatti, principi, teorie e pratiche relative ad un settore di lavoro o di studio”.
  • abilità che “indicano le capacità di applicare conoscenze e di utilizzare know-how per portare a termine compiti e risolvere problemi”.

E’ importante, a nostro avviso, che, nel progettare i percorsi formativi per i propri studenti, gli insegnanti assumano come riferimento un sistema di competenze ben definito, che definisca in modo verificabile conoscenze e di abilità, e che progettino insieme al percorso le prove per verificare l’acquisizione di tali conoscenze e abilità. Tuttavia la competenza non è una semplice sommatoria di conoscenze (saperi), abilità (saper fare) e capacità personali, sociali e metodologiche (saper essere). Competenza è utilizzare proficuamente tali conoscenze, abilità e capacità in situazione. Per ottenerla la strada migliore è quella di organizzare percorsi formativi che prevedano momenti d’uso in situazione. I corsi progettati per Sloop2desc (si veda il box “Struttura e Syllabus dei corsi Sloop2desc “) hanno tale caratteristica. Infatti:

  • I corsisti apprendono nell’ambiente (Moodle) e con la metodologia collaborativa in classe virtuale che sono l’oggetto stesso della formazione.
  • Lungo tutto il corso gli insegnanti/corsisti lavorano in un ambiente (Moodle) e con una modalità che sono uno degli oggetti dell’attività formativa. Il modulo 1 è specificamente rivolto al saper operare in questo ambiente in veste sia di corsisti sia di docenti.
  • Nel modulo 2 agli insegnanti/corsisti è richiesto di svolgere un’attività collaborativa usando quegli stessi strumenti web 2.0 – Delicious, GooogleDoc, Skype, … – che sono oggetto di studio del modulo. E l’attività collaborativa si configura come riflessione e confronto sul potenziale didattico di tali strumenti.
  • Nel modulo 5 gli insegnanti/corsisti devono progettare e realizzare in modo collaborativo sia singoli materiali didattici sia interi corsi per i propri studenti:

assumendo come riferimento il sistema di competenze che hanno analizzato nel modulo 4, usando come strumenti di produzione delle risorse quelli sperimentati nel Modulo 3, organizzando il corso in un ambiente Moodle, usato nel corso e specifico oggetto del modulo 1, comunicando e condividendo risorse per mezzo degli strumenti sperimentati nel modulo 2.

In Italia la formazione degli insegnanti si sta svolgendo in due tappe:

  • due corsi “pilota” si sono svolti nel 2010 con il coinvolgimento di una sessantina di insegnanti, prevalentemente di informatica, per 16 settimane da febbraio a giugno,
  • 11 corsi “cascata”, in cui la funzione di tutor è svolta da corsisti formatisi del corso pilota, sono stati avviati a novembre 2010 e stanno coinvolgendo 500 docenti, per la maggior parte di informatica, ma anche di altre discipline.

I materiali sviluppati nel corso, mediante una metodologia di learning by doing, oltre ad una propria intrinseca valenza formativa per i corsisti, rappresentano anche un notevole contributo in termini di risorse pronte per essere utilizzate con gli studenti. Nei due corsi pilota sono stati prodotti:

  • 15 pacchetti SCORM di informatica,
  • 5 video di informatica,
  • vari materiali didattici (in formati SCORM, doc, pdf, …).
  • 4 corsi su piattaforma Moodle:

un corso per IT Administrator, Modulo 1, Hardware (quasi completo), un corso centrato sul tema “livello di rete, punto 4.5 del Modulo 4, Uso esperto delle reti, dell’IT Administrator, un corso sui database, area Build di EUCIP Core, punto B2, un corso “Uso didattico degli strumenti web 2.0”.

E’ questo il patrimonio da cui partiranno, nel modulo 5, i docenti dei corsi cascata, per migliorarlo, svilupparlo, ampliarlo. Alla fine dei corsi cascata, la mole di risorse educative aperte, pubblicate sul repository FreeLOMS, a disposizione di tutti e non solo di chi ha partecipato al progetto, sarà consistente e in particolare sarà rilevante il materiale sviluppato per gli studenti di informatica con riferimento, soprattutto, al Syllabus EUCIP IT Administrator.

BOX

Struttura e Syllabus dei corsi Sloop2desc

Modulo Durata Unità Risultati attesi
1 – Usare Moodle come corsisti e come docenti 3 settimane Usare Moodle da corsista 1. Usare Moodle quale corsista:

  • registrarsi, compilare il proprio profilo, inserire una propria fotografia;
  • scambiare messaggi con altri utenti registrati;
  • iscriversi ad un corso e monitorare le proprie attività nel corso;
  • intervenire in un forum;
Usare Moodle da docente 1. svolgere attività di tutoraggio (quale docente non editor):

  • monitorare le attività di un corsista o di un gruppo di corsisti;

2. preparare o modificare un corso (quale docente editor):

  • aggiungere ad un corso le risorse: etichetta, link, pagina testo, pagina web, cartella;
  • aggiungere ad un corso le attività: forum, compito, lezione, quiz, quiz hotpotatoes, SCORM, wiki, registro;
  • inserire in un’etichetta o in una pagina web il codice “embed” per riprodurre risorse da siti come SlideShare, YouTube, Scribd, …;

3. creare corsi:

  • aprire un nuovo corso (secondo diverse tipologie) ex novo o a partire da un corso già esistente;
  • assegnare e modificare ruoli.
2 – Essere tutor in rete e usare gli strumenti del web 2.0 3 settimane Il tutor in rete Indicare le caratteristiche del ruolo del tutor in rete;
Creare, organizzare e condividere risorse in rete cercare e organizzare le fonti con gli strumenti del web 2.0:

  • linkografia,
  • social bookmarking (Delicious, …);
E-cooperation 1. collaborare in rete in modo sincrono e asicrono con strumenti quali

  • Skype,
  • Forum;

2. utilizzare strumenti per la produzione collaborativa quali:

  • Googledoc
  • wiki;

3. promuovere scambi di ruoli e simulazioni.

3 – Usare e produrre risorse didattiche digitali aperte per la formazione in rete 3 settimane La filosofia della condivisione e del riuso 1. Fornire una definizione di “open educational resource” o di “open learning object”;2. descrivere le varie licenze CreativeCommons;
Strumenti di condivisione web 2.0 mettere in condivisione risorse in ambienti web 2.0 (quali SlideShare, YouTube, Scribd, …) utilizzando i tag per permetterne la ricerca;
Il modello SCORM e strumenti per produrre LO SCORM 1. descrivere il modello SCORM;2. descrivere il modello di metadata LOM IEEE;3. creare una risorsa SCORM utilizzando il software eXeLearning;
Sloop repository cercare e risorse didattiche in una repository.
4- Syllabus europei delle competenze 2 settimane EQF Descrivere le finalità dell’European Qualification Framework for Lifelong Learning – EQF – e la sua struttura in livelli;
Le 8 competenze chiave per la cittadinanza descrivere le 8 competenze chiave per l’apprendimento permanente;
Le competenze digitali degli utenti 1. descrivere il sistema ECDL ed elencare le certificazioni ECDL;2. individuare nei Syllabus ECDL le competenze di riferimento utili per la propria tipologia di scuola/disciplina;
Le competenze dei professionisti informatici: e-CF e EUCIP 1. descrivere le finalità dell’e-CF, European e-competence Framework; 2-. descrivere il modello EUCIP di competenze e profili professionali informatici; 3. elencare le certificazioni EUCIP e le modalità di certificazione; 4. individuare nel Syllabus EUCIP le unità elementari di competenza richieste per uno specifico profilo professionale.
5 – Produzione collaborativa di risorse didattiche aperte basate sullo standard EUCIP 6 settimane Sviluppo di OER basate sul Syllabus ECIP 1. Progettare una risorsa didattica;2. realizzarla con strumenti di propria scelta; 3. garantirne l’apertura (licenza, accessibilità al sorgente, indicazioni per l’utilizzo e la modifica); 4. inserirla in una repository; 5. collaborare alla progettazione e realizzazione di un corso in Moodle.

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Come – Condividere mattoncini di conoscenza e di esperienza.

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Come – Condividere mattoncini di conoscenza e di esperienza.

Posted on 01 marzo 2011 by Redazione Bricks

di Pierfranco Ravotto


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Bricks, mattoncini.

Questa rivista, ed il sito che le corrisponde, intendono offrire alle scuole e ai singoli insegnanti un ambiente in cui condividere mattoncini di conoscenza e di esperienza. Una rivista e un sito, per costruire insieme la scuola del futuro: una scuola che sappia sviluppare le competenze necessarie per contrastare il declino del nostro paese e rilanciarlo nella competizione di un mondo globalizzato, che riesca a dare ai giovani fiducia nel futuro e nelle proprie possibilità, che aiuti a fornire pari opportunità alle ragazze e ai ragazzi, a chi è italiano da generazioni come a chi è nato in Italia da genitori stranieri e a chi vi è appena giunto; una scuola che sappia valorizzare il patrimonio di competenze e di impegno di tanta parte del corpo docente; una scuola, infine, che sappia coniugare quel patrimonio di esperienza pedagogica accumulata con l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione in modo che i processi di insegnamento e di apprendimento avvengano nel nuovo ambiente digitale, così pervasivo e così abituale per i giovani.

In molti campi si confrontano due diverse tendenze: apertura e chiusura.

Permettere e facilitare l’accesso a risorse quali l’acqua, le medicine, la cittadinanza, le informazioni, la musica, le idee, i corsi, i materiali didattici, … o limitarlo a protezione di legittimi interessi quali la proprietà di un bene, di un brevetto, la paternità di un’idea, il legame con un territorio, il diritto alla privacy, il lavoro speso per scrivere un libro, produrre musica, sviluppare un corso?

Confronto e scontro non di oggi, ma che oggi acquista nuove caratteristiche nel "mondo piatto" della globalizzazione e della rivoluzione digitale.

Bastano un computer e un accesso ad Internet per accedere istantaneamente a un intero universo di risorse. Bastano un computer e un accesso ad Internet per produrre, pubblicare e rendere accessibili a chiunque le proprie risorse. Bastano un computer e un accesso ad Internet per collaborare con chiunque abbia un computer, un accesso ad Internet e un’analoga disponibilità alla collaborazione.

Nel campo del software, il confronto fra apertura e chiusura, fra software libero/open source e software proprietario è in corso da tempo. Linux, Apache e nel campo dell’eLearning Moodle, sono i più famosi software caratterizzati:

  • dall’essere rilasciati con una licenza del tipo "siete liberi di usarlo, modificarlo e distribuirlo – anche a fini commerciali – a patto che manteniate sul prodotto derivato la stessa licenza e che citiate l’autore originario";
  • dall’essere stati prodotti e continuamente sviluppati in modo collaborativo da persone sparse in tutto il mondo con un processo "caotico" che ricorda più un bazar che non la costruzione di una cattedrale, secondo la felice definizione di Raymond.

Ebbene, si tratta di prodotti che hanno conquistato significative quote di mercato ed hanno generato "affari”, dimostrando che il fenomeno open non è necessariamente marginale.

Nel campo dei contenuti, l’OpenCourseWare del MIT e Wikipedia sono, con caratteristiche diverse, due pietre miliari. La scelta del Massachusetts Institute of Technology – Unlocking knowledge, empowering minds – di rendere liberamente disponibile, con una licenza analoga a quella di Linux (ma con la clausola "non commerciale"), tutti i propri corsi ha ormai fatto scuola. L’OCW consortium conta quasi un centinaio di università di tutto il mondo (nessuna italiana! quale sarà la prima?) ed una cinquantina di associazioni.

Se la logica dell’OCW è quella della condivisione, del mettere a disposizione corsi di qualità già realizzati, quella di Wikipedia è invece centrata sulla produzione collaborativa: la realizzazione di un’enciclopedia di qualità grazie ai contributi di milioni di utenti.

Il movimento delle Open Educational Resource propone di coniugare, estendere e generalizzare questi modelli. I singoli insegnanti, le scuole, le università, i centri di formazione dovrebbero mettere a disposizione in modo “aperto” le proprie risorse didattiche (aperto significa sia liberamente utilizzabili dal punto di vista del diritto, sia tecnicamente riutilizzabili e modificabili). E dovrebbero, piuttosto che ricominciare sempre ex-novo la produzione di risorse didattiche, partire da quanto già è stato prodotto per adattarlo al proprio contesto e per migliorarlo.

Bricks si propone di sostenere il processo di apertura nel campo dell’insegnamento: apertura per quanto riguarda i materiali didattici nella logica della condivisione e realizzazione collaborativa di OER, ma anche apertura in termini di flessibilità di percorsi, di ritmi e di stili di apprendimento, e dunque apertura degli spazi e dei tempi della scuola grazie all’integrazione della formazione in presenza con la formazione in rete, o meglio con una formazione “mobile”.

Bricks, mattoncini, per indicare fin dal titolo l’obiettivo di favorire la condivisione e lo scambio di esperienze e di risorse.

Il Web è sempre stato, come ha notato Tim Berners-Lee, “uno spazio collaborativo dove le persone possono interagire”; ma certo il web 2.0 ha amplificato questa caratteristica, ha reso tale spazio collaborativo agevolmente fruibile anche da chi non ha particolari competenze tecnologiche. E’ il web 2.0 che, secondo la felice espressione di O’Really, ha il potere di “sfruttare appieno l’intelligenza collettiva”.

E’ l’intelligenza collettiva della scuola – degli insegnanti, dei presidi, degli studenti – che ci proponiamo, con la rivista e con il sito Bricks, di raccogliere, promuovere e diffondere.

Mattoncini. Materiali da costruzione ma non solo. Quanti sono i possibili usi di un mattoncino?

In una storica striscia pubblicata dal 1913 al 1944 su vari giornali statunitensi, Krazy Kat di George Herriman, il mattoncino veniva costantemente scagliato dal topo Ignazio contro il suo partner che lo interpretava come gesto d’amore.

Lanciamoli, simbolicamente, questi mattoncini – come gesto d’amore nei confronti della scuola – contro tutto ciò che la svilisce e la mortifica, contro la logica dei tagli all’istruzione e alla ricerca come contro quella del quieto vivere e della rassegnazione.

 

Tratto da Wikimedia Commons – PD-US-NOT RENEWED (Public Domain because it was published in the United States between 1923 and 1963, and its copyright was not renewed)

Mattoncini. Anche Bricks è un mattoncino che si va a collocare accanto ad altre prestigiose riviste che si occupano di scuola quali TD, dell’ITD-CNR, Form@re diretta da Antonio Calvani, Education 2.0 diretta da Luigi Berlinguer,  e accanto a centinaia di blog di alta qualità promossi da singoli docenti.

Non c’è un "mercato" di cui conquistare una fetta in concorrenza con altri soggetti. C’è una discussione da arricchire, c’è tutto un mondo di esperienze a cui dar voce, c’è una trasformazione da promuovere.

Mattoncini. Linea guida di questa rivista è dar voce agli insegnanti per condividere il patrimonio di esperienze sviluppate nelle scuole e nei centri di formazione professionale. Ma gli insegnanti – e con loro i presidi e gli studenti – non sono l’unico soggetto in campo. Ci sono anche gli editori, i produttori di strumentazione didattica e di software didattico. Anche loro hanno i propri mattoncini di conoscenza e di esperienza. Ben volentieri li ospiteremo se vorranno confrontarsi in una logica di apertura e di condivisione.

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Un'iniziativa:
AICA SIe-L

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Didamatica 2013

9:30 am – 6:00 pm

DIDAMATICA 2013

Pisa - 7, 8 e 9 Maggio

DIDAMATICA 2013 si terrà a Maggio nei giorni 7, 8 e 9 e sarà organizzata dalla Scuola Superiore Sant’anna - Istituto di Tecnologie della Comunicazione, dell'lnformazione e della Percezione (TeCIP), in collaborazione con il CNR di Pisa - Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione “A. Faedo” (ISTI) e Istituto di Informatica e Telematica (IIT).

Promossa annualmente da AICA, la manifestazione si propone di fornire un quadro ampio e approfondito delle ricerche, delle innovazioni e delle esperienze nel settore dell'informatica applicata alla didattica, nei diversi domini e nei molteplici contesti di apprendimento.

Dedicata a tutta la filiera della formazione, DIDAMATICA è diventata l’appuntamento annuale di riferimento per ricercatori, docenti, insegnanti del mondo della scuola, dell’università e delle organizzazioni private e pubbliche per confrontarsi sull’evoluzione delle metodologie e delle tecniche di apprendimento a fronte della tumultuosa innovazione digitale cui stiamo assistendo.

I temi e gli argomenti per i quali si sollecitano contributi sono elencati nel CALL FOR PAPER.

La scadenza per l'invio delle proposte è il 10 Marzo 2013.

Istruzioni per gli autori per la sottomissione dei lavori e altre informazioni utili sono disponibili sul sito dell'evento:

http://didamatica2013.sssup.it/

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Promossa annualmente da AICA, la manifestazione si propone di fornire un quadro ampio e approfondito delle ricerche, delle innovazioni e delle esperienze nel settore dell'informatica applicata alla didattica, nei diversi domini e nei molteplici contesti di apprendimento.

Dedicata a tutta la filiera della formazione, DIDAMATICA è diventata l’appuntamento annuale di riferimento per ricercatori, docenti, insegnanti del mondo della scuola, dell’università e delle organizzazioni private e pubbliche per confrontarsi sull’evoluzione delle metodologie e delle tecniche di apprendimento a fronte della tumultuosa innovazione digitale cui stiamo assistendo.

I temi e gli argomenti per i quali si sollecitano contributi sono elencati nel CALL FOR PAPER.

La scadenza per l'invio delle proposte è il 10 Marzo 2013.

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Promossa annualmente da AICA, la manifestazione si propone di fornire un quadro ampio e approfondito delle ricerche, delle innovazioni e delle esperienze nel settore dell'informatica applicata alla didattica, nei diversi domini e nei molteplici contesti di apprendimento.

Dedicata a tutta la filiera della formazione, DIDAMATICA è diventata l’appuntamento annuale di riferimento per ricercatori, docenti, insegnanti del mondo della scuola, dell’università e delle organizzazioni private e pubbliche per confrontarsi sull’evoluzione delle metodologie e delle tecniche di apprendimento a fronte della tumultuosa innovazione digitale cui stiamo assistendo.

I temi e gli argomenti per i quali si sollecitano contributi sono elencati nel CALL FOR PAPER.

La scadenza per l'invio delle proposte è il 10 Marzo 2013.

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Pisa - 7, 8 e 9 Maggio

DIDAMATICA 2013 si terrà a Maggio nei giorni 7, 8 e 9 e sarà organizzata dalla Scuola Superiore Sant’anna - Istituto di Tecnologie della Comunicazione, dell'lnformazione e della Percezione (TeCIP), in collaborazione con il CNR di Pisa - Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione “A. Faedo” (ISTI) e Istituto di Informatica e Telematica (IIT).

Promossa annualmente da AICA, la manifestazione si propone di fornire un quadro ampio e approfondito delle ricerche, delle innovazioni e delle esperienze nel settore dell'informatica applicata alla didattica, nei diversi domini e nei molteplici contesti di apprendimento.

Dedicata a tutta la filiera della formazione, DIDAMATICA è diventata l’appuntamento annuale di riferimento per ricercatori, docenti, insegnanti del mondo della scuola, dell’università e delle organizzazioni private e pubbliche per confrontarsi sull’evoluzione delle metodologie e delle tecniche di apprendimento a fronte della tumultuosa innovazione digitale cui stiamo assistendo.

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