A scuola di media education. Sguardi interdisciplinari sull’educazione ai media.

Scritto il 19 maggio 2012 by Redazione Bricks

Appunti dal convegno a cura del MED Toscana

Il luogo

All’isola d’Elba, nei primi giorni di maggio, si è svolto un convegno del tutto insolito per il panorama formativo lacunoso cui il territorio insulare è ormai da troppo tempo abituato. Il meeting “A scuola di Media Education. Sguardi interdisciplinari sull’educazione ai media” che si è tenuto a Marina di Campo (LI) il 2-3 maggio 2012 orientato a far riflettere per due interi pomeriggi sull’educazione ai media, ha rappresentato una novità assoluta per quasi tutti i convenuti e ciò sia sul piano della tematica in oggetto, sia su quello della mobilitazione che l’evento ha creato.
Questo contributo, come una sorta di taccuino degli appunti, si propone di ripercorrerne lo sviluppo e di restituire in sintesi i punti salienti di un percorso formativo, breve ma intenso, che ha cercato di delineare i fondamentali della Media Education.
 

La Media Education e l’impegno del MED

Il convegno promosso dall’Istituto Comprensivo “G.Giusti” di Marina di Campo e curato nei suoi dettagli formativi dal MedToscana, ha raccolto unanimi consensi per l’alto livello dell’offerta esperienziale. I buoni auspici con cui l’iniziativa aveva preso il via erano già ravvisabili nell’alto numero di partecipanti costituito in prevalenza da insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado isolane e del continente, ma anche da molti educatori. Il forte consenso è stato evidente già durante la plenaria del primo giorno quando l’intero consesso dei convenuti è apparso convintamente sollecitato dalle relazioni dei docenti che hanno modellato il fitto programma.
Nell’introdurre i lavori Alberto Parola, nella veste di vicepresidente del MED (Associazione Italiana per l’Educazione ai Media e alla Comunicazione, www.mediaeducationmed.it/), ha evidenziato come sia importante e fondativo, ma niente affatto scontato, il rapporto collaborativo tra Università e Territorio; una proficua interrelazione che finisce per alimentare la crescita di entrambi i poli e che per il MED è ormai magnifica consuetudine che si realizza ogni estate nelle Summer School che si svolgono da più di venti anni a Corvara (BZ).

L’approccio critico

L’intervento di Roberto Farnè, che è Professore Ordinario di Didattica Generale presso l’Università di Bologna, si è sviluppato proprio nella direzione di uno scambio sinergico tra base e mondo accademico. Con la dichiarata intenzione di condividere con la platea una serie di riflessioni personali più che di tenere una lezione, Farnè ha offerto un ricco ventaglio di immagini suggestive a partire dalla lettura dell’articolo “Ho studiato fisica sull’iPad. Che potenza” pubblicato sul Corriere della Sera del 29 aprile da Davide Francioli, uno studente dell’ultimo anno del liceo classico Carducci di Milano che è stato invitato a studiare fisica anziché sul tradizionale manuale di Ugo Amaldi, sulla sua nuovissima versione per iPad curata da Zanichelli.
Un articolo fresco e ben scritto, un interessante “diario di esperienza” che, a proposito di media, ci permette di riflettere sul superamento della vecchia contrapposizione tra apocalittici e integrati come ad una tassonomia che oggi non funziona più. Un esempio, didascalicamente efficace, di come si possa intrattenere un atteggiamento corretto nei confronti dei media. Abbiamo di fronte un ragazzo alfabetizzato che li usa con evidente consapevolezza critica (è bello, è interessante, devo prendere dimestichezza, avere il libro vicino per il momento mi dà più sicurezza) che mette bene in luce quella giusta misura, quella giusta problematicità, che deve accompagnare il nostro entrare in contatto con i media.
Dobbiamo, dunque, elaborare delle categorie critiche sulla pedagogia dei media proprio a partire dal fatto che li usiamo e ciò per non ricadere nelle vecchie categorie: o sei un apocalittico, o sei un integrato, o i media sono tutti da buttare via, oppure sono la cosa che risolve i problemi del mondo. Si tratta di aprirsi all’esperienza con la giusta problematicità rifuggendo da modelli ideologici precostituiti, evitando quelle polarità estreme di rifiuto incondizionato o di futile entusiasmo che si risolvono in sterilità. E’ cieco l’atteggiamento pregiudiziale di chi pensa che il libro tradizionale, la lezione tradizionale, siano sempre da preferire a tutto il resto, a prescindere. Così è altrettanto insana l’idea, da sfatare con fermezza, che l’educazione ai media sia riconducibile e riducibile alle ultime tecnologie mediatiche. La pedagogia dei media non rincorre le novità del panorama tecnologico. Nella scuola entrano, di buon diritto, le tecnologie, i media, i linguaggi, i messaggi e ci si occupa di scrittura, di libri, di figure, di parole. Nella scuola la parola è sempre stata ed è ancora medium potentissimo. La capacità retorica di un insegnante è sempre stata ed è ancora fondamentale. Si potrà senz’altro sentire gli allievi dire che un insegnante è bravo perché “spiega bene” e non certo che è bravo perché usa la LIM. Allora quando nella scuola si adottano delle tecnologie la domanda d’obbligo è perché lo si fa, in base a quale “idea di scuola” dichiarata intendiamo farlo. Dunque diciamo sì alle tecnologie ma adottiamole con una razionalità critica, selettiva, facendo delle scelte, chiedendocene sempre il perché. Dopo aver illustrato per punti il panorama entro cui ci troviamo ad agire, dalle intenzioni dei documenti ministeriali (Moratti 2003, Fioroni 2007, Gelmini 2008) alle dinamiche del web 2.0, Farnè ha aperto un quadro problematico sull’uso delle tecnologie a scuola. Migliorano forse la qualità didattica dell’insegnamento (comunicazione/spiegazione)? Possono migliorare l’apprendimento rendendolo più piacevole/meno faticoso? Aumentano la quantità/qualità dei saperi da trasmettere? Permettono alla scuola di stare al passo con le tecnologie della comunicazione sociale? Le ICT (Information and Communication Technologies) aumentano l’efficienza del sistema di istruzione (meno insegnanti/più alunni per classe)? Una citazione da Asimov (The fun they had, Come si divertivano, 1951) ha concluso l’intervento aprendo scenari di riflessione su tecnologie e cultura delle tecnologie tutti da giocare tra insegnanti e studenti esplorando il forte rapporto che c’è tra Media Education e insegnamenti disciplinari dove i concetti guida, oggi, non possono non essere problematizzazione, approccio critico, convergenza, trasversalità.

Le finalità e gli obiettivi

Damiano Felini, Ricercatore di Pedagogia Generale e Sociale nell'Università di Parma, per affrontare la delicata questione della progettazione della Media Education, ha esordito sottolineando come l'esperienza dello studente alle prese con lo studio della fisica tramite iPad, demitizzi di fatto una pericolosa retorica oggi assai in voga. L’enfasi sui cosiddetti “nativi digitali”,  spesso accolta acriticamente come un dato di fatto, se non come una panacea, rischia di non far scorgere molti bisogni educativi col risultato di lasciare colpevolmente vuoti altrettanti spazi di formazione. E’ senz’altro vero che oggi già da piccolissimi si è in grado di accendere/spegnere, manovrare il computer e le altre tecnologie. Ma di che tipo di competenza stiamo parlando? Una risposta ci può venire proprio dalle finalità e dagli obiettivi dell’educazione ai media. Essa, mettendo in campo un complesso insieme di processi mediaeducativi, persegue l’obiettivo di far crescere consapevolezze, conoscenze, abilità, competenze mediali che si realizzano nella possibilità di accedere, analizzare, valutare, produrre, riflettere, partecipare alla comunicazione facendo i conti con i vari linguaggi mediatici. Approfondendo le peculiarità della Media Education in termini di finalità e obiettivi, assumono forte evidenza cinque aree di competenza mediale che vedono l’allievo farsi di volta in volta lettore, scrittore, critico, fruitore e cittadino di un’esperienza a tutto tondo che lo investe nelle sue dimensioni cognitiva, morale, sociale, affettiva, estetica e poietica.
Se dovessimo tradurre Media Education in italiano, l’espressione più adeguata sarebbe “educazione ai media”. Una definizione che, a livello logico, per l’economia della nostra dissertazione è bene tenere ben distinta dall’educazione con i media o attraverso i media. Anche se poi all’atto pratico esse si intersecano ritrovando la complessità dell’approccio, si tratta di accezioni niente affatto intercambiabili. A livello pratico possiamo usare i media ed avere, senza soluzione di continuità e al tempo stesso, un’attenzione educativa ai media; a livello teorico esse sono, invece, dimensioni ben separate. Facciamo un esempio. Un insegnante di biologia che volesse fare una lezione sulla vita dei leoni nella savana potrebbe raggiungere ottimi risultati fidando nelle sue capacità retoriche, oppure potrebbe portare gli allievi sul campo (cosa irrealizzabile nel caso specifico) ma potrebbe anche utilizzare, ad esempio, un documentario di Quark. Anche se nell’ultimo caso si prevede l’utilizzo di una tecnologia audiovisiva, l’obiettivo dichiarato resta quello di spiegare qualcosa sulla vita dei leoni. Questa stessa lezione potrebbe diventare un lavoro mediaeducativo se oltre a far biologia l’insegnante saprà soffermarsi, ad esempio, sull’intenzionalità di chi ha costruito quel documentario, su che cosa abbia o non abbia voluto far vedere, su cosa ha detto o non detto, sull’analisi del messaggio veicolato o su quale idea sulla vita degli animali vi sia sottesa. L’insegnante inoltre, visto il documentario, potrebbe suggerire di costruirne uno a scuola ad esempio sugli animali del giardino. Cosa mettiamo dentro? Da dove partiamo? Quali dati selezioniamo? Tutto ciò col risultato che inevitabilmente ci si scontrerà con l’idea che quel documentario (e così anche il nostro) poteva essere fatto in molti modi diversi, che dietro un prodotto mediale ci sono sempre delle scelte e delle ideologie più o meno dichiarate/nascoste. Eccoci giunti dunque, per attivare un percorso che voglia essere di Media Education, alla necessità di “congegnare” le finalità e gli obiettivi che vogliamo e/o possiamo raggiungere. Il focus della nostra attenzione progettuale guarderà allora a tre grandi aree, tre grandi serie di finalità e obiettivi: disciplinari, mediaeducativi e trasversali, che come altrettante componenti possiamo giocare in maniera anche quantitativamente diversa, più l’una o più l’altra, come ingredienti per “riempire” di contenuto e modellare il nostro percorso didattico-educativo.

La ricerca educativa

Il contributo di Alberto Parola, Ricercatore in Pedagogia Sperimentale presso l'Università di Torino, ha posto l'accento sulla forte pregnanza del rapporto tra insegnamento, Media Education e ricerca educativa. Quotidianamente ogni insegnante che faccia il suo dovere si chiede se quello che spiega viene compreso o se, per la maggior parte, voli via dalle finestre dell’aula. Anche nelle aule universitarie il problema è reale: che cosa rimane? Sul piano della ricerca ci chiediamo allora se, nella formazione dell’insegnante, potrebbe essere una buona cosa introdurre in maniera un po’ più forte una certa capacità osservativa documentativa intesa come strumento potente di cui disporre per un approccio alla classe non solo in veste di insegnante ma anche, in parte, di ricercatore.
Quello che in questo senso di solito si registra è una forma di resistenza che tende a tenere distante l’insegnante da un tale approccio. “Io faccio il mio dovere ogni giorno, io faccio l’insegnante, questo è il mio ruolo, dunque, non devo documentare, non devo prendere appunti, non devo fare il videoricercatore, non mi devo neanche auto-formare”. Quale sia oggi il significato del continuare ad aggiornarsi e dell’opportunità di farlo attingendo non solo alle situazioni formali o non formali (che il Ministero, o anche il Med, potrebbero mettere in atto) ma guardando anche a quelle pratiche auto-formative esperite sul piano dell’informalità, è tutto da vedere. Eppure quando si parla di educazione ai media il valore diventa immediatamente evidente. Affidandosi unicamente ai contesti formali o non formali è chiaro che l’insegnante rimarrà sempre un po’ indietro ed avrà la sensazione di non poter/dover rincorrere quello che succede là fuori in quanto situazione assolutamente ingovernabile. Nessuno di noi, neanche chi fa ricerca su questi temi, è in grado di seguire tali cambiamenti stando dietro all’incessante evoluzione dei dispositivi e delle applicazioni. Allora il cambiamento di cui parliamo non è tanto quello che si riferisce alla progressione delle tecnologie, ma quello che si produce in noi stessi, come formatori. Noi che abbiamo il compito di formare i giovani, più che di rincorrere ciò che accade là fuori, dobbiamo preoccuparci che, in qualche modo, si pervenga ad una situazione di trasformazione, di cambiamento dei contesti educativi. E’ possibile immaginare un insegnante che applichi alcune tecniche e strategie della ricerca educativa nell’insegnamento? Secondo Alberto Parola, sì. Cosa comporta tutto ciò? E soprattutto, si tratta di un ruolo sostenibile oppure no? Il discorso è aperto. Si tratterà di capire cosa possa osservare un insegnante, con quali strumenti di osservazione possa farlo e per mezzo di quali strategie. La Media Education ci viene in qualche modo in soccorso perchè consente all’insegnante non solo di progettare percorsi mediaeducativi con i differenti linguaggi ma lo spinge anche ad auto-formarsi in un continuo processo di ricerca-azione. Realizzando documentazioni di videoricerca l’insegnante può creare archivi e porre le proprie attività a disposizione degli altri colleghi allargando il confronto a tutta la comunità di pratica in locale o in remoto che sia. Con la Media Education le scuole innescano processi euristici, diventano comunità di pratica dove si producono artefatti audiovisivi, si fa videodocumentazione e la si restituisce regolarmente agli allievi, ma anche alle famiglie e al territorio. E per gli allievi? La base è che i ragazzi riescano a comprendere quello che l’insegnante spiega. Sappiamo che ciò avviene, in primo luogo, attraverso la lettura/scrittura di testi scritti ma sappiamo, anche, che oggi i ragazzi leggono/scrivono un po’ peggio di ieri. Chi ci dice che non siamo all’interno di una trasformazione? Nel fare mediaeducazione i ragazzi diventano autori e con ciò si riconfigurano i soliti ruoli, la tradizionale graduatoria dei meritevoli si sfalda e viene regolarmente riconfigurata. Se noi facciamo usare gli strumenti mediali può essere che gli allievi riescano a migliorare la capacità di lettura/scrittura cosiddetta tradizionale e può essere anche che abbiano l’opportunità di comprendere meglio i concetti e riescano ad imparare ... che poi è quello che ci interessa davvero.

Il Laboratorio di Educazione ai Media

L'intervento di Maria Ranieri, Ricercatrice in Didattica e Pedagogia Speciale presso l'Università di Firenze, che si è svolto letteralmente in mezzo al pubblico con una modalità immersiva molto partecipata sia da parte della relatrice che dei partecipanti, ha compiuto il percorso di “traghettare” concettualmente la riflessione di tutti, verso i punti nodali che qualificano il Laboratorio di Educazione ai Media.
Maria Ranieri ha preso le mosse dall'idea di come certi momenti di incontro possano essere preziosi sia per chi fa ricerca, sia per chi insegna. Senza gli insegnanti, né la pedagogia, né la Media Education avrebbero ragion d'essere. Gli insegnanti, forse, la Media Education l'hanno sempre fatta, magari senza accorgersene, forse potrebbero farla megliob... ma ciò che è ineludibile e davvero produttivo è il concedersi una pausa dialogica e incentrare tutto su quella collaborazione tra mondo accademico e mondo della scuola di cui il MED è sempre stato fautore e sperimentatore. Una pausa di riflessione, dunque, per chiedersi che cosa sia il Laboratorio di Media Education e trovare insieme delle risposte convincenti. Fuori da ogni didatticismo, si tratta di riscoprire “insieme” quale sia il senso di fare laboratorio.
In primo luogo il laboratorio, ed è questo l’aspetto fondante, si configura come momento di sintesi tra teoria e pratica. Con un’immagine forte, in riferimento all’idea elaborata dal sociologo Richard Sennet delle “mani per pensare”, Maria Ranieri ha fissato il concetto di come oggi il laboratorio di Media Education sia anche un laboratorio di educazione corporea. Tanto più le tecnologie ci astraggono dalla materialità, tanto più dobbiamo mantenere salda l’unità mente-corpo. Diventa fondamentale non trascurare la corporeità ma anche, e soprattutto, non tralasciare l'idea che ci sia un pensiero che si viene facendo attraverso ciò che noi agiamo. Il sapere artigiano aveva la grande caratteristica di riuscire a materializzare questa sintesi. Alla stessa stregua la traduzione operativa delle idee nel concreto è un paradigma che dobbiamo recuperare. Il corpo ci permette di fare degli artefatti che immediatamente ci danno un feed back sulla loro funzionalità e quindi sulla correttezza del nostro pensiero. Oggi c’è una materialità che si dispiega davanti a noi di cui non conosciamo niente. L'artigiano controllava tutto il processo di produzione e nel suo fare c’era tanta conoscenza. Pensiero e azione erano tenuti insieme. Oggi che i saperi sono molti di più e molto più complessi, il sapere artigiano può essere ancora un modo per rispondere ad una società che ci chiede di ripensare i saperi. Saperi legati ad una tecnica che in qualche modo deve essere umanizzata ritrovando l’unità di pensiero e azione.
In seconda istanza, Maria Ranieri ha mostrato come nel laboratorio la motivazione sia una dimensione centrale. Non si sottolinea mai abbastanza la funzione propulsiva del laboratorio che, come momento di sorpresa e di imprevisto, alimenta la motivazione e spinge alla scoperta e alla realizzazione di un artefatto a partire da un’idea tutta da coltivare. La pratica laboratoriale, inoltre, può diventare splendida occasione per la gestione di quei problemi di questo tempo che con la crisi delle istituzioni, della politica, dei valori creano un vuoto di senso che gli individui nella loro singolarità difficilmente possono risolvere. Il laboratorio che è un fare che può trarre vantaggio proprio dalla valorizzazione delle diverse competenze delle persone, richiede di imparare a lavorare con gli altri che invece tendenzialmente saremmo portati a prevaricare. Ma c’è di più. A partire dalla distinzione dei ruoli e dalla distribuzione dei compiti, il laboratorio non solo spinge il singolo a cooperare con gli altri ma gli chiede anche di prendersi degli impegni. Ciò sviluppa senso di responsabilità. In sintesi nell’ottica delle “mani per pensare” tanto più siamo imbottiti di media, tanto più dobbiamo riscoprire la disciplina del corpo. Il laboratorio, connotato come sintesi di azione e pensiero, come luogo dove hanno centralità la motivazione, la cooperazione e lo sviluppo di responsabilità, risponde a questa esigenza perché coinvolge fattivamente insegnanti, studenti e così pure il territorio, e mette in moto un processo che si snoda attraverso un continuum di azione, riflessione, azione, ... Ma come si potrebbe articolare, nel concreto, un percorso che tenga conto di quest’alternanza tra pensiero e azione? Partiamo sempre da un problema, da una difficoltà che stimola a cercare soluzioni. Una potrebbe essere suggerita dall’uso di Internet abbastanza sprovveduto da parte di molti adolescenti. Come aumentare, ad esempio, la consapevolezza, la conoscenza del concetto di identità digitale? Non basta certo essere “nativi digitali” per essere anche “consapevoli digitali”. Uno strumento possibile potrebbe essere il blog. Se per partire un’azione di “smanettamento” sarà necessaria per familiarizzare con l’ambiente applicativo, l’intervento sapiente dell’insegnante porrà le basi per quel momento metacognitivo atto a stimolare riflessioni su quello che si va facendo che negli adolescenti non sono così spontanee. Il trasformare il loro elaborato in un oggetto di riflessione sulle categorie di pubblico/privato, di personale, di intimo, ci permetterà di partire dalla loro esperienza senza svuotarla, prevaricarla e tanto meno giudicarla. La Media Education, abbiamo visto, lavora su più obiettivi che sono disciplinari, mediaeducativi in senso stretto e trasversali. Nel nostro esempio possiamo ritrovare l'aspetto disciplinare nella diaristica, l'aspetto mediaeducativo nel blog come strumento comunicativo che ha una sua retorica e l’aspetto della trasversalità in una metacompetenza come quella dell’imparare a gestire le informazioni sulla propria identità. Quando si fa laboratorio di Media Education non si impara a costruire un blog ma si riflette sui linguaggi digitali, sulle implicazioni comunicative, etiche e sociali che tali linguaggi, in un certo contesto, hanno sulla persona e sugli altri. Quindi attenzione a non confondere l’informatica con l’educazione ai media.
Nel concludere il suo intervento Maria Ranieri ha voluto fornire qualche suggerimento in pillole utile a orientare gli sforzi e ad indirizzare le sinergie laboratoriali verso un autentico percorso di senso in ottica mediaeducativa: non scadere nel praticalismo e nel tecnicismo, porre molta attenzione alle polarizzazioni ambivalenti (attrazione vs distrazione, socializzazione vs isolamento) che i media possono assumere nel contesto della classe, documentare il processo anche curando la dimensione della valutazione e dell’autovalutazione e, soprattutto, non dimenticare la Media Education!

I workshop

Solo dopo aver ben fondate la premesse teoriche, assolutamente necessarie a fissare le basi concettuali di una Media Education che, come si è visto, è sempre più presente nelle proposte educative degli insegnanti anche se spesso in modo inconsapevole e destrutturato, il secondo giorno si è potuto dar vita ai cinque workshop previsti dal programma e misurarsi con una pluralità di proposte fattive che hanno insistito sugli aspetti metodologico-didattici che devono accompagnare la progettazione e la costruzione di un percorso mediaeducativo:

  • Lavorare con la LIM in classe con Patrizia Vayola, in cui è stata utilizzata la lavagna interattiva multimediale con l'intenzione di rilevare aspetti positivi e problematiche per un uso propriamente didattico nel coinvolgimento di classi o di gruppi in formazione.

  • LIM  computer e cellulare: raccontare ai tempi della convergenza con Isabella Bruni, in cui è stata offerta una panoramica sui dispositivi cellulari e sul loro possibile utilizzo nella didattica come quello di produrre narrazioni multimediali e geolocalizzate.
  • Utilizzare la fotografia in contesti educativi con Angela Bonomi Castelli, dove si è riflettuto sui possibili utilizzi della fotografia come strumento di comunicazione e conoscenza, attraverso percorsi didattici di esperienza fruitiva e produttiva capaci di generare un pensiero critico, dinamico e ricco d'inventiva.
  • Usare i Social network e il web 2.0 nella didattica con Antonio Fini, dove con l'intento di provvedere alla progettazione di attività di apprendimento supportate da tecnologie sociali e collaborative sono state esplorate le potenzialità didattiche di social network, blog, wiki e di altri semplici tool collaborativi.
  • Progettare ipertesti con Liana Peria, in cui, a partire da alcuni cenni su un'esperienza di produzione ipermediale giocata secondo logiche 1.0, si è guardato alle dinamiche del processo di scrittura collaborativa e alle opportunità mediaeducative offerte dalla LIM e dalle applicazioni tipiche del web 2.0.

La pedagogia dei media

In conclusione pare utile e produttivo lanciare un input per spingere ancora una volta la scuola ad attivarsi e a “sporcarsi” le mani con i valori della Media Education senza confonderla con il puro tecnicismo che di per sè non ha prospettiva educativa. “Oggi è tempo di rinnovare l’educazione ai media e per fare ciò c’è sempre bisogno di inventori, inventori che sanno di pedagogia, perchè per le tecnologie possiamo sempre fare affidamento su ingegneri ingegnosi!” da Geneviève Jacquinot-Delaunay in Rivoltella, Morcellini (a cura di) La sapienza di comunicare. Dieci anni di Media education in Italia e in Europa, Erickson, Trento, 2007.
 

 

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