Nativi digitali. Un aggiornamento sulla discussione in rete

Scritto il 25 giugno 2011 by Redazione Bricks

di Antonio Fini
antonio.fni@gmail.com, www.fninformatica.it



Una nuova specie si aggira per le nostre aule e le nostre case?

La parafrasi un po’ irriverente di un ben più famoso incipit potrebbe ben sintetizzare il tema di questo contributo. Ci proponiamo infatti di stimolare la discussione, chiedendoci se i nostri alunni più giovani (sullo spartiacque anagrafico torneremo più avanti) siano davvero le avanguardie di una mutazione antropologica destinata ad avere un enorme impatto sul modo di vivere non solo la scuola, ma anche i comuni rapporti familiari e sociali.

Certo, il termine mutazione antropologica può sembrare forte ma sono queste le parole con le quali molti autori hanno presentato la questione del rapporto tra generazioni e tecnologie digitali negli ultimi anni.

Un capitolo del recente volume “Nativi Digitali” (http://www.natividigitali.info/), di Paolo Ferri (professore dell’Università di Milano-Bicocca) si intitola proprio “Una razza in via di apparizione” per dare conto delle profonde differenze tra i ragazzi e, in generale, il mondo degli adulti. Ferri pone il “confine generazionale” tra il 1996 e il 2000, con diverse sfumature e identificatori: nativi digitali puri, millennials, nativi digitali spuri. In questo post apparso su Education 2.0: http://www.educationduepuntozero.it/tecnologie-e-ambienti-di-apprendimento/nativi-digitali-puri-nativi-digitali-spuri-404174180.shtml l’autore chiarisce le differenze tra i diversi profili.

Ma in cosa consistono queste differenze, talmente ampie da assumere carattere di rilevanza antropologica?

Per capirlo dobbiamo ricorrere ad una breve citazione di colui che è accreditato come l’ideatore della formula “nativi digitali”, ovvero lo scrittore americano Marc Prensky.

Riportiamo di seguito alcune frasi tratte dall’articolo del 2001, pubblicato sulla rivista On the Horizon (http://www.marcprensky.com/writing/prensky%20-%20digital%20natives,%20digital%20immigrants%20-%20part1.pdf), nel quale Prensky scriveva (trad. nostra):

“I nostri studenti sono cambiati radicalmente. Gli studenti di oggi non sono più quelli per cui il nostro

sistema educativo è stato progettato.”

“Essi sono la prima generazione cresciuta con le nuove tecnologie. Hanno passato la loro intera vita usando ed essendo immersi in computer, videogame, riproduttori .“

“Come dovremmo chiamare questi ‘nuovi’ studenti di oggi? “

“l’appellativo più utile che ho trovato è Nativi Digitali. I nostri studenti oggi sono tutti ‘parlanti nativi’ del linguaggio digitale dei computer, dei videogame e di internet.”

“I cervelli dei nativi digitali sono probabilmente fisicamente differenti, effetto dell’input digitale che

hanno ricevuto crescendo.”

“Quelli tra noi che non sono nati nel mondo digitale ma che ne sono rimasti affascinati ad un certo punto della loro vita e hanno adottato molti aspetti delle nuove tecnologie, sono considerabili come Immigrati Digitali”.

Va anche sottolineato come il panorama delle etichette generazionali non si esaurisce con Prensky: già nel 1998 Donald Tapscott  aveva proposto il termine net generation o Net Gen; Levin e Arafeh nel 2002 parlano di studenti “internet  savvy” (http://www.pewinternet.org/Reports/2002/The-Digital-Disconnect-The-widening-gap-between-Internetsavvy-students-and-their-schools.aspx);  Wim Veen e Ben Vrakking (professori dell’Università di Delft, Olanda) nel 2004 lanciano il termine “homo-zappiens” per sottolineare una delle caratteristiche delle nuove generazioni, sulle quali torneremo in seguito (il volume “Homo zappiens – crescere nell’era digitale” è ora disponibile anche in italiano, edito nel 2010 da Idea, Roma);  Pedrò nel 2007 è l’ideatore del suggestivo termine “New Millennium Learner”, nel quale è chiaramente evidenziata la questione relativa all’apprendimento e che  è stato utilizzato anche per un importante convegno, tenutosi a Firenze nel 2007, a cura di Indire e OECD, con la partecipazione di molti dei protagonisti più importanti del dibattito sull’argomento (i materiali sono ancora disponibili online: http://www.indire.it/convegno/nml/_file/materiali.html).

Come si vede, quella che viene delineata da Prensky e dagli altri autori è una frattura generazionale che sembra dividere in modo irrevocabile e irrecuperabile il mondo degli adulti, i quali sono certamente, tutti senza esclusione, immigrati digitali e quello dei giovani, al contrario tutti nativi e portatori di caratteristiche peculiari, soprattutto per quanto riguarda le abitudini comunicative e le modalità cognitive, oltre che, naturalmente, relativamente all’uso dei media. Si sottolineano quindi alcune specifiche abilità che caratterizzano la nuova generazione digitale, come l’abitudine al multitasking (ad es. l’uso contemporaneo di computer, dispositivi portatili, televisione), alla preferenza per le immagini rispetto al testo, la non-linearità del ragionamento che dà ragione della difficoltà a seguire contenuti non ipertestuali, alla pervasività del gioco, oltre naturalmente alle attitudini tecnologiche spicciole (quella facilità di smanettamento, ben nota a molti attoniti adulti).

Quali conseguenze avrebbe questa frattura?

Una delle più rilevanti  sembra proprio riguardare il sistema educativo, in virtù di due situazioni apparentemente incompatibili tra loro, sintetizzabili così: il sistema scolastico è attualmente gestito da immigrati digitali i quali si trovano nella posizione di dover svolgere il mestiere di insegnante nei confronti di una “nuova razza” di studenti, verso la quale i docenti non sono in sostanza attrezzati culturalmente.

Con le parole di Prensky: “I nostri insegnanti immigrati parlano una lingua obsoleta (quella dell’era pre-digitale), e cercano con fatica di insegnare ad una popolazione che parla una lingua totalmente nuova”.

Ce n’è abbastanza per spaventare a morte la maggior parte degli educatori (approfondiremo in seguito questo punto) ma, a ben vedere, anche dei genitori, a loro volta immigrati digitali che si ritrovano in casa una progenie mutante!
Naturalmente, posizioni così nette non potevano rimanere senza un contraddittorio altrettanto forte. Molti ricercatori e studiosi hanno posto infatti diverse obiezioni al discorso sui nativi digitali. Si sono in qualche modo creati due schieramenti contrapposti, i cui protagonisti stanno tuttora dialogando in modo anche aspro.

Le principali critiche riguardano forse la mancanza di evidenze scientifiche suffragate da ricerche e indagini su larga scala che dimostrino l’effettiva esistenza della frattura generazionale. Uno dei principali sostenitori di questa tesi è Mark Bullen, professore del British Columbia Institute of Technology (Canada), il quale si autodefinisce come “Net Gen scettico”. Bullen ha creato un sito web dedicato alla sua ricerca sperimentale sul tema dei nativi digitali http://www.netgenskeptic.com/. Le conclusioni della ricerca (pubblicata nel gennaio 2011 e disponibile online – http://www.cjlt.ca/index.php/cjlt/article/view/550/298 – sono le seguenti:  “while our study found that the use of some ICTs was ubiquitous (e.g., mobile phones, email, and

instant messaging) we did not find any evidence to support claims that digital literacy, connectedness, a need for immediacy, and a preference for experiential learning were characteristics of a particular generation of learners”.

Alcune criticità più sottili erano già state però evidenziate, in un articolo pubblicato nel 2008 sul British Journal of Educational Technology, da Bennett, Maton e Kervin (“The ‘digital natives’ debate: A critical review of the evidence”) nel quale si sostengono in sintesi tre principali tesi:

1)      Nonostante si dia per scontato che i ragazzi vivano immersi nelle tecnologie, il reale utilizzo di queste ultime è ancora piuttosto superficiale e si limita per lo più a giochi, messaging, navigazione web.

2)      Le differenze di competenze tecnologiche esistenti all’interno della generazione dei più giovani sembrano essere più o meno le stesse esistenti tra i giovani e  le persone adulte (con l’eccezione della fascia di popolazione più anziana).  In sostanza non sembrerebbe possibile identificare una tipologia di utenza su base puramente anagrafica, il che legittimerebbe il discrimine generazionale, poiché l’uso delle tecnologie non varia principalmente in rapporto all’età. Altri elementi che incidono sui livelli di accesso, uso e competenze sono infatti il background sociale ed economico, fattori culturali e di contesto, in una parola il capitale sociale delle persone.

3)      Il moral panic. Riprendendo un concetto proposto nel 1972 da Stanley Cohen (http://en.wikipedia.org/wiki/Moral_panic), si sottolinea come la questione dei nativi digitali sia troppo enfatizzata, con toni spesso drammatici soprattutto relativi all’inadeguatezza dei sistemi educativi ed in particolare degli insegnanti (immigrati digitali) di fronte alla generazione dei nativi.  Da parte di alcuni viene sottolineato in modo particolare questo pericolo, ovvero che la metafora dei nativi digitali diventi uno slogan (Gianni Marconato, esperto di tecnologie e blogger, ha usato il termine “stereotipo dannoso” in un post molto critico: http://www.giannimarconato.it/2011/03/nativo-digitale-uno-stereotipo-dannoso/; Marco Guastavigna, insegnante ed esperto di tecnologie educative, ha invece parlato di digital naif: http://www.pavonerisorse.it/pstd/dnaif.htm)  che arrivi ad indurre in qualche modo gli insegnanti a rinunciare parzialmente al proprio ruolo educativo rispetto al tema delle tecnologie, in virtù della convinzione che i ragazzi siano già competenti. Tale possibilità sarebbe rafforzata dalla propria presunta inadeguatezza, in quanto immigrati digitali.

Sul piano più strettamente teorico, autori come Buckingham e Selwyn (professori dell’Institute of Education di Londra) evidenziano come le posizioni di autori alla Prensky sottintendano implicitamente una visione deterministica della tecnologia che attribuisce alle tecnologia stessa un potere mutante rispetto alla società: la tecnologia trasforma i nostri figli, la tecnologia trasforma  le abitudini culturali, la tecnologia trasforma le infrastrutture sociali. Ma siamo certi che sia davvero così?

Selwyn in un articolo disponibile online (http://www.mendeley.com/research/the-digital-native-myth-and-reality)  dimostra i limiti di queste forme di determinismo tecnologico duro e rivendica un ruolo più che mai attivo delle istituzioni educative nel campo delle tecnologie ed in particolare dei media.

Qui entra in gioco la Media Education, come giustamente sottolinea Pier Cesare Rivoltella (professore dell’Università Cattolica di Milano) in un post (http://piercesare.blogspot.com/2010/10/da-marc-prensky-marc-prensky.html) nel quale ricorda anche come lo stesso Prensky abbia più recentemente modificato la sua impostazione originale, preferendo rinunciare a classificazioni generazionali basate sull’età in favore di altre centrate sui livelli di competenza. In questo articolo del 2009 Prensky sostiene che “la distinzione tra nativi e immigranti digitali sta diventando meno significativa” e  vara nuove categorie indipendenti dall’età anagrafica  http://www.uh.cu/static/documents/TD/H.%20Sapiens%20Digital.pdf). Nel post di Rivoltella è presente anche un accenno al concetto di competenza digitale. In realtà è probabilmente questo il punto più rilevante del discorso: al di là delle appartenenze generazionali quello che appare importante oggi è che i cittadini di qualsiasi età riescano ad appropriarsi dei linguaggi dei media digitali. I giovani sembrano già essere padroni delle pratiche relative all’uso di questi media ma non è sicuro che tali pratiche siano anche supportate da reali competenze. In effetti la competenza digitale è stata inserita dall’UE tra le otto competenze chiave per il lifelong learning, a testimonianza della convinzione che le istituzioni educative debbano avere ancora un ruolo significativo, anche in questo settore. Per un approfondimento sulla competenza digitala si può consultare il sito Digital Competence Assessment , relativo ad un progetto di ricerca nazionale guidato dall’Università di Firenze (www.digitalcompetence.org).

Va tuttavia riconosciuto che uno dei punti di forza del discorso sui nativi digitali è proprio relativo al cambiamento necessario nei sistemi e nei processi educativi. Partendo dalla constatazione che siamo di fronte ad una “nuova specie” di studenti, come può la scuola rimanere immobile e continuare ad offrire percorsi e modalità operative sostanzialmente immutate da centinaia di anni?

Ed ecco quindi che si propongono nuovi scenari per l’organizzazione scolastica che tengano conto di questi nuovi abitanti digitali. Ad esempio, nel volume citato di Veen e Vrakking si trovano articolate proposte a partire dai programmi  di studio, fino all’organizzazione logistica, con alcuni esempi di pratiche già in atto; Ferri dal canto suo si sofferma anche sui genitori oltre che sugli insegnanti “immigranti” mentre non è raro trovare riferimenti ai nativi digitali nei progetti relativi all’introduzione di tecnologie nella scuola, come nel caso della Lavagna Interattiva Multimediale.

L’argomento dell’innovazione è stato utilizzato talvolta anche per contrastare la critica che stigmatizza l’uso dello stereotipo generazionale, sostenendo che tale critica è in realtà rivolta a conservare lo status-quo all’interno delle istituzioni scolastiche. In pratica, il dibattito si va trasformando sostanzialmente in un confronto tra sostenitori e avversari dell’innovazione. Un  esempio è questo post (http://etcjournal.com/2011/03/10/7478/ ) nel quale Jim Shimabukuro (professore dell’Università delle Hawaii, USA) critica aspramente il lavoro di Mark Bullen sostenendo tra l’altro che “(Bullen) ha investito molto del suo tempo e delle risorse del college per sviluppare e mantenere le pratiche attuali”. I toni di questo attacco danno anche la misura dell’asprezza con la quale si è sviluppato il dibattito su questo argomento!

Al di là degli schieramenti a favore o contro l’innovazione, c’è chi evidenzia invece come le tesi sulla necessità di una radicale trasformazione in senso tecnologico della scuola siano attraversate da una retorica tecno-centrica che risale quanto meno ai primi anni Venti. Come ricorda Maria Ranieri (docente dell’Università di Firenze), in un saggio dal titolo emblematico La scuola digitale tra mito e realtà (http://issuu.com/mariaranieri/docs/immigratidigitali_ranieri), il noto imprenditore e inventore statunitense Thomas Edison preconizzava nel 1922 una svolta delle istituzioni educative sotto la spinta delle tecnologie e asseriva: “Credo che l’immagine in movimento sia destinata a rivoluzionare il nostro sistema educativo e che in pochi anni sostituirà ampiamente, se non interamente, l’uso dei libri. […] L’educazione del futuro si baserà sull’uso del medium dell’immagine in movimento, un’educazione visualizzata, in cui sarà possibile ottenere il 100% dell’efficienza”.

Niente è cambiato, dunque? Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un’idea di tecnologia che agisce come forza autonoma della natura in grado di modificare da sola assetti sociali, caratteri antropologici, pratiche e stili cognitivi? Oppure occorre una maggiore cautela sull’impatto della tecnologia e una migliore conoscenza delle pratiche di appropriazione tecnologica delle nuove e, perché no, vecchie generazioni?

La parola passa ora voi, cari lettori di Bricks.

Qual è la vostra opinione? Vedete segni evidenti di mutazione nei vostri studenti e/o nei vostri figli? La metafora dei nativi digitali vi sembra utile, per comprendere le dinamiche socio-tecniche che si verificano tra i ragazzi e i giovani? E voi, come docenti, vi sentite immigrati digitali o cittadini a pieno titolo delle “libere repubbliche del web”? Cosa pensate del ruolo della scuola, rispetto a queste mutazioni? Deve cambiare radicalmente per poter dialogare con la Net Gen? Deve assecondare le pratiche digitali o, al contrario, costituire un baluardo della “cultura del libro”?

Attendiamo i vostri contributi qui sul sito della rivista o, se preferite, nella bacheca del gruppo Bricks in Facebook (https://www.facebook.com/home.php?sk=group_160204454034987&ap=1).

Nota.

Ulteriori risorse sul tema dei nativi digitali si possono trovare in rete:

  • http://digitallearners.wordpress.com/tools-resources/ è una raccolta di link relativi al dibattito internazionale, raccolti da Mark Bullen all’interno del suo progetto Net Gen Skeptic
  • http://www.diigo.com/user/antonf/netgen è l’indirizzo dei bookmark condivisi dell’autore su Diigo, con il tag netgen, appositamente utilizzato per catalogare risorse su questo tema e costantemente aggiornati. Vi si trovano anche molti riferimenti relativi al dibattito italiano.
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5 Comments For This Post

  1. Paolo Beneventi Says:

    A costo di essere irriverente, una rilevazione: quelli che parlano di “nativi digitali”
    1. in genere non frequentano i bambini
    2. danno l’impressione, nei videogiochi, di avere grossi problemi a raggiungere il secondo livello.

    Se si osservano i bambini come fanno il teatro, come si avvicinano alla natura, si vedrà che lo fanno con la stessa facilità (e con molta più originalità) di come si avvicinano ai mezzi cosiddetti “digitali” (che di digitale, nell’uso, non hanno ormai quasi più niente). Solo che di come sono i bambini non interessa a nessuno, mentre interessa molto vendere le LIM e gli IPad, e spacciare la facilità di consumo sempre più acritico e sempre meno produttivo con la “tecnologia”.

    Per ora rimando a due cose tra le tante cose che ho scritto al riguardo, tanto per introdurre il discorso. E ripeterò che, dato che da 30 anni lavoro con i bambini veri, non ho riscontrato in loro alcuna “mutazione”, né trovo alcuna difficoltà a comunicare con loro. Solo sono molto più stressati, come probabilmente anche certi professori che non riescono a mettere d’accordo i libri che hanno letto con la televisione che hanno visto (ma questi dovrebbero essere problemi loro!)

    http://bambinioggi.blogosfere.it/2011/01/nativi-digitali-nativi-teatrali-nativi-naturali-in-una-parola-bambini.html

    http://bambinioggi.blogosfere.it/2011/03/aiuto-salviamo-i-nostri-figli-dal-delirio-digitale.html

  2. Maria Grazia Fiore Says:

    Ho trovato particolarmente interessante il post di Paolo Ferri, soprattutto per ciò che concerne gli studenti universitari… La presenza di nativi digitali spuri nel segmento formativo connotato più di tutti da un modello di formazione “tradizional-trasmissivo” :-) è un cocktail micidiale. Il problema necessiterebbe di massicce dosi di formazione “significativa” all’uso della Rete (in primis) per entrambe le categorie. Il che mi pare utopistico.

  3. Luigi Colazzo Says:

    RIPORTO QUI LA DISCUSSIONE AVVENUTA SUL GRUPPO DELLA RIVISTA IN FACEBOOK

    Ieri 27 giugno 2011 alle ore 13.51

    Gianni Marconato Per ora debbo dire solo grazie per aver riassunto i temi del dibattito ed aver fatto un’eccellente collezione di link a risorse importanti. Poi, si vedrà .. il tema comincia a non appassionarmi più … sorry
    Ieri alle ore 14.21 •
    Antonio Fini Eppure Gianni è più che mai attuale, spunta dove meno te lo aspetti, proprio oggi anche a proposito dei compiti estivi: http://www.repubblica.it/scuola/2011/06/27/news/compiti_estivi-18265262/?ref=HREC1-10
    Ieri alle ore 14.50 •
    Gianni Marconato Si, hai ragione Antonio, oramai è una questione fuori controllo, impazzita. Non so se e quanto valga ancora la pena di essere seguita. Una importante rivista di settore mi ha chiesto un contributo sulla questione con taglio critico (il mio, of course) e sto meditando di declinare l’invito, per nausea e pocz onestà intellettuale (non certo il tuo caso) nel portare avanti la riflessione
    Ieri alle ore 15.06 • • 1 persona
    Paolo Beneventi
    Antonio, la possibile generazione “digitale” è morta con gli anni 90, con la scomparsa del personal computer e l’apparizione dei gadget da toccare a casaccio per vedere che cosa succede. Se fosse successo qualcosa alle nuove generazioni, frequentando bambini da 30 anni, magari me ne sarei accorto. Prensky:nella sua vita pare non abbia fatto altro e che inventare questa brillante definizione e Ferri li classifica in base alla “esposizione” ai mezzi, manco fosse radioattività! A Rivoltella era piaciuta la conclusione del mio articolo, quando avevo scritto: “nella scuola primaria italiana: non ci sono i soldi per la carta igienica, ma si investe in modo massiccio nelle LIM. Probabilmente, i nativi digitali puri cagheranno bit!” http://bambinioggi.blogosfere.it/2011/03/aiuto-salviamo-i-nostri-figli-dal-delirio-digitale.html
    Ieri alle ore 15.39 •
    Valentina Comba Sono d’accordo con Paolo Beneventi, soprattutto riguardo a Prenski che è stato ampiamente criticato anche a livello internazionale. Di studi sull’argomento ce ne sono fin troppi ma i ragazzi cosa sanno fare veramente ????
    Ieri alle ore 15.58 •
    Maria Grazia Fiore Io concordo perfettamente sulla questione degli studenti universitari, invece…
    Ieri alle ore 16.00 •
    Antonio Fini Grazie Valentina, ho inserito il tuo ottimo articolo apparso su Je-lks nell’elenco delle risorse sul tema
    Ieri alle ore 16.01 •
    Luigi Colazzo Comincio a non sopportare più le mode. Fino a qualche tempo fa non si parlava altro che di learning objects, poi di nativi digitali, quindi e-learning 2.0 poi chissà di cosa altro. Credo che dovremmo cambiare approccio. La questione dei nativi non è banale. Se si cambia modo di comunicare si cambia la forma del pensiero (vedi passaggio dalle culture orali alle culture scritte) Magari non subito ma si cambia.
    22 ore fa • • 2 persone
    Crescere Creativamente ma non nell’arco di un ventennio :) forse si potrà dire ma molto più avanti quando questo tipo di comunicazione sarà davvero generalizzata.
    22 ore fa •
    Maria Grazia Fiore
    Il problema oggi non è la generalizzazione, secondo me, quanto la situazione a macchia di leopardo dipendente dai contesti socio-culturali di provenienza. E comunque la classe docente è destinata ad invecchiare sempre di più senza ricambio. Tra dieci anni cosa succederà? Non si tratta di contrapporre le solite visioni da apocalittici e integrati, né di mettersi a disquisire semplicemente sui termini. Se qualcuno crede che sia inutile indagare l’argomento è libero di farlo così come lo è chi pensa il contrario, senza necessariamente essere additato al pubblico ludibrio. :-) Prensky ci presenta una di quelle formule tipo “intelligenza emotiva”, inventata da Goleman (che non è certo uno psicologo ma un pubblicista), grazie al quale sono stati falcidiati – all’apice della sua diffusione – un certo numero di manager, solo in base all’esito dei test creati per “misurarla”. Che poi ci si preoccupi di fornire le LIM mentre si riduce la scuola pubblica alla canna del gas, questo è un problema che attiene alla prooaganda ministeriale e non alla fondatezza della questione in sè. Ovviamente IMHO. :-)
    21 ore fa •
    Paolo Gallese Io consiglio di tornare ad occuparsi dei bambini, quelli che capitano, come capitano, tecnologici o no. Il resto a questo punto è accademia per alzare le proprie quotazioni personali. Mi si perdoni la polemica (che non vuole esserlo e si mantiene sul sorriso bonario).
    21 ore fa • • 2 persone
    Crescere Creativamente ecco e questo mi si perdoni anche me, lo avevo già scritto: i bambini sono bambini e basta.
    21 ore fa • • 1 persona
    Pierfranco Ravotto
    Il buon Valerio, in un’altra discussione – lanciata quasi in contemporanea a questa ma almeno sino ad ora di minor successo – parla di “complessità” e pensiero “lineare e semplificante”. Ebbene: a me pare che il tema in questione sia complesso e che non lo si possa semplificare né con il mito dei nativi né, per contrapposizione, sostenendo che non è successo niente.

    1. Qualcosa di significativo è successo: ci sono nuovi strumenti di comunicazione fra le persone, nuove abitudini, e i giovani sono cresciuti immersi in essi, quei linguaggi sono per loro abituali. Questo è un dato di fatto. Per molti aspetti la scuola e il linguaggio degli insegnanti è rimasto invece quello di prima. Anche questo è un dato di fatto. Porre il problema di come affrontare questa contraddizione a me sembra (e così io ho letto anni fa il famoso articolo di Prensky, vecchio ormai, credo; di una decina d’anni) doveroso. E’ questione di andare oltre, di chiedersi come utilizzare per comunicare con loro i nuovi linguaggi e strumenti (ricchi, oltretutto, di potenzialità) e di cosa cercare di insegnargli (e come) di linguaggi (e strumenti) vecchi ma utili. Faccio un esempio: sento molti insegnanti dire che non fanno più fare ricerche e tesine perché tanto gli studenti le copiano da internet. Si perde così il buono del vecchio e non si sfrutta il buono del nuovo!
    Si tratta di sperimentare e “valutare” i risultati: non un generico ho usato FB con gli studenti e loro sono stati contenti, ma una misurazione dei risultati ottenuti, dell’aumento o meno dell’efficienza e dell’efficacia dell’insegnamento.

    2. Dire “nativi” non significa dire “colti”, o con linguaggio più attuale “competenti”. I nostri studenti sono, generalmente, nativi della lingua italiana, ma questo non significa che la usino in modo opportuno e corretto. Usiamo l’italiano per insegnargli la storia e la matematica e per insegnargli lo stesso italiano.

    3. Poi c’è quell’altra non irrilevante questione del “pattern” cognitivo. Il fatto che siano nativi del digitale ha cambiato la loro struttura neuronale al punto da aver modificato la loro struttura cognitiva? E, nel caso, in quale misura? Qui non mi pare ci si possa “schierare” per il sì o per il no, il sì o il no (ma, ripeto, soprattutto in quale misura) è compito dell’indagine scientifica. Indagine cui gli insegnanti possono dare un contributo basato sulla loro osservazione sul campo.
    20 ore fa • • 2 persone
    Francesca Scalabrini
    Sul generale, sono d’accordo anch’io con chi dice che ultimamente si fa un po’ troppo “accademia” e che in Italia quando scoppia una “moda” si rischia di essere solo ridondanti e mai veramente riflessivi….e creativi ,docenti a parte e vi posso assicurare che alcuni sono davvero fantastici…Fortunatamente giro moltissimo nelle scuole e, per esempio, vi posso assicurare che quello dei “nativi digitali” è “ormai”per molti di loro un falso problema…ma magari ne parlerò con più calma… Invece al punto 3 indicato da Ravotto sono molto interessata, sia come mamma, sia come docente, sia come “ricercatrice”. Ho una bambina di 9 anni e guardarla “con l’occhio piagetiano-bruneriano” (!) è molto divertente, ma anche molto interessante… A quanto so esistono solo degli studi n Australia.. io, nel mio piccolo, ho ossevato in modo del tutto personale ed induttivo circa un centinaio di bambini della primaria alle prese con la LIM e alle prese con videogiochi di ultima generazione, a iniziare dalla Wii… e direi che avrei osservazioni ed idee da condividere con chi fosse interessato ad una ipotesi di ricerca in questa direzione…
    19 ore fa •
    Crescere Creativamente ‎Pierfranco Ravotto tutto ciò mi trova d’accordo (i miei commenti sono brevi per via del mezzo, ma è un limite mio) l’idea di una sperimentazione seria che trovi indicatori basati sull’osservazione sul campo trova il mio pieno consenso
    19 ore fa •
    Francesca Scalabrini sono qui! :-)
    19 ore fa •
    Gianni Marconato
    Ma vi rendete conto dell’enorme fesseria che si è compiuta, per colpa di alcuni che hanno agito colpevolmente e di tanti altri che hanno creduto supinamente, pecorescamente e senza cercare di capire, la mostruosità di aver trasformato un’innocente espressione usata in modo un po’ sprovveduto (tanto che anni dopo l’ha rinnegata lo steso “creatore”) per indicare una – presunta – differenza tra generazioni nella connotazione di un’intera generazione?
    18 ore fa • • 3 persone
    Paolo Gallese
    Sai Gianni, è quando ho cominciato a leggere che i bambini di oggi stavano sviluppando un meccanismo cognitivo diverso dal nostro, che ho cominciato a dubitare. Io faccio lo sprovveduto qui, ma non lo sono: ho 12 anni di professione sulle spalle nella ricerca sull’impatto culturale e sugli aspetti sociologici della tecnologia. Stiamo tutti un po’ più calmi e prestiamo più attenzione a quel che dicono e fanno i bambini…
    18 ore fa • • 2 persone
    Gianni Marconato Hai ragione Polo, smettiamola di chiamare i giovani d’oggi “nativi digitali” che è diventata una sciocca etichetta per designare non si sa bene cosa e cerchiamo di capire le nuove generazioni per quello che fanno e sono, con e senza le tecnologie (questa la devo aver letta da qualche parte, scusate) ed anche, e soprattutto, oltre le tecnologie
    18 ore fa • • 2 persone
    Simonetta Leonardi è vero che la definizione ormai è diventata uno stereotipo e che ci ha stancati, però ha avuto anche il merito di averci fatto molto riflettere e dibattere sul tema dei nuovi/vecchi stili cognitivi e questo, a mio avviso, è stato molto positivo. Ora si potrebbe anche andare oltre
    17 ore fa •
    Paolo Gallese Ad essere sinceri ha un po’ sviato i termini e i modi delle indagini necessarie di fronte ai diversi cambiamenti cui induce la tecnologia. Ma molti elementi di utilità li ha avuti, lo ammetto. Ma a questo punto farei una retrospettiva interessante su come siano cambiati i modelli cognitivi degli adulti :-D
    17 ore fa • • 1 persona
    Franco Castronovo però vedo che è un tema su cui ci si butta volentieri a discutere…. :-)
    17 ore fa •
    Paolo Gallese Bè, qui c’è gente in gamba che scrive. E’ bello leggerli. :-D
    17 ore fa •
    Paolo Beneventi
    Non è cambiato il modo di comunicare. Oggi sono possibilità enormi che non vengono nemmeno viste e si scambia per “comunicazione” il piatto consumo del niente. Sono 30 anni che lavoro sulla comunicazione dei bambini, quella vera, misurandomi con i bambini, quelli veri. Il consumo del niente “digitale” è solo un modo per riempire la mancanza per i più di un contatto vero con le persone e con l’ambiente. Parliamo dei problemi e delle opportunità delle persone del nostro tempo, e non degli stereotipi, . osserviamo i bambini accanto a noi, e non il catalogo di media world scambiato per la “tecnologia”. Stiamo crescendo una generazioni di analfabeti, senza equilibrio tra l’esperienza e il consumo, tra il caos dei messaggi ricevuti e la capacità eventuale di trasmettere. E i bambini sono messi molto peggio di tanti adulti, che qualche accenno di cultura “digitale”, tra gli anni ottanta e novanta, almeno lo hanno intravisto!
    17 ore fa • • 2 persone
    Paolo Gallese Paolo, non ho nulla da aggiungere a quel che hai detto; solo tutto da condividere. :-D
    16 ore fa • • 1 persona
    Luca Ahead Tateo mhhh rifletto sulla fine che storicamente hanno fatto i natives quando sono arrivati gli “scopritori” e ho un’insight rispetto agli assetti di potere gerontocratici della nostra società. sarà una metafora azzardata, eppure…
    16 ore fa •
    Paolo Beneventi Luca, i bambini sono da sempre “colonizzati” e costretti a crescere come gli adulti. Non è certo la “natività” digitale che gli togliamo, ma il gioco, la curiosità, la gioia di vivere. E se parlassimo un po’ più di quello, invece che dei problemi cognitivi di adulti che non sanno adattarsi e che pensano che tutto il mondo abbia gli stessi problemi loro?
    16 ore fa • • 3 persone
    Gianni Marconato Allora la posaimo dire che sta storia dei nativi digitali, a dirla con Fantozzi – e non è poco – è una boiata pazzesca?
    9 ore fa • • 1 persona
    Gianni Marconato Allora la posaimo dire che sta storia dei nativi digitali, a dirla con Fantozzi – e non è poco – è una boiata pazzesca?
    9 ore fa •
    Crescere Creativamente ma certo che sì e senza alcun fondamento scientifico, e questa è la cosa che mi fa inviperire, perchè per dimostrare che il pensiero cambia ci voglio prove, indicatori e non impressioni
    9 ore fa •
    Crescere Creativamente ho detto genericamente “pensiero” ma spero si sia capito cosa s’intende
    9 ore fa •
    Paolo Beneventi A proposito, ci sono cose che non esistono assolutamente, e per questo è impossibile confutarle. Vaglielo a dire a un leghista che “Va pensiero” non è l’inno dei lombardi! La storia dei “nativi digitali” ormai è della stessa natura: pura ideologia. Si confrontano i bambini di oggi con gli adulti di 40 anni fa e il gioco è fatto!
    8 ore fa •
    Crescere Creativamente e cmq diciamolo che noi adulti nei confronti dei bambini siamo dei manipolatori e che questa vicenda rasenta la violazione dei diritti dei bambini, prima li lasciamo soli di fronte ad una macchina, poi diciamo che la macchina li ha trasformati, mah
    8 ore fa •
    Paolo Beneventi Il mondo odierno è una violazione continua e sistematica dei diritti dei bambini_ http://bambinioggi.blogosfere.it/2011/06/bambini-condannati-alla-genialita-chi-li-difende.html
    8 ore fa •
    Valentina Comba C’è molto da lavorare; anche con gli adulti. Se posso spezzare una lancia a favore di quanto dice Gino Colazzo, ricordo a tutti che siamo anche in preda alla moda degli ebooks. Se uno va all’estero – anche solo in Olanda o in Inghilterra capisce quanto tempo passiamo solo a parlare e scrivere; e troppo poco a decidere, cambiare, lavorare per avere dei risultati seri.
    8 ore fa •
    Maria Grazia Fiore
    ‎Gianni Marconato no. Io non sono d’accordo. Continuo a sostenere che nella discussione si incrociano piani d’analisi molto diversi e problemi con origini altrettanto diverse. La questione non riguarda l’essere “naturalmente” dei geni perché nati digitali né affrontare l’argomento con le stesse motivazioni con cui Popper accusava la televisione di essere una cattiva maestra. Però credo che le posizioni siano ormai sedimentate quindi… parliamo d’altro che è meglio. :-) Buona giornata.
    8 ore fa • • 1 persona
    Francesca Scalabrini
    Vi devo ringraziare. Sono mesi che vivevo quasi con imbarazzo le mie posizioni personali e che mi sembravano così controcorrente di fronte ad una massiccia diffusione di articoli,corsi, “ricerche”, convegni, pubblicazioni, libri… specie qui a Milano, che sono definite dai più come “intoccabili”….ma che alla fine, sempre secondo me, finiscono per appiattire il dibattito attraverso slogan, facili ( e sempre le stesse) citazioni, luoghi comuni e standard che poco rimandano alla vera complessità del sistema scuola-fuori da scuola (e che non si può sezionare in vitro, in “laboratorio” o attraverso questionari… non basta..la ricerca su campo dov’è finita?). Grazie. perchè qui ho trovato persone che invece mi sembra che abbiano ancora il coraggio di dire come la pensano..a prescindere…nel rispetto di ciascuna idea. E’ meglio continuarea a farsi domande che accontentarsi delle risposte, è meglio continuare a cercare.. io amo avere dubbi…diffido sempre di chi ha solo delle certezze…:-)
    8 ore fa • • 2 persone
    Gianni Marconato
    ‎Maria Grazia Fiore, il mio NO (convinto) all’uso del termine e del concetto di ND deriva da una premessa e da tre ordini di considerazioni. La premessa è che ND va usato nel significato dato da chi lo ha creato e che prevede, oltre ai contenuti che conosciamo (o almeno lo spero) anche alla sua contrapposizione a quello di Immigrante Digitale. I due ordini di considerazione sono 1) anche Prensky ha detto a chiare lettere che i ND non esistono e che si era sbaglaito ad identicarli come categoria e nei termini da lui definiti. Quiandi, se lo dice lui … 2) Relativamente al digitale il giovane d’oggi non presenta una “sindrome” specifica che lo differenzi dagli adulti. Esiste una “qustione digitale” che vale per tutti e che, forse, si declina in modi specifici a seconda dell’età. Forse. 3) se vogliamo parlare delle questioni che riguardano le giovani generazioni, magari in un contesto scolastico, i temi da considerare sono tanti e non sono convinto che quello digitale sia il principale.
    7 ore fa • • 1 persona
    Gianni Marconato Concludo dicendo che la questione digitale è più un problema per gli adulti che per i giovani. E, forse, varrebbe la pena di somministarre potenti sedativi a quegli adulti in preda al panico da …. niente
    7 ore fa • • 1 persona
    Paolo Gallese Gianni, perfetta e interessante conclusione. Del resto, basta osservare (per inserire una banalità in questa discussione) il problema e l’agitazione che stanno dietro l’approccio alle LIM di aziende ed insegnanti: in piccolo, ritroviamo un po’ l’universo descritto efficacemente da te e da Paolo, qualche commento fa.
    7 ore fa • • 2 persone
    Antonio Fini
    Intanto ringrazio molto chi ha contribuito finora. In particolare ho apprezzato l’ultimo commento Francesca che ha centrato l’obiettivo non solo dell’articolo ma direi dell’intera “operazione Bricks”. Stimolare il dibattito, creare dubbi proponendo molte domande e ..poche risposte :-)
    Spero anche che la discussione non si fermi qui. Come ho scritto nelle ultime righe, rebbe sentire più voci “dal campo”, da parte di colleghi, soprattutto della scuola primaria, che vivono quotidianamente con gli alunni più piccoli. Come ve la state cavando? Trovate difficoltà “nuove” e magari anche nuove facilitazioni nel rapporto educativo? Come vi rapportate al tema delle tecnologie?
    Infine sul tema della ricerca sul campo, anche se è poco educato auto-citarsi :-) , c’è questo articolo apparso sulla Rivista della Società Italiana di Ricerca Didattica http://www.sird.it/index.php?option=com_phocadownload&view=category&id=19%3Anumero-5-anno-iii-dicembre-2010&download=81%3Ala-competenza-digitale-nella-scuola-modelli-strumenti-ricerche-di-antonio-calvani-antonio-fini-maria-ranieri&Itemid=101
    3 ore fa •
    Luigi Colazzo
    Non immaginavo di accendere una discussione così con il mio commento. Ma va bene anzi va benissimo discutere fa sempre bene ci si chiariscono le idee. Visto che ci siamo vi spiego cosa volevo dire con quel commento. Per prima cosa perché mi sono stufato delle mode.
    Cominciamo dalla moda dei learning objects che è più facile: certo capisco che l’argomento abbia stufato qualcuno ma il problema resta. Intanto quelli che si sono stufati devono spiegarmi come si fa a fare didattica innovativa senza materiali didattici elettronici (perché di questo si parla). Il problema non è discuterne ma farli. Mi spiego meglio. Se io credo che i materiali didattici digitali sono come i libri ovvero degli sfoglia pagine elettronici è normale che dopo un po’ l’argomento perda di interesse. Ma i materiali didattici elettronici non sono questo o almeno non solo questo. Per farli in modo creativo e innovativo bisogna inventarli e almeno programmare un computer: nel mondo non ci sono pasti gratis. Invece di learning objects si parla molto ma si vede poco e quello che si vede sono oggetti primitivi fatti come un tempo si facevano le automobili ovvero imitando le carrozze (anche nella forma esteriore ma senza cavalli). Continuando ad affrontare così la questione l’argomento finisce per essere una moda.
    E veniamo all’argomento nativi. Per sapere se i nativi hanno un cervello che funziona diversamente da quello dei non nativi non possiamo scoprirlo solo guardando i comportamenti (questi potrebbero essere influenzati da molti altri fattori) ma bisogna ricorrere alle neuroscienze. Io non sono un neuro scienziato e quindi sto a guardare e cerco di informarmi. Ma senza bisogno di un grande acume posso guardare cosa sappiamo del passaggio dalla cultura orale a quella scritta (rivoluzione paragonabile a quella attuale). Per prima cosa quel salto è stato molto meno complesso di quello a cui assistiamo perché ha riguardato solo la fissazione su un supporto (pergamena, papiro, coccio, pietra) delle rappresentazioni (verba volant scripta manent). Invece la situazione attuale è molto diversa. Il salto contiene tre cose a) la creazione di un processore artificiale b) l’unificazione della notazione di tutte le rappresentazioni e c) la descrizione formale dei processi. Nessuna di queste cose si era vista prima. Sempre continuando ad analizzare il passaggio cultura orale vs. cultura scritta dobbiamo considerare il tempo. Dalle prime forme di scrittura a quando Platone pone la questione nel Fedro passa qualche migliaio di anni. La scrittura introdotta per garantirsi che tutti avessero pagato le tasse era diventata all’epoca di Platone la base dello sviluppo delle polis greche (la legge è scritta e pubblica). Nel frattempo erano nate cosette come la matematica (impossibili in una cultura orale ). Ora a noi sembra talmente normale che tra pensiero della cultura orale e quello di una cultura scritta ci sia un salto di complessità ma per effettuare quel salto c’erano voluti molto di più di 20 anni. Io credo sia improbabile che i cervelli delle nuove generazioni siano già così cambiati da poter parlare di una differenza tra nativi digitali e non nativi (ma ripeto non sono un neuro scienziato) ma sono convinto che cambieranno. La velocità di questo cambiamento dipende da quanto plastico è il cervello della nostra specie ma credo che avverrà che lo si voglia o no.
    Per queste ragioni sono in profondo disaccordo con Gianni Marconado ( e per essere sinceri non ho citato a caso i learning objects ma l’ho fatto ricordando alcuni suoi post) Il suo modo di affrontare la discussione finisce per essere irritante. Mi ricorda certe trovate semplificanti dei corifei della destra. Ancora a parlare di operai ? di solidarietà ? ma su ragazzi voi della sinistra siete vecchi Non vedete che il mondo sculetta e si diverte. Queste cose a dire il vero si sentono ancora Ma quel che è peggio è che contagiano anche la nostra discussione. Una boiata pazzesca ? forse la definizione di nativi digitali è una fuga in avanti ma la questione è seria molto più seria delle nostre chiacchiere.
    circa un’ora fa • • 1 persona
    Pierfranco Ravotto Discussione vivace su cui tornerò visto che ci sono alcuni accenti che non condivido. Ma intanto un suggerimento: dovresti trovare il modo di riportare questa discussione anche sul sito della rivista. magari un semplice copia-incolla di tutti gli interventi
    circa un’ora fa •
    Luigi Colazzo Chi dovrebbe ? non ho le autorizzazioni per farlo ciao gino
    circa un’ora fa tramite : •
    Paolo Beneventi
    Bel dibattito comunque, vivo.. Tanto per farmi un po’ di “auto pubblicità – visto tutte le citazioni di studi spesso estremamente campati per aria su cui si basa la faccenda – vorrei far presente i discorsi assolutamente bastati invece su estese ricerche sul campo, che io ho fatto sull’uso pratico delle nuove tecnologie durante le attività di animazione (http://www.sonda.it/nuova-guida-di-animazione-teatrale/), così come sulla crisi del sapere trasmissivo e le analogie tra la cultura dei bambini e l’etica hacker (http://www.sonda.it/i-bambini-e-lambiente/). In questi libri ho spostato il discorso dalle macchine ai bambini, ho parlato molto con le loro voci e – scusate – ho usato l’osservazione e le capacità di ragionamento più che non gli slogan e le “statistiche”. Forse per questo mi citano così poco! (al tempo dei bambini e il computer mi ero meritata una pagina sul venerdì di repubblica, ma poi non vendevo niente…): http://www.sonda.it/come-usare-il-computer-con-bambini-e-ragazzi-2/
    51 minuti fa •
    Gianni Marconato
    Gianni Marconato Luigi, immaginavo che la citazione del LO non fosse fatta a caso e te ne sono grato. La tua irritazione per il mio tono immagino sia la stessa che provo io quando sento dare realtà ad un’entità inesistente, i ND, appunto. In un mio commento precedente ho esplicitato l’oggetto del mio disacoirdo: l’uso della categoria del ND ed ho anche scritto che la qestione dell’impatto delle tecnologie digitali nei procesi di pensiero e nelle pratiche dei giovani d’oggi (che NON vanno chiamati ND, ed il perchè lo ho detto) meriti di essere considerata con attenzione e fuori da stereotipi. Sul come investigare la questione, forse è utile riferirsi alle neuroscienze anche se credo più produttivo ricorrere alle categorie cognitiviste e ad analisi fenomenologiche delle pratiche. Tu affermi che la defiizione di ND sia una fuga in avanti; per me è una fuga indietro
    26 minuti fa •
    Pierfranco Ravotto A Gino (Luigi): La proposta di riportare sul sito Bricks era rivolta ad Antonio. Stavo rispondendo al suo intervento ma la tua risposta si è messa in mezzo :-)
    17 minuti fa •
    Luigi Colazzo mi spiace:)
    17 minuti fa •
    Pierfranco Ravotto Nessun problema. Era solo per spiegare perchè sembrava dicessi a te. E adesso aggiungo, per Antonio, che evidentemente non si può fare un copia e incolla come avevo scritto sopra, ma occorre dare un po’ d’ordine. Ma insisto sull’idea che la discussione vada riportata anche là perchè c’è chi FB non lo frequenta.
    13 minuti fa •
    Antonio Fini Pier, temo che ci si debba rassegnare all’eterogeneità degli ambienti… :-)
    11 minuti fa •
    Gianni Marconato Anto, la rete è bella per questo!
    6 minuti fa •

  4. Francesca Scalabrini Says:

    Caro Antonio… non è un caso che ho accennato alla ricerca su campo.. conoscevo già il link che hai inviato e l’ho letto con molta attenzione…come sai ranieri è stat da noi in ex IRRE proprio recentemente… ma ritorno quindi alla mia piccola proposta…che porta ad una “grande” sfida…perchè non ragioniamo insieme sulle possibilità di una ricerca di osservazione su campo su come i bambini “si muovono” ed “apprendono” attraverso queste nuova terza dimensioni virtuale che LIM e videogiochi offrono 8 ma anche cuola 3D nè èstata un ottimo esempio…)? Io come dicevo, da mamma “bruneriana” osservo mia figlia di 9 anni come si muvove “nello schermo” attraverso la “protesi” della wii..e mi vengono tante domande…ho osservato tanti bambini del primo ciclo primaria rispettto alla manipolazione di “oggetti” sulla LIM, oggetti che diventano non più foto, testi, suoni..ma veri e propri oggetti d’apprendimento… mi pongo o altrettante domande magari parlo anch’io di “aria fritta” e se è così…sarei molto interessata ad avere link o riferimentia ricerche in questo ambito: cosa staacapiatando al loro cervello? Quali nuove prospettive si aprono o nonsi aprono? Se poi pensate che sui giornali si sta dibattendo sul fatto che i ragazzi usano sempre meno spesso il corsivo e lo si fa purtroppo solo in modo demagogico e neagativo…( negativo magari lo è anche ..forse.. ma parliamone!)
    buona giornata
    Francesca

  5. anto Says:

    Caro Paolo, non condivido affatto la posizioni come la tua che individuano “quelli che..” e assegnano loro caratteristiche stereotipate. Se ci pensi bene, stai realizzando esattamente quel tipo di generalizzazione che poi intendi criticare, a proposito dei ND.
    Ma trovo particolarmente curioso come questo argomento “accenda” gli animi! Il caso di Bullen che ho citato è emblematico, ma anche la discussione che si è sviluppata in poche ore su FB (e che Gino ha riportato qui, grazie!) non scherza..
    Stranamente, a volte sembrano prevalere gli aspetti “personali” piuttosto che le argomentazioni.
    Ben venga quindi l’invito di Francesca a sviluppare la ricerca. Le impressioni aneddotiche non possono essere sufficienti, nè le contrapposizioni ideologiche.
    A me sembra che, indipendentemente dai motivi, che sono sicuramente molti, le istituzioni educative stiano perdendo “rilevanza”. E’ possibile che gli aspetti tecnologici siano una parte di questo problema. La mia idea è che porre la questione in termini generazionali (che forse è anche in parte corretto) comunque non aiuti a superare il problema ma possa anzi complicarlo ulteriormente, emarginando sempre più gli “immigrati senza speranza” e inducendo gli altri ad una sorta di eterna rincorsa..
    Serve l’innovazione, soprattutto per riaffermare il ruolo di guida della scuola nei confronti dei giovani. Certo, la scuola deve cambiare, profondamente, non soltanto in relazione alle tecnologie.

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