Il Toolkit – Digital & Media Literacy Education è una guida didattica sull’uso critico e consapevole dei media digitali, rivolta agli insegnanti della scuola media superiore. Il Toolkit è stato realizzato all’interno del progetto europeo Virtual Stages Against Violence (VSAV) ed è interamente scaricabile in quattro lingue (italiano, tedesco, rumeno, inglese) dal sito del progetto: http://virtualstages.eu/it/project/.
Il progetto VSAV, di durata biennale, ha goduto del finanziamento del Programma Daphne III della Commissione Europea e ha coinvolto quattro Stati Europei: Austria (die Berater: http://www.dieberater.com), Germania (Associazione Turingia dei Centri di Educazione per Adulti: http://www.vhs-th.de), Italia (CESIE: http://cesie.org; Università di Palermo: www.unipa.it) e Romania (Salvati Copiii – Save the Children, Romania: http://www.salvaticopiii.ro).
VSAV si propone di promuovere comportamenti consapevoli nell’uso dei nuovi media da parte delle nuove generazioni, puntando a sviluppare nei soggetti consapevolezza critica e competenze mediali nell’ottica dell’empowerment, ossia guardando ai media e alla comunicazione online non solo in termini di rischi, ma anche di opportunità. La sfida è quella di garantire la mediazione educativa necessaria per lo sviluppo delle cosiddette new media literacies, le competenze fondamentali per la cittadinanza digitale.
Sotto il coordinamento del CESIE, Centro Studi e Iniziative Europeo, e con la collaborazione dell’Università di Palermo, sono state realizzate molteplici azioni, a partire da un’attività di ricerca: attraverso la somministrazione di un questionario iniziale rivolto ad un campione di adolescenti, genitori e insegnanti si è cercato di identificare rappresentazioni e usi di internet, valutare le attitudini dei genitori nel controllo delle attività online dei figli e infine comprendere come gli insegnanti si avvalgono della rete in contesto scolastico. Il progetto ha poi previsto una serie di interventi più specifici per i giovani dai 14 ai 16 anni, in cui sono stati integrati in maniera innovativa strumenti e linguaggi adatti al target e alla valorizzazione del suo potenziale creativo, tra cui: un videogioco online denominato The Big Brain, accessibile online in forma gratuita (http://virtualstages.eu/bigbrain/); cinque spettacoli teatrali realizzati all’interno dei paesi partner sulle tematiche del progetto, le cui videoregistrazioni sono disponibili online (http://virtualstages.eu/plays-video/). A completamento del progetto, è stato elaborato il Toolkit Digital & Media Literacy Education, che si configura come uno strumento specificamente rivolto a insegnanti ed educatori, offrendo una serie di percorsi tematici legati a internet e ai social media da utilizzare all’interno delle attività didattiche quotidiane.
Una volta constatata l’importanza che i media hanno assunto nella vita quotidiana delle persone, e in particolare dei giovani, diventa ormai indispensabile pensare all’inserimento dell’alfabetizzazione mediatica all’interno dei curricula scolastici e sviluppare competenze specifiche nei professionisti della formazione, affinché sappiano orientare in maniera consapevole e critica le pratiche mediali dei giovani. Con questa finalità, sono stati individuati cinque concetti chiave relativi alle sfide aperte dai nuovi media digitali:
partecipazione: l’avvento del web 2.0 viene generalmente associato al potenziale partecipativo delle nuove tecnologie, che va tuttavia verificato alla luce dell’ineguale accesso a esperienze, abilità e conoscenze per la cittadinanza digitale;
credibilità: la comunicazione online ha reso più facili l’accesso e la diffusione di informazioni, aprendo tuttavia problematiche inerenti all’affidabilità delle fonti e alla selezione dei contenuti;
identità: tema ormai ricorrente nella riflessione sulla comunicazione mediata dal computer e sulle possibilità di sperimentazione identitaria legate agli ambienti di interazione online, richiede lo sviluppo di una capacità autoriflessiva per non cadere in forme di narcisismo ed egocentrismo;
privacy: gestire e tutelare in maniera consapevole i propri dati sensibili in un’epoca in cui la parola chiave è la condivisione online può essere un’attività tutt’altro che banale, soprattutto alla luce delle moderne strategie di web marketing e profilatura dell’utente;
creatività: la diffusione delle tecnologie digitali ha permesso a molte persone di produrre o modificare contenuti, ad esempio con la pratica del remix, che rende necessaria una riflessione sul diritto d’autore e sulla libera circolazione del sapere.
Ciascuno di questi temi costituisce l’oggetto specifico di una unità di intervento formativo, articolata al suo interno in una parte introduttiva, dove vengono spiegati obiettivi e razionale, nonché la struttura e i requisiti del percorso; tre attività strutturate, che l’insegnante può scegliere di attuare in forma integrale o solo in parte; infine una sezione dedicata alla valutazione. Le attività a loro volta contengono tipicamente i seguenti elementi: una descrizione della finalità del percorso; un approfondimento, destinato all’insegnante, su un termine/concetto chiave del percorso; le istruzioni per l’insegnante; una sezione “Materiali”, inclusiva di strumenti, griglie, scenari utilizzabili direttamente dagli studenti per lo svolgimento delle attività (vedi fig. 1).
Fig. 1 -Esempio di Scenario sottoposto agli allievi con la seguente consegna: “Comunicare online può essere meno banale di quello che sembra. Facilmente si può incorrere in interazioni problematiche come quelle che trovate negli scenari che seguono. Leggeteli e analizzateli. Successivamente, avvalendovi della griglia di valutazione, indicate quali comportamenti comunicativi sono adeguati e quali no, e spiegate perché”.
Sul piano metodologico, la progettazione dei percorsi si è ispirata ai seguenti principi:
partire sempre dalle pre-conoscenze e dalle esperienze concrete dei ragazzi (Attivazione)
fornire occasioni per lavorare concretamente sulle tematiche affrontate (Pratica)
sollecitare in itinere e alla fine del percorso riflessioni di carattere ‘meta’ sulle attività in corso (Riflessione metacognitiva)
A partire da questi principi l’articolazione didattica delle attività è organizzata in tre sezioni:
Pre-work: domande di attivazione, input visuali o narrativi, richiami all’esperienza personale
Work: attività concrete di ricerca, analisi, produzione, costruzione ecc.
Post-work: debriefing finale con discussioni su quanto fatto, confronto tra visioni in ingresso e visioni in uscita, ragionamenti ‘what if…’.
Ogni unità si conclude con una sezione dal titolo Imparare a giocare, imparare giocando (Learning on the game, learning through the game), che propone un’attività finale di sintesi basata sul gioco online Big Brain. A differenza delle altre, questa attività è stata pensata per essere sottoposta direttamente agli allievi, anche se è comunque accompagnata da una breve introduzione per l’insegnante.
Data la natura degli argomenti trattati, la sezione valutazione offre perlopiù piste di lavoro orientate a sollecitare negli allievi forme di autovalutazione, nell’ottica di costruire un portfolio individuale contenente sia le riflessioni strutturate degli allievi che le osservazioni e il feedback dell’insegnante.
Il Toolkit include anche una scheda di documentazione che l’insegnante può utilizzare per documentare il processo di insegnamento/apprendimento ed effettuare valutazione di sintesi sul percorso nel complesso o sulle singole attività costitutive dei percorsi.
Infine, il Toolkit contiene un DVD con le registrazioni degli spettacoli teatrali, che potranno essere visionati in classe e divenire spunto per ulteriori dibattiti e attività. Il DVD è interamente scaricabile online http://cesie.org/service/VirtualStages_2012.iso.
You can survive for 30 days without food, and you can survive for 3 days without water, and you can survive for 8 minutes without air, but you cannot survive for a second without hope … child + teacher = infinite hope
Gordon Brown
Dal 13 al 15 novembre 2012 si è svolta in Qatar la quarta edizione del World Innovation Summit for Education (WISE 2012) – organizzato dalla Qatar Foundation for Education, Science And Community Development – quest’anno incentrato sul tema “Collaborating for Change”.
Oltre 1.000 delegati da circa 100 Paesi si sono incontrati a Doha per discutere sui problemi dell’istruzione nel mondo, sugli ultimi sviluppi del Technology Enhanced Learning, sulle prospettive future, e soprattutto sulla collaborazione quale fattore ispiratore e forza trainante per l’innovazione in materia di istruzione.
Ciascuna delle tre giornate della conferenza è stata dedicata a un particolare argomento; il primo giorno ha analizzato il problema dell’istruzione secondo diverse prospettive e in diversi contesti: l’educazione in relazione alla società, all’ambiente, al lavoro, allo sport, alla globalizzazione e allo sviluppo locale. Tema della giornata era “Educating for Our Times” e i lavori congressuali sono stati sintetizzati nella sessione plenaria di chiusura che ha fornito utili spunti di riflessione e ha evidenziato la necessità di innovare i sistemi educativi per affrontare le numerose e complesse sfide che caratterizzano – nel mondo di oggi – ciascuno dei contesti sopra indicati.
I lavori del secondo giorno si sono incentrati sul tema “Breaking Barriers to Innovation”: l’obiettivo dei dibattiti era, partendo da una critica ai modelli educativi tradizionali, cercare di individuare e promuovere nuovi approcci in grado di superare le barriere che ostacolano i processi di innovazione necessari nel mondo di oggi. Durante i lavori, sono state quindi presentate alcune pratiche di successo, in particolare per quel che riguarda l’accesso all’istruzione, i modelli di finanziamento ma anche il ruolo da attribuire ai nuovi soggetti che, a diverso titolo, si affiancano ai tradizionali fornitori di istruzione e offrono soluzioni alternative nel settore educativo: dai social enterpreneurs alle corporate universities, dai media alle start-up nel settore delle information technologies.
Il secondo giorno è stato anche il giorno della presentazione della nuova iniziativa nel settore dell’istruzione “Educate a child” (vedi riquadro) promossa dalla sceicca H.H. Moza bint Nasser, un progetto che ha sicuramente segnato questa edizione di WISE.
Fig. 1 – H.H. sceicca Moza bint Nasser tra Irina Bokova (Direttore generale dell’UNESCO) e Gordon Brown (ex primo ministro britannico, inviato speciale dell’ONU) – Fotografia per gentile concessione della Qatar Foundation – WISE (la fotografia é protetta da copyright, ed é di proprietà della Qatar Foundation – WISE)
Infine, il terzo giorno è stato dedicato al tema “Building a Learning World”: riallacciandosi al tema generale della conferenza, è emerso come la collaborazione tra diverse società, culture e settori della conoscenza sia indispensabile per disegnare il futuro dell’istruzione. Inoltre, affinché i progressi diventino sostenibili, occorre definire efficaci ecosistemi per l‘apprendimento, migliorare le strategie per condividere le pratiche di successo, e rafforzare i processi istituzionali che sottostanno alle politiche educative.
Gli argomenti trattati durante il summit sono stati parecchi e decisamente complessi, ed è impossibile riuscire a riassumerli in un singolo articolo. Mi limiterò, pertanto, a presentare tre aspetti emersi durante i lavori che, letti insieme, consentono di comprendere come il summit di Doha sia qualcosa che va oltre lo stereotipo della conferenza, e sia di fatto un momento di un processo molto più ampio e complesso.
Il primo elemento che presento riguarda l’importanza del concetto di Comunità nel contesto di WISE, e il ruolo che le tecnologie hanno nel promuovere e supportare la comunità. Gli altri due fattori riguardano invece due differenti chiavi di lettura che è possibile dare al summit: innanzitutto, esso può essere descritto come il summit delle donne, tema al centro di tutti i dibattiti, sottolineato da una importante e significativa partecipazione femminile tra i relatori; al contempo, non può sfuggire come WISE 2012 abbia confermato il ruolo sempre più predominante dei Paesi del Sud del mondo nel promuovere progetti di istruzione universali.
WISE, comunità, tecnologie: per favore, accendete il vostro cellulare!
Sin dal primo anno, è emerso come uno degli obiettivi di WISE sia promuovere e sostenere una comunità internazionale il cui dialogo sui problemi dell’educazione non si esaurisca al termine dei summit annuali, ma prosegua oltre, così da favorire e accelerare l’individuazione di soluzioni ai problemi dell’istruzione nel mondo.
Per raggiungere tale obiettivo, i summit forniscono numerose opportunità di dialogo tra i partecipanti, sia in presenza ma anche attraverso gli strumenti del Web 2.0.
Come nelle precedenti edizioni, le tematiche della conferenza sono state discusse attraverso sessioni plenarie e dibattiti a cui hanno partecipato esperti del mondo dell’istruzione, della finanza e del mondo del lavoro, leader politici e rappresentanti delle più importanti organizzazioni mondiali nel settore dell’education e dello sviluppo sociale. Durante tali sessioni, è fortemente incoraggiata la partecipazione del pubblico attraverso interventi dalla platea; accanto a tali format, si sviluppano una serie di sessioni ancora più espressamente interattive quali workshops, spotlight sessions, forum e da quest’anno le common ground sessions, gruppi di circa 10 persone che spontaneamente si organizzano per discutere su tematiche condivise in appositi spazi messi a disposizione dall’organizzazione.
Un importante elemento catalizzatore per lo sviluppo della comunità è rappresentato dai WISE students, un gruppo di ragazzi nel mondo i cui studi sono in parte supportati dalla Qatar Foundation. La presenza di questi giovani a diverse sessioni del summit è preziosa per un duplice motivo: innanzitutto, perché consente di vedere i problemi dell’istruzione attraverso le lenti degli studenti; inoltre, essi introducono un elemento di informalità estremamente importante per favorire i processi di networking.
Se questi possono facilmente attivarsi durante un incontro in presenza, come il summit, solamente le tecnologie possono sostenere i legami che si creano durante la conferenza e mantenere quindi attiva la comunità.
Ecco quindi che, all’inizio di ogni sessione, i presenti sono stati invitati ad accendere i propri dispositivi mobili e a prendere parte al dibattito in tempo reale che si sviluppava online attraverso Twitter. Nonostante la perplessità di qualche chairman poco propenso all’uso delle tecnologie (simpatica l’introduzione di Tony Mackay che ha invitato i presenti a verificare che i cellulari fossero in modalità silenziosa, “avendo capito che non posso chiedervi di spegnerli”), tale soluzione non solo riduce la distanza tra relatore e spettatore (si possono porre domande al relatore tramite Twitter o commentarne le affermazioni), ma ridefinisce anche i ruoli: chiunque, traendo spunto da una frase detta dal relatore, può esprimere una propria idea su Twitter, sapendo che gli altri presenti alla sessione (in sala o virtualmente) leggeranno i suoi commenti ed eventualmente commenteranno a loro volta, dando origine ad un vero e proprio dibattito parallelo a quello ‘ufficiale’.
Una imponente macchina organizzativa assicura, quindi, che i messaggi più significativi scambiati tra i partecipanti via Twitter vengano prontamente riproposti ai relatori ‘ufficiali’, in modo da ampliare gli spunti per il dibattito.
Le registrazioni dei singoli eventi, insieme alle conversazioni sviluppatesi attraverso Twitter, confluiscono infine nel portale di WISE, costituendo una base per successivi ulteriori approfondimenti oltre la fine del summit.
WISE e le donne
Bambine, ragazze, donne: questa edizione di WISE è stata fortemente incentrata sulle difficoltà che bambine e ragazze in diversi aree del mondo incontrano per accedere all’istruzione, difficoltà che in taluni casi diventano barriere insormontabili. Ma questa edizione è stata anche fortemente caratterizzata da una partecipazione di relatrici donne di enorme spessore politico, sociale e scientifico.
Innanzitutto: la donna al centro del dibattito sui problemi dell’istruzione nel mondo. Numerosi sono i Paesi in cui l’istruzione della donna è considerata non prioritaria rispetto ad altri ruoli da lei giocati all’interno della società; si pensi a quelle culture in cui - spesso a causa di discutibili interpretazioni religiose – le bambine di 12 anni devono sposarsi e dedicarsi interamente alla famiglia: l’istruzione e la salute diventano competenza del marito. Particolarmente significativa la testimonianza di Suad Mohammed, una ragazza di 23 anni che vive in un campo profughi in Kenya da quando ne aveva 8, e grazie al supporto dell’Alto Commissario per i Rifugiati dell’ONU (UNHCR) è riuscita a studiare e a diventare insegnante. Ma Suad deve soprattutto ringraziare la propria passione e la madre, con l’aiuto della quale a 12 anni riuscì a convincere il padre che se fosse diventata una insegnante, gli avrebbe dato molti più soldi di quelli che avrebbe potuto ricavare dalla dote di nozze. Suad adesso continua a studiare mentre insegna nello stesso campo profughi in cui è cresciuta, ed è stato molto toccante ascoltare il suo intervento durante una delle sessioni plenarie, ed in particolar modo quando ha concluso dicendo che il suo obiettivo è continuare a studiare per diventare la prossima Ban Ki-moon, la prima donna Segretario Generale delle Nazioni Unite. Un’affermazione che, oltre a un sorriso, merita una profonda riflessione sul cambiamento del ruolo della donna nelle società.
Purtroppo il numero delle ragazze che non ricevono alcun tipo di istruzione è ancora elevatissimo nel mondo: le stime parlano di circa 33 milioni di bambine. A tal proposito, la top-model sudanese Alek Wek, ex-rifugiata e testimonial del progetto “Educate a child”, rivela che per una bambina del Sudan le probabilità di morire durante il parto sono 3 volte maggiori delle probabilità di completare le scuole medie.
Fig. 2 - Suad Mohammed - Fotografia per gentile concessione della Qatar Foundation – WISE (la fotografia é protetta da copyright, ed é di proprietà della Qatar Foundation – WISE)
La donna al centro dei problemi sull’istruzione nel mondo, ma anche il ruolo centrale delle donne durante il summit.
Già le precedenti edizioni di WISE ci avevano abituato alla figura carismatica della sceicca Moza Nasser, chairman della Qatar Foundation e padrina del summit. Quest’anno, il suo ruolo è stato – se possibile – ancora più enfatizzato, avendo presentato il progetto “Educate a child” che il Qatar, in collaborazione con importanti organizzazioni non governative, ha lanciato per aiutare 61 milioni di bambini nel mondo che non hanno accesso all’istruzione (vedi riquadro).
Tra le ospiti della sceicca, si evidenziano poi Datin Paduka Seri Rosmah Mansor, moglie del primo ministro della Malesia, e Emine Erdoğan, moglie del primo ministro turco. La presenza delle 2 donne non è stata solamente simbolica, ma entrambe hanno presentato le iniziative a favore dell’istruzione dei più deboli nei propri Paesi.
Rosmah Mansor, i cui studi si sono perfezionati negli Stati Uniti, è presidente di diverse associazioni in Malesia; durante il summit ha presentato le attività di Permata Negara, un programma di istruzione finalizzato a sviluppare capacità cognitive e sociali, e a fornire informazioni sanitarie di base ai bambini della Malesia. Il progetto presentato si fonda sul principio fondamentale che lo sviluppo del capitale umano deve essere promosso sin dall’infanzia attraverso solidi e qualificati programmi educativi, che costituiscono di fatto un investimento per il futuro della Nazione. I programmi “Early Childhood Education and Care (ECEC)” promossi inizialmente da 5 centri sperimentali, sono adesso diffusi in 656 centri e coinvolgono 27.000 bambini e i relativi genitori.
Nell’ambito di Permata sono stati sviluppati anche i programmi di formazione nazionale per i docenti. La presentazione della first lady malese ha evidenziato la sua passione e il suo impegno verso i problemi delle donne nella società. Rosmah ha concluso il suo discorso citando una frase del presidente americano Roosevelt: "Noi possiamo non essere in grado di preparare il futuro per i nostri figli, ma possiamo almeno preparare i nostri figli per il futuro”. Emine Erdoğan da anni è impegnata a promuovere campagne contro il lavoro minorile e la violenza contro i bambini, unitamente a campagne per favorire e migliorare l’istruzione nel proprio Paese. In questa logica, è stata promotrice di importanti iniziative educative, come ad esempio una campagna a favore dell’educazione prescolare (emblematico il titolo della campagna: “Seven is too late”). Il suo impegno a favore dell’educazione si coniuga con quello per promuovere il ruolo della donna nella società, supportato da una visione della donna come risorsa fondamentale per rinnovare i valori umani.
Impegno a favore dell’educazione e delle donne si coniugano nella campagna “Girls to School”, che ha favorito l’accesso all’istruzione di migliaia di ragazze turche residenti in zone disagiate del paese, che altrimenti sarebbero rimaste fuori da ogni tipo di istruzione scolastica. Altrettanto significativa è l’iniziativa “Mother-Daughter – We are in school”, che aiuta le madri che non hanno avuto l’opportunità di ricevere un’educazione scolastica.
Altra figura di particolare rilevanza nella conferenza è Helene D. Gayle, presidente di CARE USA, una delle principali organizzazioni umanitarie internazionali con circa 10.000 dipendenti, i cui programmi di lotta alla povertà hanno raggiunto, lo scorso anno, circa 122 milioni di persone in 84 paesi.
Per comprendere lo spessore della relatrice, Helene Gayle è apparsa tra le “100 Most Powerful Women” della rivista Forbes, tra le “Top 100 Global Thinkers” della rivista Foreign Policy, e tra le “Top 10 Women in Leadership” di Newsweek. Helene Gayle ha presentato i programmi di CARE USA, evidenziando come uno degli obiettivi dell’organizzazione sia quello di rafforzare il ruolo delle donne nella società, ed in particolare fare in modo che ragazze e donne diventino le promotrici dei cambiamenti necessari all’interno delle comunità più povere.
La predominanza della figura femminile a questo summit non emerge solamente dai temi presentati dai relatori durante i dibattiti spesso incentrati sulle donne, o agli interventi di donne coraggiose ed esemplari durante i dibattiti, o ancora dalla presenza di illustri relatrici; la centralità della figura femminile emerge anche da una serie di elementi forse meno significativi, ma che hanno comunque fortemente caratterizzato il summit: dal ruolo di chair delle più importanti sessioni attribuito alla giornalista Mishal Husain della BBC (UK); dalla rappresentante dell’ONU Irina Bokova, direttore generale dell’Unesco; o ancora dalle curatrici del libro WISE 2012 (quest’anno dedicato al rapporto tra educazione e mondo del lavoro): Valerie Hannon, Sarah Gillinson e Leonie Shanks; infine, dalla presenza della top-model sudanese Alek Wek, nella veste di testimonial del progetto “Educate a child”.
Ciascuna di queste donne, con la propria testimonianza, ha dato un contributo fondamentale alla conferenza; ognuna di esse ha permesso di analizzare ed evidenziare le enormi difficoltà che le bambine in tante parti del mondo incontrano per accedere all’istruzione.
Sicuramente, più volte nel corso dei tre giorni del summit, il pensiero dei presenti è andato a Malala Yousafzai, la ragazza pachistana di appena 15 anni ferita alla testa per avere sfidato il divieto per le ragazze di andare a scuola imposto dai talebani. Un riferimento esplicito a Malala è stato fatto da Gordon Brown, ex primo ministro inglese, presente a Doha nella sua veste di inviato speciale dell’Onu per l’Istruzione globale, che ha parlato di Malala come un simbolo per tutte le bambine nel mondo che rivendicano il loro diritto fondamentale a ricevere un’istruzione.
Allo stesso tempo, ciascuno di questi interventi ha acceso la speranza che qualcosa stia cambiando, e in particolare è emersa con forza l’importanza strategica dell’educazione delle donne per lo sviluppo della società.
I progetti per l’istruzione nel Sud del mondo: la vetrina dei premi WISE
Per il secondo anno consecutivo, in occasione del summit di Doha è stato consegnato il Wise Prize, una sorta di Nobel per l’Educazione promosso e sponsorizzato dalla Qatar Foundation per premiare individui o team che hanno raggiunto risultati eccellenti nel settore dell’educazione.
L’Asia meridionale che ruota intorno all’India si conferma particolarmente attiva nell’immaginare e realizzare progetti vincenti a favore dell’istruzione.
L’anno passato, il Wise Prize 2011 era stato assegnato a Sir Fazle Hasan Abed, fondatore di BRAC, una delle più grandi organizzazioni non governative al mondo che opera nel settore dell’Istruzione. A partire dal 1972, BRAC ha consentito l’istruzione di oltre 10 milioni di bambini, la maggior parte dei quali vivono in aree problematiche, e che non hanno accesso ai circuiti di istruzione tradizionali. BRAC nasce in Pakistan a seguito della crisi umanitaria che seguì la lotta per l’indipendenza. Da allora, BRAC non ha mai smesso di ampliarsi e di diffondersi in altre parti ‘difficili’ del mondo, ed è oggi presente in oltre 10 nazioni in Asia, nell’Africa sub-Sahariana e nel Centro America.
Il principio ispiratore di Sir Fazle Hasan Abed è che l’istruzione ha un’enorme importanza sociale, dal momento che essa non solo permette di far crescere una persona a livello individuale e a vantaggio della propria famiglia, ma soprattutto rende quell’individuo un soggetto in grado di contribuire attivamente alla società. BRAC ha quindi concentrato i propri sforzi verso l’istruzione prescolare, primaria, e secondaria, ma al contempo ha favorito lo sviluppo della consapevolezza nell’individuo del proprio ruolo sociale. Sotto la sua guida, moltissime persone hanno nel tempo avviato proprie attività imprenditoriali, o hanno abbracciato settori lavorativi strettamente legati ad aspetti umanitari, come la sanità o l’istruzione, e non sono pochi quelli che, a loro volta, sono diventati docenti nei centri BRAC. Si stima che i beneficiari finali dei programmi educativi di BRAC in questi 40 anni siano stati oltre 140 milioni.
Il carattere fortemente filantropico che ha guidato la nascita e lo sviluppo di BRAC è sintetizzato dalla frase di Sir Fazle Hasan Abed: “Sono guidato da un ideale di un mondo libero da qualunque forma di sfruttamento e discriminazione. L’istruzione è la risposta”. L’accesso all’istruzione, quindi, come strumento indispensabile per lo sviluppo della persona e della società.
In una logica di continuità, quest’anno il WISE Prize 2012 è stato assegnato a Madhav Chavan, fondatore della NGO Pratham. Dal 1986 ad oggi, Pratham – grazie all’aiuto di migliaia di volontari, alla collaborazione con le istituzioni locali e con l’UNESCO – ha fornito istruzione di base a milioni di bambini in India. Inoltre, Chavan ha definito un modello scientifico per il monitoraggio e la valutazione qualitativa e quantitativa dei risultati dell’apprendimento che viene ormai regolarmente utilizzato per misurare lo stato dell’istruzione in India, e i cui risultati ogni anno vengono pubblicati nel Pratham’s Annual Status of Education Report (ASER). Pratham è il più grande fornitore non governativo di istruzione di base per bambini svantaggiati in India, ed è presente in 17 delle 28 regioni dell’India. Inoltre, il modello di monitoraggio e valutazione è stato adottato anche in diverse nazioni in Asia e in Africa.
La continuità con l’iniziativa di Sir Fazle Hasan Abed è innanzitutto territoriale, essendo Madhav Chavan nato e cresciuto in India, seppure con una importante esperienza negli Stati Uniti, dove ha completato un dottorato di ricerca un chimica. E’ possibile poi individuare una continuità a livello di sostenibilità economica, visto che entrambe le iniziative hanno superato il difficile test della scalabilità, e milioni di persone nel Sud del mondo hanno beneficiato dei programmi educativi promossi da BRAC e Pratham.
Ma la continuità è soprattutto nella filosofia che ha ispirato Madhav Chavan quando, rientrato in India nel 1986 dagli Stati Uniti per insegnare chimica presso l’università di Mumbai, rimase particolarmente colpito dalla povertà di questa città, individuando in un’istruzione di bassa qualità la principale barriera allo sviluppo del proprio Paese, e attivando quindi meccanismi in grado di migliorare la qualità dell’istruzione. Madhav Chavan e Sir Fazle Hasan Abed condividono quindi la visione dell’istruzione quale leva principale per la crescita sociale oltre che individuale.
A sottolineare il ruolo strategico dell’Asia meridionale nel promuovere progetti a sostengo dell’istruzione, vale la pena evidenziare che 2 dei 6 WISE awards (riconoscimenti a progetti educativi di particolare impatto sociale) sono andati al progetto Satya Bharti School Program, della Bathi Foundation, anch’essa in India, e al progetto Solar-Powered Floating Schools della NGO Shidhulai Swanirvar Sangstha, in Bangladesh. Il Bangladesh era stato protagonista anche di uno dei WISE awards del 2011, con il progetto BBC Janala, anche se in quel caso si trattava di un progetto a guida inglese.
Conclusioni
All’inizio di questo millennio, al World Education Forum di Dakar venivano definiti gli obiettivi mondiali per l’educazione, con l’UNESCO preposta a vigilare e stimolare le politiche per il raggiungimento di tali obiettivi; tra gli altri, veniva indicato il 2015 come data ultima per far si che non ci fossero più bambini a cui venisse negato il diritto all’istruzione; inoltre, entro lo stesso anno si sarebbe dovuta “raggiungere la parità tra i sessi nell’educazione, con particolare attenzione a garantire alle ragazze il pieno accesso e il raggiungimento dei medesimi livelli di istruzione di qualità”.
Oggi 61 milioni di bambini nel mondo non hanno ancora accesso ad alcuna forma di istruzione.
Le politiche mondiali per l’accesso universale all’educazione promosse finora dall’occidente hanno evidentemente fallito. Senza nulla togliere alle numerose e pregevoli iniziative portate avanti da tantissime organizzazione e volontari che operano in questa parte del mondo, WISE 2012 ha fatto emergere un dato importante: così come in tanti settori, anche nell’educazione gli equilibri internazionali stanno cambiando, con un Occidente forse troppo schiacciato dalla crisi economica e quindi particolarmente concentrato su se stesso, e un Sud del mondo sempre più affrancato dal colonialismo culturale dell’occidente. Con i paesi petroliferi che, in questo nuovo assetto, hanno compreso che la ricchezza di un paese passa attraverso l’istruzione, e nell’istruzione devono quindi investire se non vogliono ritrovarsi in una pesantissima crisi economica quando, tra non molti anni, le scorte petrolifere si esauriranno.
I progetti promossi nel sud dell’Asia brevemente descritti in questo articolo, l’iniziativa Educate a child, ma anche altri significativi progetti nell’Africa sub-sahariana, nell’America del sud, e nell’Est asiatico hanno dimostrato come in questi paesi sia sempre più diffusa la consapevolezza che l’istruzione di qualità sia la leva per lo sviluppo non solo individuale, ma soprattutto sociale, e che – pregiudizi a parte – le donne devono giocare un ruolo prioritario, dal momento che la donna rappresenta la famiglia e, di conseguenza, la struttura portante della società. Emblematico il pensiero espresso da Alek Wek: “Se educhi una ragazza, non stai educando solamente una persona, ma stai educando una famiglia e un’intera comunità”.
Educate a child
61 milioni di bambini nel mondo non hanno accesso ad alcuna forma di istruzione. Circa 33 milioni sono bambine, e più del 50% vive in zone colpite dalla guerra. Oltre i conflitti, i principali ostacoli sono la povertà, l’esclusione sociale e la discriminazione (genere, razza, ecc), i disastri naturali (si pensi alla situazione a Haiti, non ancora stabilizzata).
In occasione del WISE 2012, la sceicca Moza bint Nasser, moglie dell’emiro del Qatar, ha lanciato il programma “Educate a child” il cui obiettivo è aiutare questi 61 milioni di bambini a cui viene negato un futuro. Targato Qatar, il progetto si sviluppa con il supporto e in collaborazione con importanti organizzazioni mondiali, tra cui l’Unesco, l’Alto Commissario per i Rifugiati dell’ONU (UNHCR), Global Partnership for Education, BRAC.
L’iniziativa, oltre che encomiabile sul piano umano, appare anche innovativa rispetto ad altri progetti analoghi: innanzitutto, perché l’obiettivo dichiarato non è semplicemente di garantire un’educazione a tutti i bambini, ma si concentra anche sulla qualità dell’educazione che i bambini ricevono; poi, perché essa mira non solo a promuovere nuove iniziative nel settore educativo, ma anche a supportare quelle esistenti, in stretta collaborazione con istituzioni e organizzazioni che operano sul territorio.
Il metodo prevede quindi l’adattamento delle potenziali soluzioni alle singole realtà di intervento, cercando anzi di potenziare e finanziarie iniziative locali che si rivelino efficienti non solo a livello locale, ma che possano essere altrettanto efficacemente trasferite ad altri contesti.
Il focus degli interventi sarà prioritariamente su alcune delle comunità più povere del mondo, le zone di conflitto e le società nomadi. Inoltre, prioritari saranno i progetti che mirano ad aumentare il numero delle bambine e delle ragazze nelle scuole.
Il Qatar, insieme agli enti e le istituzioni che collaborano al progetto, hanno programmato di investire oltre 152 milioni di dollari in 25 progetti in 17 paesi nel corso dei prossimi sette anni.
Digitando “Khan Academy”, Google mi ha restituito 16 milioni circa di risultati; 90 milioni senza le virgolette (il completamento automatico di Google – “l’algoritmo che prevede e visualizza le query di ricerca in base alle attività di ricerca degli altri utenti e ai contenuti delle pagine web indicizzate da Google” – mi suggerisce: Khan Academy italiano, Khan Academy iPad, Khan Academy Android, Khan Academy gratis).
Fra quei risultati, al primo posto il loro sito, www.khanacademy.org, al secondo la voce di Wikipedia, al terzo la Kahn Academy nell’Apple store iTunes, al quarto il loro canale YouTube. Ecco cosa dice Wikipedia: “La Khan Academy è un’organizzazione educativa non a scopo di lucro creata nel 2006 … con l’obiettivo dichiarato di ‘fornire un’educazione di alta qualità a chiunque, dovunque’ … il sito dell’organizzazione raccoglie (a fine 2011) oltre 3.200 video-lezioni, caricate attraverso il popolare servizio di video sharing YouTube, che toccano un’ampia gamma di discipline (matematica, storia, finanza, fisica, chimica, biologia, astronomia, economia). Ciascuna lezione dura all’incirca dieci minuti. In un’analisi statistica effettuata nel Dicembre 2010, i corsi dell’Academy hanno registrato una media di oltre 35.000 visite quotidiane.Il finanziamento del progetto avviene con donazioni su base volontaria, il cui ammontare si aggira approssimativamente intorno ai 150.000$ l’anno …”
Cerco “Kahn Academy” perché ne ho sentito parlare in più occasioni come di una delle più significative iniziative di condivisione di contenuti didattici in rete (un riferimento c’era anche nell’articolo di Antonio Fini – Ieri Learning object, oggi “risorse”: dove reperirli e come (ri)usarli? – sul numero di marzo).
Fig. 1 – “About/The team” sul sito della Kahn Academy
Kahn è il cognome del giovane alla sinistra nella foto: Salman Kahn, un ingegnere statunitense originario del Bangladesh, che nel 2004, mentre lavorava nel settore finanziario occupandosi di “hedge funding”, si trovò a dare lezioni di matematica prima ad una cugina, poi ad altri parenti, usando Doodle notepad di Yahoo!. Salman pensò che fosse più pratico inserire le sue lezioni su YouTube.
Fig, 2 – Un video di presentazione (visto su TED da 1.779,296 persone!)
Come spiega lui stesso in questo video, pubblicato su TED, Ideas worth spreading, dopo la pubblicazione dei video successero due cose curiose: “La prima è che i miei cugini mi hanno detto che mi preferivano su YouTube che non di persona”. Perchè questo? Lui lo spiega così: “Perchè possono mettere in pausa, possono rivedere, … quando si annoiano possono andare avanti, non devono vergognarsi a chiedere, possono andare con il loro tempi, … la primissima volta che si cerca di avvicinare il proprio cervello ad un nuovo concetto l’ultima cosa di cui si ha bisogno è un altro essere umano che chiede: ‘Hai capito’? E ciò era quello che succedeva nella precedente interazione con i miei cugini”.
La seconda è che cominciò a ricevere commenti su YouTube e poi messaggi da una varietà di persone in tutto il mondo. Per esempio questo: “E’ la prima volta che sorrido facendo una derivata.” Oppure quest’altro: “Mio figlio ha 12 anni, soffre di autismo e ha problemi con la matematica. Abbiamo provato di tutto; abbiamo trovato il suo video sui decimali e li ha capiti. Poi siamo passati alle frazioni e le ha capite. E’ così felice”.
E così Salman ha scoperto che ciò che faceva per i suoi cugini era di aiuto ad altri: “Tutto ciò stava aiutando persone”.
“E poi - dice - ho ricevuto lettere degli insegnanti che dicevano ‘li usiamo per rivoltare l’ordine della classe’. Lei ha fatto le lezioni, quindi quello che facciamo noi è dare come compito a casa quello di seguire la lezione … e in classe possiamo fare con gli studenti gli esercizi che prima facevamo fare a casa”.
E’ quel ribaltamento cui spesso ci si riferisce con il termine “flipped classroom” (ne parla, in questo post, Giovanni Bonaiuti). Khan dice che questo permette di “umanizzare” la lezione: “Questi docenti hanno usato la tecnologia per umanizzare la classe. La pratica in cui l’insegnante fa la stessa identica lezione per tutti e gli studenti devono stare zitti è ‘disumanizzante’. Così, invece, gli studenti seguono le lezioni a casa e in classe svolgono insieme delle attività mentre l’insegnante gira fra i banchi”. Una didattica in cui gli studenti sono attivi, fanno, collaborano, pongono domande all’insegnante, è più umana e, aggiungo, risulta più efficace.
Due anni dopo aver iniziato a dar lezione ai cugini, Kahn decise di dedicarsi su larga scala a questa attività, fondò la Kahn Academy, lasciò il precedente lavoro e si dedicò in pieno a questa nuova attività.
Sul sito, sotto l’immagine di figura 1, trovate foto e presentazione di tutto il team: Sal, Shantanu, Bilal, Ben, Jason, Marcia, Jessica, John, Desmond, Charlotte, Elisabeth, Sundar, Matt, Maureen, Marcos, James, Tom, Minli, Steven, Bethh, Ben, Ben, Vi, Chris, Brit, Craig, Michael, Kitt, Stefanie, Yun-Fan, Esther, Joel, Rishi, Jesse, Karl e … anche Toby.
Fig. 3 – Nel team anche Toby, responsabile del benessere.
Di cosa si occupano? La Kahn Academy produce e pubblica video. Su YouTube. Con quasi 400.000 iscritti al canale ed un totale di quasi 200 milioni di visalizzazioni. Le 35.000 visualizzazioni giornaliere indicate da Wikipedia per il 2010 oggi sono probabilmente di più, ma in ogni caso indicano che la Khan Academy è oggi un importante riferimento per chi cerca risorse didattiche in rete.
Fig. 4 – Il canale della Kahn Academy su YouTube.
La sottostante figura mostra le diverse discipline per cui esistono video, ma evidenzia anche la voce Practice.
Fig. 5 – Dal sito della Kahn Academy, le discipline per cui sono disponibili video.
Practice, esercizi. Nella logica della “padronanza”. “Oggi fai gli esercizi – è il ragionamento di Sal – ne fai bene il 65%, il 70%, l’80% e vai avanti. Ma quel 20% o 30, o 35% di errore rappresenta lacune che possono creare problemi in futuro. Quindi nella nostra practice ti diciamo che puoi andare avanti solo dopo aver fatto giustamente 10 esercizi consecutivi, il 100%. Fallo tanto quanto ti serve per acquisire la padronanza. Vi incoraggiamo a sperimentare, vi incoraggiamo a fallire ma aspettiamo la padronanza.”
La pratica è guidata da una mappa della conoscenza nella logica che, se avete la padronanza di un nodo, allora potete passare ad affrontare il nodo successivo.
Fig. 6 – La mappa della conoscenza matematica.
La Kahn Academy, inoltre, sta portando avanti un lavoro di sperimentazione con alcune scuole a Los Altos.
Grazie alla piattaforma gli insegnanti possono vedere tutte le attività svolte dai propri studenti: quali esercizi hanno svolto, quanto tempo ci sono stati sopra, su cosa si sono concentrati e, soprattutto, quali sono gli argomenti su cui hanno acquisito la padronanza (indicati in verde), su cui stanno ancora lavorando (in azzurro) o su cui sono bloccati (rosso). E allora possono intervenire per aiutare gli studenti laddove serve l’aiuto. Oppure possono chiedere a uno studente (verde) di aiutarne un altro (rosso).
“In tutti i settori - dice ancora Kahn – è riconosciuta l’importanza dei dati. Perché non nella scuola? Gli insegnanti chiedono agli studenti: ‘cosa non hai capito?’. Non hanno tutte le informazioni per intervenire, per rendere l’interazione più produttiva possibile. E’ quello che gli stiamo offrendo.”
Fig. 7 – Kahn Academy permette all’insegnante di avere dati sull’apprendimento degli studenti.
Quello dell’umanizzare le classi è un tema su cui Salman Khan torna ripetutamente. “Molto dello sforzo per umanizzare la classe si focalizza sul rapporto studenti-docenti. Nel modello tradizionale la maggior parte del tempo l’insegnante lo spende nel fare lezione e nel valutare. Forse solo il 5% del suo tempo lo passa seduto di fianco agli studenti, lavorando davvero con loro. La tecnologia può permetterci di cambiare umanizzando le classi.”
E forse, dice, si può andare oltre promuovendo il peer teaching, non solo nella singola classe ma fra studenti di classi diverse, addirittura di nazioni diverse. “Parliamo di compagni che insegnano gli uni agli altri all’interno della classe. Non c’è motivo per cui non possiate avere quel tutoraggio alla pari al di fuori di quella classe. Immaginate cosa succederebbe se quello studente di Calcutta all’improvviso potesse seguire vostro figlio, o vostro figlio potesse seguire quel ragazzino di Calcutta. Io credo che quello che vedreste emergere è questa nozione di classe globale mondiale.”
Fig. 8 – Volontari stanno traducendo i video in molte lingue, anche in italiano.
Prima di spingerci così lontano – e però impariamo a guardare lontano – possiamo chiederci che uso possiamo fare noi, in Italia, di questi materiali didattici. Ebbene, la buona notizia è che ci sono volontari che hanno già cominciato un’attività di traduzione.
Sono stati concentrati a Copenhagen, a fine marzo, tre appuntamenti – cui ho partecipato – rilevanti per il mondo delle ICT e per chi si occupa di ICT nella e per la didattica:
Una riunione del CEN Workshop on ICT Skills. Il CEN – European Committee for Standardisation o, detto in francese, Comité européen de normalisation, da cui la sigla – è l’ente di standardizzazione a livello europeo (ciò che UNI è sul piano nazionale e che ISO è a livello mondiale). I WS del CEN sono strutture flessibili che non seguono le procedure formali dei processi di emissione degli standard, aperte ai soggetti interessati ai temi della standardizzazione in un determinato settore. L’ICT Skills WS si occupa, ovviamente, del settore delle ICT e ha sviluppato l’eCF, e-Competence Framework.
Un incontro aperto del gruppo avviato da tale Workshop per la definizione del ICT users e-Competence Framework, il framework delle competenze necessarie agli utenti del computer.
L’evento conclusivo della e-Skills week 2012.
Fig. 1 – Il logo della e-Skills week 2012.
La e-Skills week è una campagna di sensibilizzazione sull’importanza delle competenze digitali nella scuola e nel lavoro, promossa dalla Direzione Generale Imprese e Industria della Commissione Europea, una prima volta nel 2010 e nuovamente nel 2012. Una campagna, – coordinata a livello europeo da European Schoolnet (network di 30 ministri dell’istruzione) e da DIGITALEUROPE (network delle grandi e piccole imprese dell’ICT e dell’elettronica di consumo, con 61 multinazionali e 41 associazioni nazionali, provenienti da 29 paesi) – da condurre, nell’arco di una settimana, in tutti i paesi europei. La settimana è in realtà solo teorica: sia nel 2010 che quest’anno le iniziative sono state attuate in un periodo di tempo più lungo. Ma non è questo che conta: l’importante è l’essere stata, in tutta Europa, un’occasione rilevante di incontro della scuola con associazioni, enti e imprese e che, al centro di questo incontro, ci siano stati, generalmente, i giovani.
L’obiettivo della e-Skills Week 2012 era “to mobilise stakeholders to inform young people on how to acquire e-skills and find jobs in the digital economy”. Mobilitare gli stakeholder per informare i giovani su come acquisire e-skills e trovare lavoro nell’economia digitale; a partire da questa affermazione: “Entro il 2015 il 90% dei posti di lavoro richiederanno competenze digitali”. Il titolo della e-SKills week 2012 era: “There is a job waiting for you”. Significativa di questa impostazione la sottostante diapositiva, di uno dei relatori all’evento conclusivo a Copenaghen: “Fa sì che il tuo futuro si accordi con i tuoi sogni. Diventa digitale”. Dove – con un gioco intraducibile in italiano – quell’accordarsi (to fit) si basa, appunto, sulle IT.
Fig. 2 – Una diapositiva al convegno di Copenaghen.
Sono trentasei paesi in cui sono stati organizzati eventi nell’ambito della e-Skills week. E gli eventi sono stati molte centinaia. In Italia le iniziative sono state coordinate da ECWT, European Centre for Women and Technologies, i cui membri italiani sono Donne e Tecnologie, DidaelKTS, Fondazione Observa, Scuola di Robotica. Hanno collaborato: Ministero per lo Sviluppo Economico, MIUR, ANSAS, AICA, ANITE, Confindustria, Cisco, CISME, ClassEditori, DeltaCon, Didasca, Dschola, EPICT, Kangourou dell’Informatica e VegaPark.
L’evento conclusivo – si fa per dire, dal momento che in molti paesi ci sono state iniziative anche dopo questa data – si è svolto, come dicevo, a Copenaghen, il 30 marzo, alla presenza di studenti, autorità nazionali, rappresentanti di imprese e associazioni a livello europeo.
Fig. 3 – La prolusione inaugurale della Principessa Maria di Danimarca.
Marc Durando, direttore esecutivo di European Schoolnet, ha detto: “Siamo felici di aver riunito così tanti stakeholder e i giovani per far avanzare questa importante iniziativa. Noi siamo impegnati ad assicurare che i giovani europei siano preparati ad impegnarsi nel futuro digitale dell’Europa e siano attrezzati per lavorare nell’era digitale. European Schoolnet è orgogliosa di essere stata coinvolta nella realizzazione di e-Skills Week 2012 e ci auguriamo di poter continuare la positiva collaborazione che abbiamo costruito con le industrie e i governi per garantire che tutte le future generazioni di europei possano vivere, lavorare e giocare nell’era digitale. Speriamo che la e-Skills Week prosegua negli anni a venire“.
John Higgins, direttore generale di DIGITALEUROPE, ha detto: “Le aziende ICT si sono impegnate per dimostrare il nostro impegno collettivo per garantire che tutta l’Europa resti competitiva e continui a beneficiare della crescita di produttività che può essere erogata attraverso il settore della tecnologia digitale. Restiamo convinti sostenitori dell’importante iniziativa della Commissione Europea per abbassare la disoccupazione, coinvolgere i cittadini nell’economia della conoscenza e garantire che le imprese abbiano a disposizione lavoratori qualificati dei quali hanno bisogno per operare nell’economia digitale globale di oggi".
Fig. 4 – Fiona Fanning, Segretario generale del CEPIS, premia le vincitrici di Girls in IT.
L’evento conclusivo è stata l’occasione, anche, per premiare molti giovani, in diversi settori.
ICT in Education Award. Sponsorizzato da ACER.
Premiate iniziative che mostrano come le competenze digitali migliorino il processo di apprendimento e producano innovazioni. Primo premio (un computer portatile Aspire One 255 e € 1.000): Antonio Saiz Mancha (Spagna) per Musicatics.
Secondo premio (un computer portatile Aspire One 255 e € 500): Jesús Castillo Albalate (Spagna) per SEK & Games.
Girls in IT. Sponsorizzato da CEPIS (European Professional Informatics Societies).
Premiate giovani donne che hanno dato un contributo eccezionale nel settore ICT, e che possono essere di modello per i coetanei. Primo premio (un sussidio alla formazione di un valore di € 3.000): Afroditi Gkertsi, Eirini Kokkinidou e Anastasia Zarafidou (Grecia) per Beat Robotics.
Secondo premio (un sussidio alla formazione di un valore di € 1.500): Sarka Vavrova (Repubblica Ceca) per Electronic Timekeeper.
Young entrepreneurship. Sponsorizzato da Nokia.
Premiati giovani che hanno promosso un’iniziativa imprenditoriale attraverso l’utilizzo delle TIC (profit o non profit). Primo premio (un telefono Lumias e € 1.500): Luke Benson, Donnchadh Barry e Paul Mc Donagh (Irlanda) per iCollapse.
Secondo premio (un telefono Lumias e € 1.000): Per Almhorn, Vilhelm Josander e Markus Sackemark (Svezia) per Mobil Utbildning AB.
Digital skills. Supportato da DIGITALEUROPE.
Premiati giovani con comprovate ed eccezionali competenze tecniche nella programmazione, software e/o progettazione delle applicazioni. Primo premio (€ 1.500): Marijonas Petrauskas (Lituania) per Fizika. Secondo premio (€ 1.000): Kimmo Koski, Petteri Lehtonen e Johannes Maliranta (Finlandia) per Vigilis.
Excellent research project. Supportato da European Schoolnet.
Premiati giovani che hanno conseguito risultati di eccellenza nella ricerca sulle TIC o attraverso l’uso delle TIC. Primo premio (€ 1.500): Nikolaos Avagianos, Nikolaos Vogiatzhs e i loro compagni di classe (Grecia) per Icaromenippus CanSat.
Secondo premio (€ 1.000): Nicola Greco (Italia) per BrunoApp.
Ho scambiato quattro chiacchiere, durante il buffet conclusivo, con quest’ultimo: vedere fra i premiati un ragazzo italiano fa piacere. Bruno è il nome dell’applicazione che ha sviluppato durante uno stage per Telecom Italia: un Real time tool for online social network analysis.
Le competenze che gli sono servite per vincere il premio le ha acquisite in Italia e qui ha fatto il progetto. In questo momento però, mi ha raccontato, è a studiare a Oxford. Speriamo che ritorni e non si aggiunga alla fuga di cervelli.
Sono aperte le nomination per il WISE Prize for Education, il primo riconoscimento internazionale nel campo dell’educazione. Fino ad ora venivano premiati fisici, chimici, poeti, scrittori, attori, registi, calciatori, … ma nessuno aveva ancora pensato a qualcosa come un Nobel, un Oscar, un pallone d’oro per gli educatori! A pensarci è stata la Qatar Foundation all’interno di WISE, il World Innovation Summit for Education che dal 2009 si svolge annualmente a Doha, Qatar. Come si dice sul sito www.wise-qatar.org: "Il Premio WISE valorizza l’educazione dandole lo stesso prestigio di altri settori quali la scienza, la letteratura, la pace e l’economia per i quali esistono importanti premi internazionali."
Figura 1: Il logo della Qatar Foundation.
Il premio, dell’entità di $500.000, è stato istituito nel 2010 ed è assegnato ogni anno ad una persona – o a un gruppo fino a sei persone che lavorano insieme – per un contributo eccezionale in qualsiasi campo dell’istruzione. Il lavoro della persona o del team deve aver generato un sostanziale cambiamento e miglioramento in campo educativo con un impatto duraturo e su scala significativa.
Le nomination possono venire da individui ed istituzioni impegnate nel campo dell’educazione, quali università, scuole, college, organizzazioni degli insegnanti, strutture di ricerca, organizzazioni internazionali, governi, media e società private.tutte le organizzazioni . Il form e la scheda sono disponibili online.
Il video di presentazione del premio.
In parallelo con il WISE Prize continuano ad essere assegnati i WISE Awards, progettati per identificare, mettere in mostra e promuovere innovativi progetti educativi da tutte le regioni del mondo e in tutti i campi educativi con la finalità di ispirare il cambiamento nell’educazione.
Come ha detto il Chairman del Summit, sceicco Abdulla bin Ali Al-Thani: "C’è la necessità di evidenziare le migliori pratiche perché possono ispirare altri progetti ed essere utili a chi opera nel campo dell’educazione e agli studenti di tutto il mondo. Invito le persone impegnate in progetti innovativi a condividere i loro successi."
Ogni anno, una giuria internazionale composta da esperti provenienti dal mondo dell’istruzione seleziona sei progetti innovativi per il loro impatto concreto e positivo su educazione e società. I progetti vincitori ottengono una visibilità mondiale e ricevono un premio di $20.000. Per gli Awards l’invio delle nomination sarà in aprile.
I 18 awards finora assegnati
Dalla creazione del Premio nel 2009, gli organizzatori hanno ricevuto oltre 1.300 candidature da 116 paesi e hanno selezionato 98 finalisti con 18 progetti vincitori. Si tratta di un insieme di buone pratiche e di soluzioni educative innovative che potrebbero essere replicate ovunque. Sul sito WISE – www.wise-qatar.org – si trovano le descrizioni dei vari progetti vincitori e tramite la piattaforma MyWISE è possibile contattare i responsabili dei progetti per saperne di più.
Gli Awards 2009
Progetto: Nanhi Kali
Organizzazione: Mahindra Trust
Paese: India
Responsabile del progetto: Sheetal Mehta
Progetto: Escuela Nueva
Organizzazione: Fondation Escuela Nueva
Paese: Colombia
Responsabile del progetto: Vicky Colbert
Progetto: Curriki
Organizzazione: Curriki
Paese: USA
Responsabile del progetto: Kim Jones (Awards recipient in 2009: Peter Levy)
Progetto: Rewrite the Future
Organizzazione: Save the Children
Paese: UK – leading for Save the Children International
Responsabile del progetto: Tove Romsaas Wang dddddddddddddddddddddddddddddddddddddddddddddddddddd
Progetto: SueñaLetras (Chile)
Organizzazione: Center for the Development of Inclusion Technologies – CEDETI
Paese: Argentina, Cile, Colombia, Messico, Uruguay, Costa Rica e Spagna
Project holder: Ricardo Rene Rosas Diaz
La presidentessa della Qatar Foundation, Sheikha Moza bint Nasser, così ha presentato la finalità del premio: “Il nostro obiettivo è che questo premio accresca la consapevolezza globale del ruolo cruciale dell’educazione in tutte le società; intendiamo creare una piattaforma di soluzioni innovative e concrete che aiutino a vincere le sfide che l’educazione deve affrontare in tutto il mondo."
Il 1° novembre 2011, durante il terzo Summit, di fronte a media di tutto il mondo e a una platea di 1.200 leader ed esperti dell’educazione provenienti da tutto il mondo, l’Emiro dello Stato del Qatar, Hamad bin Khalifa Al-Thani, ha assegnato il primo WISE Prize per l’Educazione a Sir Fazle Hasan Abed, fondatore e presidente di BRAC.
Nel 1972, Hasan Abed ha fondato BRAC, in origine per Bangladesh Rural Advancement Committee, per affrontare la crisi umanitaria che seguì la lotta del suo paese per l’indipendenza dal Pakistan. Nel corso dei successivi quattro decenni, ha costruito la più grande ONG mondiale basata sul principio di rendere le persone in grado di crescere come individui, di gestire il benessere delle proprie famiglie e contribuire alla propria società. BRAC è uno dei più grandi enti non governativi a livello mondiale che si occupano di formazione, contribuendo direttamente alla formazione pre-primaria, primaria e secondaria di oltre 10 milioni di giovani. Si concentra sul portare l’istruzione a coloro che non sono raggiunti dal sistema di educazione tradizionale.
Con i suoi diversi programmi BRAC ha raggiunto quasi 140 milioni di persone in 10 paesi in Asia, Africa e America Centrale. Sotto la guida di Sir Fazle Hasan Abed, quelle persone hanno acquisito gli strumenti per migliorare la propria vita, per esempio, creando micro-imprese, divenendo operatori sanitari, o insegnando a generazioni di bambini.
Figura 2: La cerimonia della premiazione a WISE 2011.
Insignendolo del premio, lo sceicco Abdulla bin Ali Al-Thani ha detto: "La vita e la carriera di Fazle Hasan Abed incarna quelli che sono i valori di WISE. Egli ha riconosciuto che l’istruzione è un passaporto per l’inclusione sociale e le opportunità. Ha scoperto una formula di successo, e l’ha adattata e sviluppata prima in Bangladesh e poi in altri paesi. Come diretta conseguenza, milioni di persone in tutto il mondo hanno avuto una vita più sana, più felice e più produttiva."
L’intervento di Sir Fazle Hasan Abed, fondatore e presidente di BRAC, insignito del WISE Prize 2011. "Sono guidato da un ideale di un mondo libero da ogni forma di sfruttamento e discriminazione. L’educazione è la risposta a questa missione."
WISE 2011: 3 commenti di partecipanti italiani
Anche quest’anno vi sono stati alcuni italiani invitati a partecipare al Summit, anche se purtroppo non tra relatori. Ecco, qui di seguito, i pareri di alcuni di loro sul Summit.
Figura 3: I partecipanti italiani al Summit (da sinistra: Fabio Nascimbeni, Claudio Dondi, Manrico Casini Velcha, Francesca Pasquini, Pierfranco Ravotto, Giovanni Fulantelli, Marcello Scalisi e Stefano Blanco. Presente come giornalista Valentina Mazza del Corriere della Sera)
Per capire la portata dell’operazione WISE, si può partire dalla sua raison d’etre, riportata nel sito www.wise-qatar.org: "WISE è basato sulla consapevolezza che le sfide pratiche in materia di educazione non sono più ristrette nei confini politici dei paesi e, pertanto, il suo mandato è internazionale. WISE riconosce che le sfide che la comunità mondiale deve affrontare non sono mai state più grandi, che abbiamo bisogno di soluzioni innovative non raggiungibili con i soli approcci tradizionali. WISE afferma che il desiderio di innovare è, infatti, un bisogno innato dell’uomo di plasmare e migliorare il nostro ambiente."
WISE parte dal presupposto che le sfide dell’educazione di oggi (e di domani) non si possono affrontare esclusivamente sulla base delle priorità e delle necessità dei diversi stati-nazione, e propone un approccio “internazionale” ai problemi dell’educazione. Questa visione risulta piuttosto innovativa se comparata sia con l’approccio dell’Unione Europea, dove l’educazione e la formazione sono materia sotto la responsabilità degli Stati Membri, sia con l’approccio dell’UNESCO, che basa da sempre le proprie iniziative globali sulle necessità dei diversi paesi membri dell’organizzazione. Le implicazioni di questo nuovo approccio sono probabilmente la cosa più innovativa di tutta l’operazione WISE e pongono alcune importanti questioni.
Come adottare un approccio globale all’educazione capace di superare il paradigma degli aiuti allo sviluppo, soprattutto nel momento attuale in cui alcuni paesi storicamente sviluppati cominciano ad avere problemi tipici del sottosviluppo (l’assenza di materiali di prima necessità nelle scuole italiane è un esempio)? Come bilanciare questo approccio globale con il rischio di “mercatilizzazione dell’educazione”, dovuta al fatto che le multinazionali attive anche nel campo dell’educazione (pensiamo a Microsoft) sono per natura globali? Infine, come garantire attenzione alle realtà locali mantenendo allo stesso tempo una visione globale aperta della problematica dell’educazione nel XXI Secolo?
L’impressione è che WISE intenda dare risposte a tali questioni complesse attraverso un’operazione di “community building”, mirata non solo a riunire una volta all’anno le menti più brillanti del settore, ma anche a coinvolgere una serie di attori in una nuova comunità capace di lavorare a distanza durante tutto l’anno e di cui il Summit WISE è solo la punta dell’iceberg.
Il proliferare di comunità online, legato sia alla disponibilità di piattaforme gratuite di collaborazione sia alla crescente abitudine di lavorare a distanza, è un fenomeno di grande rilievo in molti settori, e allo stesso tempo è fonte di problemi in termini di efficienza e dispersione di energie, in un momento in cui la “saggezza informatica” non tiene il passo delle possibilità offerte. Nell campo dell’innovazione educativa, la natalità e soprattutto la mortalità di queste “communities” è certamente molto alta: se ci limitiamo all’area dei progetti finanziati dall’Unione Europea nel settore, l’impressione è che quasi ogni progetto tenti di creare la sua comunità online, con il risultato che gli esperti sono continuamente bombardati da inviti a partecipare a discussioni in linea, a sondaggi, a webinars, eccetera. E’ difficile dire se e in che modo l’operazione di community building proposta da WISE sia diversa da queste comunità, certo è che per una serie di ragioni – prima fra tutte l’essere invitati a un evento considerato in un certo qual modo “esclusivo” – l’operazione merita attenzione.
In che cosa si differenzia la rete WISE rispetto alle comunità esistenti nel settore? Primo, per la sua natura internazionale, che certamente porta un nuovo respiro nelle discussioni, assieme però a una minore profondità delle stesse. Secondo, coinvolge – o almeno tenta di coinvolgere – non solo esperti e accademici ma anche altri “stakeholders” come decisori politici e studenti. Terzo, per l’ampiezza della sua agenda che tratta temi trasversali come – è il caso del tema del Summit 2012 – i modelli innovativi di finanziamento per l’educazione.
I tre anni di vita del Summit sono certamente troppo pochi per poter affermare che la comunità WISE potrà rappresentare qualcosa di diverso delle – purtroppo troppe volte sterili e autoreferenziali – comunità professionali nel campo dell’innovazione nell’educazione, ma sicuramente i presupposti sono positivi.
Partecipare, anche quest’anno, al Summit Mondiale sull’Innovazione dei Sistemi Educativi promosso a Doha dall’Emiro del Qatar è stata un’esperienza, sia umana che professionale, di grande interesse. Porre la ricerca scientifica e lo sviluppo del capitale umano al centro delle proprie politiche di crescita economica ed in particolare di attrazione degli investimenti esteri, rappresenta indubbiamente segno di visione strategica di ampio respiro, situazione alquanto rara nell’attuale panorama internazionale ed in particolare nel contesto della nostra “vecchia” Europa.
Anche dal punto di vista della regia complessiva del Summit, mi ha colpito l’attenzione data ad alcuni particolari quasi a voler rendere ancora più incisivo il messaggio politico di apertura e di visione lungimirante. Lo scorso anno i componenti della famiglia “reale” protagonisti dell’evento si esprimevano in lingua araba mentre, in questa edizione, i discorsi venivano tenuti tutti in inglese (anche se non del tutto fluente); dal protagonismo dell’Emiressa, Presidente della Qatar Foundation, si è passati in questa edizione al ruolo di padrone di casa svolto dal giovane figlio; da un approccio essenzialmente laico del passato ad una maggiore attenzione ai valori educativi espressione fondamentale delle molteplici appartenenze religiose presenti, compresa quella cristiano-cattolica.
Figura 4: Un’immagine del Summit.
Tra queste ultime, una segnalazione particolare merita l’esperienza australiana della Northern Beaches Christian School (NBCS) illustrata – nell’ambito della sessione dedicata all’identificazione dei denominatori comuni del successo innovativo – da Stephen Harris direttore della scuola dal 1999 e fondatore del Sydney Centre for Innovation in Learning nel 2005. Harris afferma che “… le scuole devono intraprendere un nuovo paradigma ed allontanarsi da quello che tradizionalmente fu pensato come ‘scuola’. Questo nuovo paradigma è quello in cui l’apprendimento è personalizzato e collaborativo, la tecnologia è adattiva, gli spazi sono radicalmente differenti dal concept istituzionale ed al centro è posta una comunità costruita su relazioni positive. Il focus della sperimentazione si concentra sulla costruzione di un modello organizzativo che renda l’innovazione fattore pervasivo nella vita quotidiana di una scuola”.
In questo quadro, i lavori hanno posto grande enfasi al ruolo che i network sociali e tecnologici svolgono oggi nei processi di sviluppo della conoscenza: a livello globale, il Summit WISE offre, infatti, piena testimonianza dello spostamento significativo dall’equazione apprendimento/istituzioni educative verso un panorama di apprendimento vario e complesso che vede la presenza di nuovi attori privati, pubblici, imprese profit e organizzazioni del terzo settore per l’offerta di istruzione largamente accessibile e di tipo diverso. Da cui emerge come messaggio portante del Summit l’urgenza di adottare strategie sistemiche per sviluppare la capacità degli studenti di orientarsi e navigare all’interno di un panorama di apprendimento molto più complesso ed articolato, di sostenere la creazione di relazioni in rete aperte e flessibili tra istituzioni educative diverse, sia formali che informali, e lo sviluppo di una “forza lavoro” di rete.
La riflessione sul continuo cambiamento socio-tecnico e sulla potenziale incertezza legata a tale cambiamento, suggerisce che i responsabili delle politiche educative coinvolti nello sviluppo di sistemi educativi flessibili nel 21mo secolo devono allora riconoscere che:
Non vi sarà una singola risposta educativa atta a preparare gli studenti o le istituzioni educative a tutti i potenziali sviluppi futuri. Piuttosto che creare un sistema di “scuola per il futuro”, quindi, a cui tutte le altre scuole debbano aspirare, il sistema educativo deve impegnarsi a creare una diversa ecologia di istituzioni e di pratiche educative.
Tale diversità emergerà solo se gli educatori, i ricercatori e le comunità sono messi in grado di sviluppare risposte originali focalizzate al cambiamento – incluso lo sviluppo di nuovi approcci al curriculum, alla pedagogia, alle nuove competenze e professionalità, alla governance ed alla valutazione.
Costruire un dibattito pubblico informato sul cambiamento attuale e sugli scenari emergenti e potenziali è cruciale per la creazione di sistemi educativi che siano in grado sia di adattarsi a tali cambiamenti, sia, ove necessario, di sfidarli.
Il commento di Manrico Casini-Velcha, Centro F.R. don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana - barbiana.education@gmail.com
Anche quest’anno lo Spirito del Summit è stato in genere rispettato, considerati gli argomenti affrontati nei due passati Summit. (2009, Global Education: Working Together for Sustainable Achievements – 2010, Building the Future of Education).
L’argomento del 2011, "Changing Societies, Changing Education", a mio parere, era dettato ‘anche’ dalla nuova situazione generale mondiale che in pochi mesi ha visto travolte da rapidi ed inattesi eventi (comunque perlopiù poco sanguinosi) società e strutture ritenute ben salde e consolidate e la nascita inattesa o il risorgere tumultuoso di realtà, organizzazioni e movimenti sociali e politici ritenuti minoritari, inattuali o irrilevanti. I notevoli mutamenti negli assetti politici mondiali hanno certamente spinto gli organizzatori, quand’anche prudentemente, ad affrontare due argomenti chiave generali assai attuali (Rethinking Innovation in Education + Designing Edxucation for the Future).
Premesso che il numero dei partecipanti maschili rispetto a quelli femminili è rimasto pressocché invariato rispetto ai due anni precedenti (rispettivamente 58% e 42%), ho rilevato sia l’assenza di alcuni delegati presenti nei due summit precedenti che un maggior numero di mancati arrivi da parte di invitati. Quasi sicuramente le nuove situazioni politiche hanno influenzato anche un paio di tematiche affrontate nel corso dei Dibattiti e in più d’uno dei Workshop. Segnalo come esempio più palese la sessione "Education & Change in the Arab World". Dibattito stringato e pressocché allineato su posizioni prudentissime, quasi un vademecum di sani e autorizzati propositi ad uso e consumo dei diretti interessati.
Fra i temi più interessanti il dibattito del 2° giorno, Learning from best practices, relativo alla prevenzione dell’abbandono scolastico e delle tecniche e politiche di reinserimento nell’ambito educativo; ha evidenziato alcune delle ‘piaghe’ che maggiormente preoccupano i responsabili dei paesi occidentali. Non a caso queste tematiche sono parallele alla generale decadenza qualitativa di istituzioni educative statali (in Italia anche di quelle private).
Quello che mi ha più colpito è il dibattito del 3° giorno, Learning Anytime, Anywhere. E’ stato condotto da Graham Brown-Martin, fondatore di Learning without Frontiers. Fra i relatori ho apprezzato molto la dott.sa Maria Rosa Torres del Castillo.
Sempre illuminante e provocatorio l’intervento di Tim Rylands della "So into it" Ltd, un vero genio del mondo educativo globale.
Il Summit ha una notevole valenza anche solo per il solo fatto che promuove l’incontro, sebbene spesso quasi casuale, con persone, pensieri ed esperienze fra le più varie. Insomma dà la possibilità di varie prospettive e di allacciare rapporti personali interessanti.
In questo articolo illustrerò alcune ricerche e progetti portati avanti negli ultimi anni negli Stati Uniti per sperimentare le possibilità offerte dai media digitali per l’apprendimento. Quello che segue è sia il frutto di una ricerca fra siti e pubblicazioni che il racconto di un’esperienza vissuta in prima persona. Nel 2011 ho infatti passato alcuni mesi a Los Angeles dove ho partecipato al convegno Digital Media and Learning Conference – Designing learning Futures e seguito le attività del gruppo di ricerca Project New Media Literacies presso la Annenberg School of Communication alla University of Southern California.
“Hanging out, Messing Around e Geeking out”: la scoperta dell’apprendimento informale con i media digitali
Una delle ricerche che mi hanno avvicinato al dibattito accademico statunitense, che penso sia rilevante anche per comprendere il significato dei progetti di cui parlerò più avanti nell’articolo, si chiama Digital Youth Project. Si tratta di un’estesa ricerca etnografica, la più grande con questa metodologia, sul tema del rapporto dei giovani con i media digitali e la comunicazione mediata. Circa 800 fra bambini e ragazzi sono stati osservati per lunghi periodi (online o nei centri di dopo scuola) e intervistati in merito alle loro pratiche quotidiane d’uso dei media. Alla ricerca hanno partecipato 28 studiosi, la maggior parte delle Università di California di Berkley e Irvine, coordinati dalla Prof.ssa Mimi Ito, che si definisce “antropologa dell’uso della tecnologia”.
Il lavoro è confluito nel volume intitolato “Hanging out, messing around e geeking out: living and learning with digital media” scaricabile gratuitamente online. Il libro descrive estensivamente le pratiche di partecipazione con i media digitali di bambini, adolescenti e giovani americani. Dai risultati (non sorprende) emerge che la maggior parte dei ragazzi usa la rete per “hanging out with their peers” ovvero stare in contatto con gli amici, soprattutto quando non è possibile farlo fisicamente. Tuttavia questo non esclude altri modi di partecipare, al contrario può esserne il presupposto. Nel volume sono infatti descritte forme meno diffuse ma più intense di interazione con la tecnologia, come l’esplorazione autonoma, su prove ed errori e sui feedback ottenuti online, del funzionamento di programmi e tecnologie (“messing around”). Ad esempio, si racconta di Derrick,16enne domenicano che vive a Brooklyn, che senza alcun supporto da amici e famigliari recupera informazioni online su questioni tecniche, come inserire una scheda audio nel proprio computer, e diventa per gli amici l’esperto di riferimento. La pratica di ”messing around” sembra trascendere le barriere socio-economiche. Anzi, spesso sono ragazzini di famiglie working-class che in modo autonomo si ingegnano con le tecnologie e ottengono benefici in termini di apprendimento, fiducia in sé stessi e talvolta anche professionali o economici.
Figura 1 – La copertina del libro con i risultati della ricerca di Digital Youth Project
Nel volume è descritta anche una forma di partecipazione più intensa, strettamente correlata agli interessi dei ragazzi, in cui la rete viene sfruttata per partecipare e attingere conoscenza in comunità di interesse (“geeking out”). Qui ha luogo quello che gli autori definiscono “youth-driven peer-based learning“, i ragazzi acquisiscono conoscenze in un campo specifico in collaborazione ad altri pari. Si tratta soprattutto di comunità di “fan” come quelli che si radunano nei siti web dedicati ad Harry Potter che, fra le altre cose, estendono la trama originale scrivendo, valutando e organizzando collaborativamente nuove storie. Oppure i fan delle Anime giapponesi che, con un’efficienza professionale, lavorano alla traduzione e diffusione dei sottotitoli dei cartoni animati. Per le pratiche di “geeking out” è fondamentale il supporto sociale delle famiglie, degli amici oppure online di altri esperti.
I ricercatori affermano che queste forme di partecipazione sono importanti occasioni di apprendimento, che nascono da attività ricreative e sociali, la cui rilevanza non può essere sottovalutata. Soprattutto da genitori, educatori e pubbliche istituzioni.
Digital Media and Learning: un campo in fermento
A Marzo 2011 si è tenuta la seconda edizione del convegno Digital Media and Learning Conference – Designing learning Futures cui ho avuto occasione di prendere parte. Osservando i relatori e i partecipanti al convegno è immediatamente percepibile la vivacità del dibattito e la sinergia fra ricercatori accademici e altre figure di professionisti, quali educatori, insegnanti, ma anche (game) designer, attivisti, bibliotecari, membri dell’industria dei video giochi e dei media e operatori nelle pubbliche istituzioni. La vivacità della ricerca americana si spiega anche con una questione pratica: gran parte delle ricerche e dei progetti sono attualmente finanziati da una fondazione, la MacArthur, nel programma Digital media and learning. Questo ente ha finanziato sia la ricerca Digital Youth Project che il convegno sopracitato, oltre che una collana di pubblicazioni su MIT press (alcune gratuitamente scaricabili online). E non solo. La fondazione, attraverso bandi, ha sostenuto anche progetti formativi svolti nelle scuole, nelle biblioteche e nei centri aggregativi.
E’ questo aspetto, più applicativo, che affronterò nel resto dell’articolo.
Progetti out-of-school per apprendere con i media digitali
Riassumendo quanto espresso sino a qui, dalla mia ricerca ed esperienza negli USA ho potuto trarre che:
L’impiego dei media digitali da parte dei ragazzi supporta l’apprendimento informale.
Negli Stati Uniti c’è un network di centri universitari, ricercatori, educatori e operatori che lavora sul tema digital media and learning.
La MacArthur Foundation supporta finanziariamente le attività e i progetti nel campo.
Qual è il risultato di questo scenario? La proliferazione di una serie di progetti soprattutto nei doposcuola (after-school), nelle biblioteche e altri centri di quartiere (out-of-school) che impiegano i media digitali per promuovere l’apprendimento, la partecipazione civica, l’espressione di sé e la creatività.
I progetti out-of-school consistono in varie iniziative in quartieri svantaggiati che mettono a disposizione di ragazzi e ragazze le tecnologie e le conoscenze, attraverso professionisti o mentors. Una delle prime iniziative di questa tipologia nata negli Stati Uniti è quella dei Computer Clubhouse ideata e sviluppata nel MIT Lab dal Prof. Mitch Resnick e dai suoi collaboratori con il supporto economico (questa volta) di Intel. Si tratta di spazi ricchi di tecnologie, media e libri, a disposizione dei giovani del quartiere. La partecipazione è completamente libera, non strutturata in termini di orari e i temi vengono decisi di volta in volta in base agli interessi (dalla meccanica ai webcomics). Cruciale per il successo dell’iniziativa il supporto di mentors, esperti o professionisti, che frequentano il centro e volontariamente condividono la propria esperienza con i più giovani. Il mentore è importante perché crea un contatto fra l’interesse del singolo ragazzo e una comunità di pratica da cui può attingere conoscenza. Il primo Computer ClubHouse fu istituito nel Museo di Scienze Naturali di Boston nel 1993, ora il modello si è diffuso in 20 paesi in tutto il mondo e conta più di 100 centri.
Figura 2 – Homepage del sito Intel Computer Club House Network
Più recentemente a Chicago è stata avviata una sperimentazione simile, fondata sui risultati del Digital Youth Project. Nella biblioteca pubblica nel centro della città, è stato attivato il progetto YouMedia: uno spazio libero e multifunzionale per i ragazzi e le ragazze del quartiere con tecnologie e corsi gratuiti su vari argomenti legati alla produzione di media. Per approfondire su questo tipo di iniziative si veda: Digital Media and Technology in Afterschool Programs, Libraries, and Museums (gratuito in PDF).
Nei paragrafi successivi racconterò invece di un progetto di “after-school” a cui ho partecipato, che diversamente di quelli qui descritti, è stato condotto in una scuola.
L’esperienza di Project New Media Literacies
A Marzo 2011 i ricercatori di Project New Media Literacies si trovavano nel bel mezzo della conduzione del loro dopo-scuola in una scuola secondaria superiore a Los Angeles. Per quel mese, come visiting student, ho seguito le loro attività, sia dentro il campus, che fuori, nella scuola.
Prima di raccontare in che cosa consiste questo after-school program, bisogna di nuovo tornare dentro l’università. Il Prof. Henry Jenkins (si veda il suo blog), direttore del gruppo di ricerca, è un accademico molto noto nell’ambito degli studi sui media e sulla cultura popolare da sempre interessato ai risvolti partecipativi e comunitari che caratterizzano le comunità di fan. Per chi non lo conoscesse suggerisco di leggere l’interessante prefazione alla traduzione italiana del suo libro Cultura Convergente curata dal collettivo Wu Ming. Negli ultimi anni i suoi interessi di ricerca si sono indirizzati verso il modo in cui i nuovi media supportano una “cultura partecipativa”, le potenzialità che offrono i nuovi media per scambiare e produrre conoscenza, le abilità necessarie per poter partecipare e come tutto ciò si collega al mondo dell’educazione.
In un White Paper (gratuito in inglese e acquistabile in italiano) Jenkins descrive le abilità (definite new media literacies) alla base della partecipazione nel XXI secolo. Questa “nuova” cultura della partecipazione in cui viviamo, sostiene il professore, non è esente da problemi. Due sono i principali:
le new media literacies che permettono la partecipazione non sono equamente possedute da tutti, nemmeno dai giovani fra cui esiste un “participation gap”;
anche se molti ragazzi partecipano, in modo informale e in relazione ai loro interessi personali, è ancora da esplorare come questa partecipazione si possa legare all’apprendimento e alla scuola.
Il progetto di after-school che descriverò nella prossima sezione fa riferimento proprio a tali questioni.
Un programma di dopo scuola sulle new media literacies
Explore locally, excel digitally è il nome del programma di doposcuola, organizzato da Project NML, che si è tenuto i venerdì pomeriggio da febbraio a maggio alle Robert F. Kennedy Community Schools. Questo complesso di scuole secondarie superiori è stato costruito recentemente e si trova nel sito in cui ci fu l’Ambassador Hotel, albergo in cui fu assassinato il senatore Robert F. Kennedy. Le RFK Community Schools sono sei scuole pilota all’avanguardia ispirate dai principi di giustizia sociale che contraddistinguevano il pensiero del presidente Kennedy, che servono due quartieri popolari e storicamente poco serviti di Los Angeles (Pico Union e Koreatown).
L’obiettivo del dopo-scuola la sperimentazione di pratiche educative che favoriscano la partecipazione (civica, creativa, intellettuale) degli studenti attraverso i media digitali. Come si evince dal titolo alcune tematiche affrontate sono legate al territorio, quindi al quartiere e alla città. In linea generale, attraverso una serie di incontri i partecipanti, studenti fra i 14 e i 16 anni, hanno avuto la possibilità di sperimentare alcune tecnologie e servizi e di utilizzare in modo attivo e critico i media digitali.
Questo video racconta il programma di dopo-scuola attraverso alcune riprese.
Insieme all’approccio dell’apprendimento partecipato, le new media literacies, le abilità che permettono la partecipazione nel XXI secolo, sono alla base delle attività condotte nel dopo scuola. Qualche esempio? Gli studenti hanno esercitato l’abilità di performance, che consiste nell’adottare diverse identità, improvvisare, al fine di apprendere nuove conoscenze. Un pomeriggio hanno realizzato delle improvvisazioni teatrali sulla questione della gestione della privacy in Facebook: due studenti a turno hanno “recitato” per i compagni mettendosi nei panni di coetanei alle prese con i guai derivanti dall’eccessiva esposizione online di informazione e le conseguenze con genitori, datori di lavoro o amici. Un altro pomeriggio hanno lavorato sul concetto di intelligenza collettiva. Gli studenti hanno esplorato insieme online, e poi prodotto, degli how-to video. Si tratta di un genere di video molto presente su YouTube (e apprezzato dai ragazzi) prodotto per condividere informazioni (dalla soluzione di un’equazione ad un esercizio di yoga) che vengono spiegate passo passo. Gli studenti hanno svolto un’attività finalizzata sia a giudicare le informazioni nei video, che a contribuire alla messa in comune della conoscenza, producendo un video loro stessi. Altre attività realizzate sono di natura più spiccatamente creativa: un pomeriggio è stato dedicato alla composizione di un anthem per la scuola. Questo inno, è stato scritto a parole, poi in immagini e infine tradotto in suoni. Gli studenti hanno sperimentato le potenzialità espressive degli strumenti di comunicazione e la traduzione di concetti su diversi media. Le altre attività adottano diversi punti di vista: storico, per esempio con la visione di un documentario sulla storia del quartiere e l’assassinio del senatore RFK presso l’Ambassador Hotel, sociale, con l’utilizzo delle mappe di Google per discutere delle caratteristiche dei quartieri di Los Angeles, e tecnico, con l’uso dei servizi web Prezi, VoiceThread, VuVox, Tumblr e Twitter.
Che cosa emerge da questo quadro di pratiche e ricerche statunitensi? Senza dubbio l’interesse per l’apprendimento informale, non strutturato, basato sulla cooperazione fra pari e adulti e la partecipazione spontanea, che intreccia diversi ambiti di conoscenza. Tuttavia, come queste pratiche si possano integrare nell’educazione formale è una questione ancora aperta. Anche se vi sono alcune sperimentazioni il terreno resta da esplorare (per esempio i ricercatori di Project New Media Literacies hanno avviato nell’estate un progetto in collaborazione con gli insegnanti).
Dalle esperienze raccontate in questo articolo sembra che al momento i contesti informali, come i dopo scuola e le biblioteche, siano più adatti per un certo tipo di sperimentazioni sull’apprendimento attraverso media e tecnologia. I benefici che i ragazzi ottengono da queste attività non sono facilmente valutabili in termini di apprendimento scolastico, dato che riguardano la partecipazione culturale, l’espressione di sé, la socialità, l’attivismo civico, etc. Nei progetti menzionati si parla spesso di gruppi svantaggiati, quartieri difficili e ragazzi di famiglie di modesto o basso status socio-economico. Forse perché il divario sociale è particolarmente pesante negli U.S.A., oppure perché i media digitali e le culture della partecipazione forniscono una possibilità proprio a questi ragazzi che ne hanno meno, per cui il gap con la cultura tradizionale è più ampio. Si tratta di una questione di interesse e ancora da percorrere, il cui compito spetta sia ai ricercatori che a coloro che operano nel mondo dell’educazione e della cittadinanza.
Notizie e riflessioni sulle linee emergenti dagli studi internazionali su complessità e reti. Il resoconto di Valerio Eletti sulla European Conference on Complex Systems (ECCS’11) che si è tenuta dal 12 al 16 settembre 2011.
Dati ufficiali della Conferenza ECCS
ECCS (la European Conference on Complex Systems) è la manifestazione che da quasi un decennio, ogni anno, riunisce in varie città europee studiosi dei sistemi complessi che vengono da università e centri di ricerca sparsi non solo in tutta Europa, ma in tutti continenti, dall’Asia all’America, fino all’Australia.
Questa ECCS’11, che si è svolta tra il 12 e il 16 settembre 2011 nella sede dell’Università di Vienna, è stata l’ottava edizione; la prima European Conference on Complex Systems si era tenuta a Torino nel 2004; quella dell’anno scorso era stata ospitata a Lisbona; la prossima si svolgerà nella Université Libre de Brussels dal 3 al 7 settembre 2012. L’edizione di Vienna si presenta così: As one of the most important annual events in Complex Systems Science, the conference provided a broad forum for the diverse communities engaged in Complex Systems research, ranging from the Life Sciences to Physics, from Computer Science to Social Science, from Mathematics to Origin of Life, and from Networks to Policy Implications. The ECCS’11 has featured a fine selection of inspiring keynote speakers, satellite conferences, awards, and panel discussions on a wide variety of hot topics.
Il conference chair è stato Stefan Thurner, che divide la sua attività tra la Medical University di Vienna e il Santa Fe Institute.
ECCS di Vienna è stata sostenuta, oltre che dall’Università di Vienna, da ASSYST e da CSS:
- ASSYST (European Assyst Project) è l’acronimo di Action for the Science of complex Systems and Social intelligent icT); svolge una sistematica azione di informazione che si può seguire sul sito http://www.assystcomplexity.eu (di grande utilità per chi si interessa di complessità è in particolare la newsletter che Assyst invia gratuitamente a tutti coloro che si registrano);
- CSS sta per Complex Systems Society, che così si presenta sul suo sito www.cssociety.org: The purpose of the Society is to promote the development of all aspects of complex systems science in the countries of Europe, as well as the whole international scientific community.
Prime impressioni e numeri sull’ECCS di Vienna
Flash di apertura: lunedì 12 settembre, siamo all’Università di Vienna, più esattamente nel cuore del campus dell’Università di Vienna, appena fuori dal Ring, a dieci minuti a piedi dalla St. Sephen Platz. Per la lectio magistralis di Murray Gell-Mann (il Nobel per la Fisica 1969 che ha fondato nel 1983, insieme a un pugno di colleghi visionari, il primo centro di studi interdisciplinari sulla complessità, il Santa Fe Institute), l’aula magna è straripante: molti sono i partecipanti seduti sulle scale per la mancanza di posti a sedere. D’altra parte la cosa era prevedibile, visto che già qualche settimana prima dell’avvio, in pieno agosto, gli organizzatori avevano dovuto chiudere le iscrizioni, per l’esorbitante numero di adesioni.
Gli iscritti risultano infatti più di 700. Oltre 300 le università, gli enti, le associazioni e i centri di ricerca presenti. Significative sono state anche le nazionalità dei relatori: oltre alla massiccia partecipazione austriaca (75 ricercatori e studiosi), si sono registrate presenze notevoli dalla Gran Bretagna (81 persone), dalla Francia (70), dalla Germania (53) e anche dall’Italia (52); presenze minori, ma altrettanto significative viste le distanze, si sono avute da università e centri di ricerca statunitensi, centro e sud americani, sudafricani, da Singapore e dalla Russia, dalle Filippine e dalla Corea, dalla Giordania e da Israele, dall’Iran e dall’India, dal Cile, dall’Algeria, dall’Australia … in tutto circa 50 nazioni diverse hanno dato il loro contributo (con più di 200 relazioni) alla riuscita dell’ECCS’11 di Vienna.
Altra notazione interessante: tutte le generazioni sono state presenti. Accanto ai “grandi vecchi” come Murray Gell-Mann o Geoffrey West (anche lui del Santa Fe Institute), abbiamo incontrato gli studiosi della generazione di mezzo, che stanno dando una svolta alle teorie della complessità, inserendovi lo studio topologico delle reti e l’analisi delle sequenze temporali degli eventi: da Laszlo Barabasi a Robert Devaney (Boston University), da Giulio Superti-Furga (Accademia delle Scienze Austriaca) a Ricardo Hausmann (Harvard University). (Qui si trovano le biografie sintetiche di tutti i keynote: http://www.eccs2011.eu/speakers). Ma ciò che emerge più chiaramente dalle presenze a ECCS’11 è la massiccia componente di giovani studiosi (dottorandi, assegnisti di ricerca, ricercatori) appassionati del loro lavoro, spesso originali nelle proposte e nelle riflessioni, innovativi nelle applicazioni in particolare delle analisi di tipo topologico alle reti complesse che stanno alla base dei fenomeni politici e sociologici, finanziari e medici, economici e urbanistici, biologici e memetici.
E per concludere l’analisi delle partecipazioni, mi permetto un piccolo motivo di orgoglio nazionale, in un momento in cui la classe politica al potere in Italia, coadiuvata dai media nazionali, sembra determinata a distruggere sistematicamente la credibilità, la struttura e l’esistenza stessa delle università e dei centri di ricerca nazionali: la presenza degli studiosi italiani a Vienna è stata davvero massiccia e significativa in termini sia numerici che di merito, con contenuti e proposte di primario interesse. Una presenza che si è collocata all’altezza dei maggiori paesi europei: oltre cinquanta relatori provenienti non solo da università e centri di ricerca italiani, ma anche da prestigiosi centri di eccellenza stranieri, da Santa Fe, a Namur in Belgio, a Vienna.
I temi principali e le proposte di ECCS’11
Ricordiamo i temi focus di questa edizione viennese di ECCS: A) Foundations of Complex Systems, B) From Molecules to Living Systems, C) Policy, Planning and Infrastructure, D) Collective Behavior, Society and Crisis, E) Interacting Populations eF) Complexity and Computer Science.
ECCS’11 ha inoltre ospitato una galassia di 20 topical Satellite Conferences and focus meetings. Tra questi, di particolare interesse è risultato il satellite meeting denominato “xNet”: dedicato al tema attualissimo che mette a confronto scienza delle reti e scienza della complessità, è stato distribuito su due intere giornate, con una “scuola” introduttiva tesa a dare le basi del nuovo paradigma ai partecipanti digiuni delle nuove formulazioni.
A lato delle varie relazioni, degli incontri trasversali, dei poster e dei satellite meeting, oltre alla presenza di due delle più qualificate case editrici che coltivano gli studi sui sistemi complessi (Springer e Oxford University Press), si sono avute varie proposte indirizzate in particolare ai giovani studiosi che si muovono nell’ottica della complessità e delle reti. Un paio di esempi significativi:
A) l’iniziativa internazionale FuturICT (vedi il sito http://www.futurict.eu) che si presenta così: the ultimate goal of the FuturICT flagship project is to understand and manage complex, global, socially interactive systems, with a focus on sustainability and resilience; FuturICT will build a Living Earth Platform, a simulation, visualization and participation platform to support decision-making of policy-makers, business people and citizens; integrating ICT, Complexity Science and the Social Sciences will create a paradigm shift, facilitating a symbiotic co-evolution of ICT and society;
e B) l’offerta di posti da ricercatore e docente per la nascitura Università internazionale di Budapest, appoggiata in particolare da Laszlo Barabasi, molto orgoglioso della sua origine ungherese, come si evince anche dai due suoi libri tradotti in Italia da Einaudi con il titolo di “Link” (2004) e di “Lampi” (2011).
Linee emergenti negli studi internazionali sui sistemi complessi
Dopo un decennio in cui gli studi delle reti e quelli dei sistemi complessi non dialogavano, questo ECCS’11 segna il giro di boa, con il riconoscimento e la diffusione dell’idea della fusione dei diversi approcci, con una attenzione particolare alla funzione della topologia delle reti per applicare il pensiero complesso in maniera operativa alla soluzione di problemi concreti nell’urbanistica, in medicina, nella politica, nella finanza e nell’economia e così di seguito su quasi tutte le discipline conosciute.
Da cui una notazione: il lavoro (e di conseguenza la figura) di Laszlo Barabasi è stata centrale all’ECCS Vienna: il baricentro di molte ricerche e relative relazioni lo si trova infatti proprio da una parte nello studio topologico delle reti (vedi il suo già citato libro “Link”) e dall’altra nella applicazione della legge di potenza e degli schemi a raffiche (bursts) a sequenze temporali di avvenimenti in un sistema a rete (vedi l’altro suo già citato libro “Lampi”).
In particolare si è notata in questa edizione di ECCS una grande attenzione alle espressioni più sofisticate (e in definitiva più realistiche) delle strutture delle reti, che sempre meno sono esaminate come semplici agglomerati di nodi collegati da link e sempre di più introducono negli studi, nei modelli e nelle simulazioni i nuovi concetti chiave ampiamente presenti in molte relazioni a Vienna:
il peso dato a nodi e link,
l’orientamento di questi ultimi,
l’evoluzione nel tempo dei nodi,
l’evoluzione nel tempo dei collegamenti, della loro forza e orientamento.
Insomma, nello studio della rete entra di prepotenza il fattore tempo, con la conseguente apparizione ricorrente sia della legge di potenza nella descrizione delle sequenze a lampi degli eventi, sia del concetto di soglia critica (threshold) nello sviluppo di un sistema attraverso salti di stato che si possono avvicinare al concetto di “trasformazione di fase”.
Tutto ciò ha permesso a centinaia di interventi di entrare nel merito di problemi reali: finalmente si può rispondere affermativamente alla domanda ricorrente se gli studi sulla complessità possono aiutare a risolvere casi concreti, dopo tanti anni in cui tutto quanto riguardava la complessità (a parte limitatissime applicazioni in campo informatico e matematico) era visto solo come una metafora efficace dal punto di vista concettuale, incapace però di dare contributi fattivi alla soluzione di problemi concreti nella gestione dei processi e delle organizzazioni, in biologia come in sociologia.
Conclusioni
In conclusione possiamo riepilogare le linee caratteristiche di questa edizione viennese di ECCS, i suoi punti di forza e qualche punto di debolezza.
Caratteristiche e punti di forza: ECCS’11 ha riunito a Vienna per una settimana una quantità massiccia di studiosi da tutto il mondo, mescolando generazioni diverse di studiosi e ricercatori, con una forte spinta alla risoluzione di problemi concreti ottenibile grazie allo studio topologico delle reti e alle loro dinamiche e valutazioni pesate. La raccolta degli abstract (230 pagine fitte) si può scaricare da questo indirizzo Internet: http://www.eccs2011.eu/program. Ne consiglio vivamente la lettura a chiunque si interessi di reti e sistemi complessi.
Punti di debolezza: nella edizione viennese di ECCS è mancato uno sguardo sistematico e approfondito sugli aspetti più umanistici degli studi sulla complessità: aspetti assolutamente non secondari, nella attuale fase comunque ancora iniziale, fondativa, di questo nuovo paradigma scientifico. Mi riferisco agli aspetti che riguardano l’epistemologia, la filosofia, la logica e l’apprendimento complessi e non lineari. A questi aggiungerei una (seppur minore) mancanza di interventi su ambiti trasversali della medicina come la PNEI (PsicoNeuroEndocrinoImmunologia).
Ragionandone con qualcuno del comitato organizzativo di ECCS’12 (che si svolgerà a Brussels dal 3 al 7 settembre 2012) ho visto interesse e quindi può darsi che nella prossima edizione anche questi aspetti trovino contributi validi, densi e interessanti come quelli che abbiamo sentito a Vienna su altri punti di vista. Per tenere d’occhio la manifestazione del 2012 questo è l’indirizzo Internet: http://www.eccs2012.eu
Valerio Eletti, Roma 22 settembre 2011
Ringrazio per la collaborazione gli organizzatori di ECCS’11
e in particolare Michael Szell, Anita Wanjek e Stefan Thurner.
di Marcello Scalisi
Direttore Esecutivo UNIMED, Unione delle Università del Mediterraneo m.scalisi@uni-med.net
Da un paio di anni viene da più parti richiesto all’Unione Europea di sostenere un programma di mobilità studentesca aperto alla partecipazione delle istituzioni accademiche e della formazione dei paesi della riva sud del mediterraneo, che contribuisca così ad avvicinare gli studenti ed i ricercatori delle due rive del mediterraneo.
Tuttavia manca la necessaria empatia (e non solo politica) su questo importante tema. Fino ad adesso l’idea di un grande programma di mobilità studentesca aperto ai paesi vicini dell’UE è rimasta confinata nell’ambito di un dibattito tra addetti ai lavori, intellettuali, diplomatici, universitari e non ha assunto una vera e propria dimensione pubblica.
La mobilità studentesca con i paesi della riva sud del mediterraneo è di fatto già possibile, ma per un numero di studenti e ricercatori molto contenuta, grazie ai programmi ERASMUS MUNDUS, TEMPUS, AVERROE’ ed altri: si tratta tuttavia di poche centinaia di studenti all’anno che possono usufruire di borse di studio finanziate da questi programmi.
Unimed – Unione delle Università del Mediterraneo, www.uni-med.net – ha lanciato durante l’Assemblea Generale che si è tenuta presso l’Università del Salento dal 7 al 9 luglio scorso, una petizione on line alla Commissione Europea affinché venga adottato un importante e ampio programma Erasmus e Leonardo da Vinci per il Mediterraneo, che ripeta, in un ambito geografico e politico più ampio, le fortunate esperienze di questi programmi europei.
La petizione si propone innanzi tutto di sensibilizzare l’opinione pubblica e soprattutto i giovani della regione euro mediterranea su questo tema affinché il dibattito assuma una dimensione ampia e speriamo condivisa con le istituzioni accademiche e formative della intera regione mediterranea.
In poche settimane hanno sottoscritto la petizione centinaia di studenti e professori di tutti i paesi del mediterraneo e speriamo di raggiungere l’obiettivo minimo delle 10.000 firme entro la data di chiusura della petizione che è stata fissata al 15 novembre 2011. La petizione è consultabile on line sul sito di UNIMED e le firme così raccolte saranno consegnate ai rappresentanti del Parlamento Europeo e della Commissione.
I programmi ERASMUS e LEONARDO DA VINCI hanno rappresentato, e rappresentano ancora oggi, iniziative di straordinaria importanza per la costruzione della dimensione europea. E’ proprio la rilevanza che questi programmi hanno assunto a dimostrare in maniera indiscutibile che la mobilità degli studenti e dei ricercatori potrebbe dare un contributo vincente alla definizione di una politica di vicinato più coerente con le esigenze ed i bisogni delle giovani comunità dei paesi del Maghreb e del Mashreq.
Alcuni dati possono aiutare a comprendere meglio la portata di questi programmi che hanno consentito a molti studenti universitari e dell’istruzione superiore di compiere una esperienza di studio, ma soprattutto di scambio e di integrazione, in altri paesi europei.
Il programma ERASMUS è stato avviato nel 1987 è il numero dei partecipanti è aumentato di anno in anno.
Nell’anno accademico 2007/2008 183.000 studenti europei hanno partecipato al programma Erasmus. Di questi 163.000 hanno studiato all’estero e 20.000 invece hanno partecipato a traineeships nell’ambito del programma Erasmus Placement. Anche i docenti ed il personale amministrativo partecipano attivamente al programma Erasmus: sempre nell’anno accademico 2007/2008, 27.000 docenti hanno svolto attività di insegnamento all’estero e 5.000 addetti degli uffici amministrativi e relazioni internazionali hanno preso parte al programma.
Complessivamente sono 2.500 le istituzioni universitarie europee e dei paesi associati che partecipano al programma ERASMUS.
Nel 2002 un milione di studenti aveva già partecipato al programma. Nel 2009 è stato raggiunto il tetto dei due milioni di studenti. L’obiettivo della Commissione, su sollecitazione del Parlamento Europeo, è di raggiungere entro il 2012 l’obiettivo dei tre milioni di partecipanti.
Il programma Leonardo da Vinci è stato istituito nel 1995 e ha tra i suoi principali obiettivi:
sostenere coloro che partecipano ad attività di formazione e formazione continua nell’acquisizione e utilizzo di conoscenze, competenze e qualifiche per facilitare lo sviluppo personale, l’occupabilità e la partecipazione al mercato del lavoro europeo;
sostenere il miglioramento della qualità e dell’innovazione nei sistemi, negli istituti e nelle prassi di istruzione e formazione professionale;
incrementare l’attrattiva dell’istruzione e della formazione professionale e della mobilità per datori di lavoro e singoli ed agevolare la mobilità delle persone in formazione che lavorano.
Nella nuova formulazione il programma Leonardo presenta un’articolazione basata su diverse tipologie di azione quali la mobilità degli individui (tirocini e scambi), progetti multilaterali di trasferimento dell’innovazione e progetti multilaterali di sviluppo dell’innovazione, reti tematiche di esperti, partenariati multilaterali centrati su temi di reciproco interesse dei partner.
Nel periodo 2000-2006 hanno preso parte al programma oltre 365.000 persone di 31 paesi tra paesi partner dell’Unione Europea e paesi associati.
Questi dati sintetici ben rappresentano la portata e l’importanza che l’Unione Europea e le istituzioni universitarie e formative hanno assegnato ai programmi Erasmus e Leonardo da Vinci ed è altresì facile immaginare quali siano stati gli effetti positivi per gli studenti che ne hanno usufruito in termini di costruzione del proprio portfolio di conoscenze e competenze, oltre appunto alla crescita della dimensione europea e della mobilità all’interno dei paesi dell’Unione.
Di recente la Commissione Europea sta rivedendo la propria posizione in merito alla mobilità studentesca con i paesi del Mediterraneo.
La primavera araba, oltre a rappresentare l’avvio di un processo di rinnovamento troppo a lungo atteso per le future democrazie arabe, ha di fatto innescato un processo di ridefinizione dell’agenda politica europea.
Le trasformazioni in atto in Egitto e Tunisia ed in generale il movimento di protesta dei giovani in diversi paesi del mediterraneo stanno imponendo una revisione della fallimentare Politica di Vicinato dell’Unione Europea.
In un documento del maggio scorso della Commissione Europea – Joint communication to the European Parlamient, the Council, The European Economic and Social Committee and the Committee of the Regions: A new response to a changing Neighbourhood – vengono evidenziati alcuni punti essenziali per il rilancio della Politica di Vicinato nei confronti dei paesi del Mediterraneo.
Si sottolineano di seguito alcuni elementi di questa comunicazione che rappresentano il punto di partenza per sviluppare un’azione di pressione politica nei confronti delle istituzioni comunitarie per l’adozione di un programma di Mobilità Mediterraneo (Nord – Sud e viceversa).
La Commissione riconosce nel documento sopra richiamato che la mobilità ed i contatti tra le persone sono fondamentali per promozione della comprensione reciproca e per lo sviluppo economico. Oltre ad essere importanti per ragioni economiche e commerciali sono fondamentali per lo scambio di idee, di innovazione, per lo sviluppo sociale, per stabilire solide relazioni tra le imprese, le università e le organizzazioni della società civile.
Dopo questa enunciazione di principio la Commissione si spinge più avanti nella definizione di un programma di Mobility Partnership affinché la mobilità con i paesi terzi venga definita nell’ambito di accordi di cooperazione che diano benefici a entrambe le parti ed invita altresì ad agire per la semplificazione delle procedure per il rilascio dei visti, problematica ancora oggi non del tutto trascurabile.
Nel prosieguo della Comunicazione la Commissione individua tre punti cardine per lo sviluppo delle relazioni con I paesi del Mediterraneo: “democratic transformation and institution-building; a stronger partnership with the people; and sustainable and inclusive economic development”.
Limitando l’approfondimento al rafforzamento del partenariato con i cittadini dei paesi terzi mediterranei la Commissione annuncia che “School co-operation (eTwinning), student and academic staff mobility within university partnerships (Erasmus Mundus), structured cooperation for university modernisation (Tempus), and mobility of Young People (Youth in Action) will also be expanded to provide a better support to the youth. New initiatives may also be promoted in the field of culture”.
Sostanzialmente quindi, nonostante la Commissione riconosca la necessità di sostenere la Mobilità degli studenti e il complicato quanto incerto processo di trasformazione in atto nel mondo arabo, gli strumenti che saranno messi a disposizione sono gli stessi che ogni anno consentono ad un esiguo numero di studenti e ricercatori di poter svolgere una esperienza di studio o lavoro all’estero.
Le premesse che il documento della Commissione contiene pertanto non sono ancora una base sufficiente affinché la stessa Commissione adotti una iniziativa che con coraggio e lungimiranza crei le condizioni affinché, attraverso la mobilità dei giovani, si affermi una futura Unione per il Mediterraneo in opposizione a quella che un paio di anni fa è stata lanciata dal governo francese e che oggi di fatto è immobilizzata da veti reciproci.
Di fatto la Commissione non riesce ad intervenire in maniera più incisiva perché sussistono vari ostacoli che impediscono la nascita di un programma Erasmus e Leonardo da Vinci per il mediterraneo. Come conciliare ad esempio l’idea di un ampio programma di mobilità studentesca euro-mediterranea con le politiche migratorie sempre più restrittive dei singoli paesi europei?
I giovani tunisini, egiziani, siriani ed anche degli altri paesi del mediterraneo stanno ponendo con forza l’attenzione al futuro delle giovani generazioni e rivendicano una crescente richiesta di partecipazione e democrazia e l’Unione Europea, così come i singoli stati, non possono sottrarsi al fondamentale ruolo di vicinato e partenariato attraverso il sostegno delle loro istanze.
L’ampliamento degli attuali programmi di mobilità si pone quindi come esigenza primaria affinché i giovani dei paesi europei e dei paesi terzi mediterranei possano contribuire, attraverso la conoscenza reciproca e lo scambio, a creare i presupposti affinché le prossime generazioni politiche possano costruire insieme una nuova dimensione della cooperazione tra UE e paesi terzi.
Su questo fronte varie iniziative stanno convergendo nella direzione di un cambiamento di rotta almeno per ciò che riguarda la mobilità studentesca.
Una iniziativa formale, ad esempio, è stata presa da cinque parlamentari europei che hanno presentato una dichiarazione alla Commissione ed all’Alto commissario affinché adottino un programma di Leonardo da Vinci ed Erasmus Mediterraneo. L’iniziativa, che nel volgere di poche settimane ha riscontrato subito il sostegno di poco più di duecento europarlamentari di varie appartenenze politiche e nazionalità, parte dal presupposto dell’importanza che questi programmi hanno rappresentato per la costruzione europea e, al contempo, per sostenere gli sforzi che i giovani stanno compiendo e che sono stati sintetizzati nella primavera araba.
E’ giunto quindi il momento che gli studenti e le istituzioni accademiche della regione euro mediterranea facciano sentire con forza la loro voce proponendo iniziative politiche che vadano oltre i confini delle modeste azioni fin qui adottate.
I rappresentanti delle istituzioni accademiche e dell’istruzione devono contribuire alla definizione di nuovi modelli di ispirazione globale e di istruzione. Le prossime generazioni devono diventare cittadini del mondo e dobbiamo impegnarci a garantire una formazione accademica come ponte per un futuro prospero, pacifico, sereno. Dobbiamo aggiungere al nostro lessico una nuova e ambiziosa dizione: Diplomazia Accademica. Gli accademici infatti sono in grado di superare impunemente i confini politici.
E’ necessario lavorare insieme per offrire alle giovani generazioni esperienze che permettano agli individui di vedere il mondo oltre i loro orizzonti personali per farne così cittadini del mondo.
A partire quindi dalla mobilità degli studenti nella regione mediterranea, a partire dalla primavera araba che speriamo possa contagiare un po’ anche noi.
Ho avuto l’opportunità di partecipare ad un convegno a Sofia, Bulgaria, organizzato dalla locale State University of Library Studies and Information Technologies sotto il patrocinio della Bulgarian National Commission for UNESCO.
Fig. 1 – Il logo della conferenza: QED
Tre giorni di interessanti relazioni e discussioni sulle politiche e sulle pratiche per migliorare la qualità dell’educazione attraverso un uso innovativo delle tecnologie digitali, che è il centro di interesse della nostra rivista. Un po’ meno di un centinaio di partecipanti, per una metà insegnanti di scuole bulgare, per l’altra metà universitari ed esponenti di altre associazioni, bulgari, e ospiti da altri paesi: Francia, Olanda, Giappone, Germania, Russia, Caraibi, Spagna, Austria e Italia (in realtà, scopro che in diversi casi si tratta di bulgari che lavorano in quei paesi).
Fig. 2 – L’intervento del deputy Minister of Education
Dopo l’apertura e i saluti dei deputy minister della Cultura e dell’Educazione, ad aprire i lavori è stata Mariana Patru della Division of Higher Education dell’UNESCO. Nel suo intervento, “Information and Communication Technologies in Teacher Educatio: A priority Area of UNESCO”, ha tra l’altro ribadito con forza un concetto: “I governi devono (‘must’ ha detto in inglese), anche se le condizioni sono difficili, investire nell’educazione!”. E’ un concetto che è stato ripetuto nel corso dell’intera conferenza. Mariana Patru ha, fra l’altro, parlato di quelle che l’UNESCO definisce le 15 sfide per l’umanità, quelle che servono per valutare le prospettive sia a livello locale che globale. Quindici sfide, fra loro interdipendenti, ognuna delle quali è in qualche modo connessa ai risultati dell’educazione.
Fig. 3 – 15 challenges for Humanity secondo l’UNESCO
Blagovest Sendov, Istituto di matematica e informatica di Sofia, presidente onorario di IFIP, è intervenuto sul tema “L’educazione nell’era digitale”. Uno dei concetti su cui ha insistito è la perdita di ruolo sociale degli insegnanti (non è, dunque, un fenomeno solo italiano). E’ fondamentale, invece, un rilancio di tale ruolo se si vuole ottenere con l’educazione una vera crescita delle persone, quella che l’insegnante, non la tecnologia, può facilitare. Paul Resta, “Redefining Teacher Education for Digital Age Learners”, è intervenuto sul tema della formazione degli insegnanti, una formazione da reinventare ma per la quale non vi sono, per ora, punti di vista condivisi.
Fig. 4 -L’intervento di Paul Resta, dell’Università di Austin in Texas
L’insegnante del 21° secolo, deve a suo parere saper lavorare con i propri studenti in una logica di creazione di opportunità di apprendimento e di co-creazione di risorse. Deve saper insegnare in ambienti blended e ambienti online, Per questo deve diventare un lifelong learner e imparare a lavorare come membro di un team di apprendimento. Poi un panel, con Joke Voogt, olandese, Emma Kiselova, dell’UOC, Universitat Oberta de Catalunya, UNESCO Chair in eLearning, Peter Kenderov e Evgenia Sendova che hanno parlato del workshop “Fibonacci” svoltosi il giorno precedente, Marta Turcsanyi-Szabo di una università Ungherese, Plamen Nedkov, di IT Star, che ha parlato delle Olimpiadi di informatica, delle certificazioni ECDL ed EUCIP, del framework e-CF e anche della ricerca di AICA sul costo dell’ignoranza informatica. Nel secondo giorno, altre relazioni: Stephan Pascall, “The EU Digital Agenda a Leap Towards Better Education”, e Joke Voogt, “Education in the 21st Century: What to espect from Teachers”. Poi presentazioni di esperienze concrete in scuole bulgare e resoconto di progetti europei (in questo contesto io ho presentato alcune considerazioni su “Compatency based Education with web 2.0” basate sull’esperienza del progetto Sloop2desc).
Fig. 5 – Roumen Nikolov, principale organizzatore e animatore dell’evento
Spero che vengano presto messe a disposizione le relazioni, è stato tutto filmato e a me era stato richiesto l’intervento scritto, penso che anche i paper verranno messi in rete. Cosa ne ho tratto? Direi la convinzione che i problemi, le proposte e le esperienze concrete di cui si è discusso in questo contesto, con relatori internazionali ma con uno specifico riferimento al contesto bulgaro, sono fondamentalmente gli stessi con cui ci misuriamo noi. Il che è un buon motivo per confrontarsi con chi li affronta in altri paesi. Nell’ultima mattinata una tavola rotonda conclusiva e poi una serie di riconoscimenti a chi ha contribuito all’organizzazione del meeting e la premiazione di alcuni insegnanti.
“It is with great pleasure that, on behalf of Her Highness Sheikha Mozah Bint Nasser Al Missned, Chairperson of Qatar Foundation, I invite you to attend this Summit", così diceva la mail. Non avevo mai ricevuto un invito formulato a nome di una “Sua Altezza”; come potevo rifiutarlo?
Del resto l’invito precisava che viaggio e alloggio erano a carico dell’organizzazione, un’ottima occasione, se non altro, per dare un’occhiata a un luogo del mondo a me sconosciuto. Ma il titolo – World Innovation Summit for Education – sembrava promettere molto di più.
Fatto un breve controllo che la proposta fosse vera, ho subito accettato.
E così, eccomi dal 6 al 10 dicembre a Doha, in Qatar, insieme a 1.250 altri invitati provenienti da tutto il mondo.
Il primo impatto è con la città, o per meglio dire con quella parte che ospita avveniristici grattacieli affacciati sul golfo Persico. Immagine di modernità, di ricchezza, di paese in fase di sviluppo. Poco più in là, vicino al porto, trovo la più tradizionale immagine di un paese musulmano: le moschee, i minareti, la voce del muezzin, il suk, le donne velate. Nel suk la maggioranza delle donne hanno la mascherina sugli occhi, ma lungo la passeggiata che costeggia il mare incontro, di sera, donne che passeggiano da sole, gruppi di amiche, ragazze con il fidanzato. Se le donne sono in nero, gli uomini indossano, quasi tutti, la tunica bianca, anche loro hanno hanno in testa un velo – che tradizionalmente serviva a proteggere dal vento, dal sole e dalla sabbia del deserto – ancorato al capo con un cordone di filo.
Sulle vetrine dei negozi l’immagine dell’Emiro Hamad bin Khalifa al-Thani e di her Highness mentre festeggiano – pochi giorni prima del Summit, il grande successo della scelta del Qatar come sede dei campionati del mondo di calcio del 2022. Le strade, mi racconta un taxista, si sono riempite di folla per festeggiare l’avvenimento. Il Qatar mi trasmette un’immagine dinamica, di mondo in sviluppo, slanciato verso il futuro.
Il Summit ha un ruolo determinante nel suggerirmi una tale immagine. Prima che nei contenuti nell’impatto visivo: e non è questione tanto dello scenario dei saloni dello Sheraton quanto della multiculturalità suggerita dai visi e dai modi di vestire: c’è una forte presenza del mondo arabo ma ci sono europei e asiatici, è forte la componente africana, ci sono nordamericani e sudamericani. I locali sono rigorosamente in bianco, gli uomini, e in nero le donne, sul capo portano il velo ma negli atteggiamenti e negli sguardi non forniscono alcun indizio di “sottomissione”, mi appaiono donne emancipate, come le potrei incontrare in un meeting a Berlino o a Parigi, forse con una differenza: qui sono più giovani.
E quando il summit inizia, il senso del futuro lo avverto nell’attenzione ad indagare il presente, ad individuare gli esempi di successo da seguire, nella scelta che è stata fatta dei relatori. Respiro un’atmosfera eccitante.
Ne parlo con alcuni dei pochi italiani presenti. L’elenco dei partecipanti ne riporta nove, io ne ho incontrato otto, il nono, rappresentante del MIUR non ho avuto occasione di vederlo. Fra gli otto, una ragazza che, con l’aria di essere di casa al summit, il primo giorno ci viene a cercare per intervistarci. E io, a fine summit, intervisto lei.
Quanti anni hai e come mai sei qui?
Chiara Palieri: Ho 20 anni e studio Politica Internazionale alla Stirling University. Sono un’attivista giovanile.
Con questo termine intendo una figura giovanile che lavora attivamente nella comunità, creando progetti per l’innovazione sociale.
Ho cominciato il mio attivismo dall’età di 15 anni,focalizzando il mio interesse sulla partecipazione civile e l’istruzione. La mia lunga esperienza nel campo dell’attivismo giovanile a livello mondiale mi ha permesso di essere selezionata dalla Qatar Foundation come una dei 20 “leader giovanili”, incaricati di farsi portavoce dei giovani, degli studenti. Io vengo dall’Italia, altri dalla Nuova Zelanda, dalla Romania, dal Cile, dal Venezuela, dalla Korea, dal Pakistan, dagli USA, da paesi africani e dallo stesso Qatar.
Sono convinta che il Summit sia paragonabile al WEF di Davos, dove idee si incontrano per creare sinergie produttive per il presente e per il futuro. L’organizzazione del Summit è stata impeccabile sotto tutti i punti di vista e sono molto contenta che il nostro gruppo giovanile abbia avuto un successo straordinario all’interno dell’evento. Ritengo che una maggiore partecipazione giovanile all’interno dei workshop e delle sessioni plenarie possa giovare alla prossima edizione del WISE.
Il gruppo giovanile è già al lavoro su questo aspetto e i ringraziamenti vanno soprattutto a Sua Maestà Sceicca Mozah, che ha voluto la nostra presenza anche l’anno prossimo.
Anche l’aver coinvolto un gruppo di giovani nel summit e in una serie di attività è un segno di attenzione al futuro. Chiara e immagino gli altri componenti del gruppo ne hanno ricevuto grande entusiasmo.
Come componente del gruppo dei “leader giovanili” sono stata molto felice che siamo stati riconosciuti come figura rilevante all’interno del Summit più prestigioso del mondo. Grandi entità da diverse realtà sociali e culturali, unite dal massimo comun denominatore dell’innovazione sociale sono state fonte di infinita ispirazione per la mia persona e per la mia figura di leader giovanile.
Chiedo anche agli altri di dirmi chi sono e come sono arrivati a WISE.
Claudio Dondi: Sono Presidente di SCIENTER e della Fondazione Europea per la Qualità dell’eLearning (EFQUEL). Mi occupo di ricerca e innovazione dei sistemi educativi e formativi. Sono stato invitato a WISE 2010 come Presidente di EFQUEL.
Francesca Pasquini: Lavoro in Cefass, la fondazione del nuovo Istituto Regionale di Ricerca, Statistica e Formazione di Regione Lombardia, che si occupa di progettazione europea nei campi dell’educazione, del mercato del lavoro e delle politiche sociali, svolge attività di ricerca ed analisi comparata dei modelli sussidiari di welfare regionale e opera a favore dell’internazionalizzazione del sistema sociale ed istituzionale lombardo.
Sino stata a WISE 2010 per la forte condivisione dell’impostazione data alla Conferenza. In particolare, l’affermazione worldwide del valore strategico dell’educazione oggi e della assoluta priorità di innovare e riformare il tradizionale modello organizzativo.
E ho un particolare interesse ad approfondire le dinamiche del mondo arabo su questi temi.
Marcello Scalisi: Sono il Direttore Esecutivo di UNIMED, l’Unione delle Università del Mediterraneo (www.uni-med.net). UNIMED, attiva in vari ambiti scientifici e didattici aventi come oggetto comune la cooperazione tra istituzioni scientifiche e accademiche della regione mediterranea – è stata costituita nel 1991 come network di università dei paesi del mediterraneo e, a tutt’oggi , sono 81 le università che vi aderiscono.
Sono stato invitato a WISE su segnalazione di IAUP, International Association University President, organismo che è partner di WISE e con il quale Unimed ha di recente sottoscritto un accordo di cooperazione.
Pier Ugo Calzolari: Sono stato rettore dell’Università di Bologna fino all’ottobre 2009 e ora sono Vice-Presidente dell’International University Association (IUA), che è la più grande associazione di università con oltre 600 membri distribuiti in più di 100 paesi.
E’ in questa mia veste che ho partecipato al WISE, IUA essendo stata invitata a prendervi parte. Ora io sono in pensione e tuttavia continuo ad occuparmi di internazionalizzazione delle università operando in IUA e in altri incarichi internazionali: per esempio, la partecipazione al Comitato Scientifico del nuovo Polo Universitario di Paris-Est.
Stefano Blanco: Come direttore generale della Fondazione Collegio delle Università Milanesi – un campus interuniversitario per la formazione di cento studenti eccellenti, italiani e stranieri, iscritti alle sette università milanesi, ammessi sulla base di un’attenta selezione basata sul merito e sulla motivazione – sono molto interessato agli input, alle idee che vengono da un paese innovativo e all’avanguardia come il Qatar. Un paese che, a differenza di altri, pur godendo dei benefici derivanti dalle risorse naturali, investe nella cosa più preziosa per un paese, ovvero il capitale umano. E cerca di farlo con una visione a lungo termine, senza troppe barriere ideologiche e identitarie.
Antonella Cammisa: Avevo sentito parlare di WISE 2009, in termini entusiastici, in una Conferenza promossa da una Associazione Europea per la Cooperazione nell’Istruzione Universitaria, Non sapevo allora di cosa si trattasse, ma, non so come, avevo già cominciato a ricevere le sue brevi Newsletters, fra le tante che normalmente ricevo e che spesso neanche riesco a leggere. Poi, in settembre, ho ricevuto una mail che mi invitava a partecipare, e che rimandava ad un sito, protetto da password, in cui era già inserito il mio profilo con indicate attività che avevo svolto in passato e che ora non svolgo più. Ne sono stata incuriosita (ed anche preoccupata: come faceva, una associazione che io non conoscevo, ad avere il mio profilo? Tutt’ora non lo so.), ho aggiornato il mio profilo ma non ho fornito subito nè la mia foto nè il mio passaporto.
Solo dopo avere ricevuto altre mail ed essere in qualche modo "tranquillizzata", ho fornito i dettagli e i documenti.
Non sono moltissimi gli italiani che frequentano contesti internazionali ed associazioni europee ed internazionali: forse il mio nome è circolato più di tanti altri. Dirigo da quasi 10 anni le Relazioni Internazionali dell’Università Sapienza di Roma, ma ho frequentato prima di allora molto contesti europei e comunitari nell’Higher Education.
Manrico Casini-Velcha: Ho diversi incarichi nell’ambito del Centro Formazione e Ricerca don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana, del relativo Centro di Documentazione e del Consorzio di studi milaniani. Sono a Doha in rappresentanza del centro, presente già lo scorso anno con un altro consigliere.
Che impressione avete avuto del Summit?
Stefano Blanco:E’ stata una buona sintesi tra la celebrata ospitalità araba, l’organizzazione altamente professionale della Qatar Foundation, e la visione progressista della classe dirigente del Qatar.
Claudio Dondi: Il Summit è un’occasione straordinaria di conoscere una visione dell’internazionalizzazione educativa molto diversa da quella che si percepisce frequentando l’Unione Europea e le sue istituzioni: una visione in cui società e mercato non sono meno importanti della leadership istituzionale per guidare le trasformazioni dei sistemi educativi e formativi.
Pier Ugo Calzolari: L’impressione generale è la sintesi di due elementi di diversa orientazione. Da una parte la consapevolezza della serietà dell’impegno assunto dalla Fondazione e dall’altra la sensazione di una non irrilevante dispersione su troppi temi, tutti (o quasi) di grande interesse. Il confronto, tuttavia, si colloca sul positivo.
Manrico Casini-Velcha: Il fatto che esso si sia svolto in Qatar, chiaramente un paese con forte connotazione medio-orientale e arabo-mussulmana ma assai avanzato quanto a volontà di progredire nel campo delle Scienze e delle Tecniche (e, ciò che a noi preme di più, della Conoscenza in generale), ci spinge a riconoscere in questa iniziativa, un segno di ampia volontà di aprirsi al mondo e alle sue vicende più caratterizzanti. La volontà di ‘partecipare’ e possibilmente di ‘evidenziare’ le proprie qualità è palese. Del resto il Qatar è la ‘Patria’ di Al-Jazjira e questo fatto la dice lunga sulla volontà di questa nazione di interagire efficacemente con le realtà globali del secolo XXI.
A mio parere il Summit ha saputo fornire un piccolo valore aggiunto: è riuscito, più di tanti altri convegni e seminari, a dare la parola a chi sinora non aveva avuto occasione d’esprimersi sulle materie in oggetto, illustrando o confrontando le proprie esperienze, le proprie aspirazioni, le aspettative e la volontà di conoscere e condividere.
Francesca Pasquini: Molto positiva sia per le opportunità di networking internazionale che per il livello di dibattito sulle esperienze e testimonianze di innovazione; giudizio favorevole anche per quanto riguarda gli aspetti organizzativi ed il follow-up (data-base contatti, community e questionario di custode satisfaction).
Interessante la strategia governativa adottata di marketing territoriale.
Marcello Scalisi: Sottoscrivo quanto detto da Francesca.
Aggiungo che il contesto internazionale e la presenza di attori provenienti da molteplici ambiti ha favorito una forte interdisciplinarietà contribuendo a creare un clima di genuino interesse verso le più diverse esperienze.
Inoltre va sottolineato che, pur in un contesto in cui la presenza della Qatar Foundation, era certamente rilevante, non ho mai avuto la percezione di una “supremazia culturale” cosa che invece è spesso rilevabile in contesti europei.
Si percepiva, in sintesi, un’atmosfera realmente “globale”.
Concordo. E aggiungerei che l’atmosfera “globale” era tale proprio perché si fondava – lo diceva già chiara – su esperienze locali: “glocalism” come ha detto non ricordo quale dei tanti relatori.
Qual è l’aspetto del summit che vi ha impressionato di più?
Pier Ugo Calzolari:Ciò che più mi ha colpito è la determinazione della Fondazione Qatar a investire e a impegnarsi a fondo sul tema dell’educazione in un’ampia visione di interazione a livello globale.
Antonella Cammisa:Proprio quelli che indicavo prima: organizzazione, animazione, scenografia, regia, spettacolo. Investimenti a cui non siamo più abituati, nel pubblico.
Francesca Pasquini: In positivo, le potenziali prospettive dell’educazione che potrebbero emergere in conseguenza dei cambiamenti sociali e tecnologici dei due decenni a venire e il rilievo attribuito ad un sistema di istruzione basato sullo sviluppo della coesione sociale e sulle competenze orientate alla partecipazione sociale.L’apprendimento informale, incluso quello intergenerazionale, svolgerà un ruolo importante sul terreno della coesione sociale e dell’istruzione.
In negativo, la conferma della debolezza degli attuali confini istituzionali ed il rischio che la stretta alleanza con le multinazionali ICT estremizzi nella riforma educativa le componenti competitive e di business.
Marcello Scalisi: L’idea di mettere l’educazione al centro delle relazioni tra le persone, le istituzioni, i paesi. Per quanto sia un obiettivo da tutti auspicato questo obiettivo è spesso sacrificato sull’altare delle esigenze di economiche.
Anche l’istituzione del premio sull’Educazione [ne parlerò più avanti] potrebbe in qualche modo contribuire a mettere al centro dell’attenzione l’importanza del sistema educativo nel suo insieme piuttosto che singoli ambiti disciplinari.
Claudio Dondi:Le due cose che più mi hanno impressionato sono l’ambizione di uno Stato di modeste dimensioni come il QATAR di divenire il punto d’incontro globale sulla innovazione educativa, e la forte attenzione a temi come le TIC nell’apprendimento e l’inclusione sociale, che hanno meno rilevanza nel dibattito europeo, per esempio nel cosiddetto “Processo di Bologna”.
Stefano Bianco: In Qatar è sempre più evidente che i vecchi paradigmi che definiscono la missione della scuola sono spesso autoreferenziali e non al passo con i tempi.
La presenza di addetti ai lavori da tutto il mondo che si confrontano tra di loro e con professionisti del settore privato, dei media, della ricerca, del welfare ed altri, dimostra come l’università non possa detenere più il monopolio della conoscenza, ma sia un partner di un network che comprende istituzioni, gruppi non profit, associazioni ed aziende.
Manrico Casini-Velcha: L’ampia e consistente varietà dei convenuti e la possibilità di scambiare idee ed impressioni con un così composito e vasto campionario di menti, esperti e addetti ai lavori (dell’Educazione, dei Media e della Politica), sia durante la tre giorni che dopo il Summit (via twitter, telefono & personal e-mail), rappresenta per me un’esperienza estremamente positiva che va a confermare la validità di Seminari di studio di questi tipo e struttura.
Quali sono i temi che vi hanno maggiormente interessato?
Antonella Cammisa:Sicuramente quelli collegati alla definizione dei nuovi livelli di apprendimento e di conoscenze; alla valutazione ed organizzazione dei sistemi scolastici.
Marcello Scalisi: Sono tre:
Il ruolo dell’educazione nelle aree di post conflitto.
I social network ed il sistema educativo: integrazione o scontro?
Il rapporto dell’OECD sui sistemi educativi.
Claudio Dondi:La sessione che più mi ha interessato è stata quella sul ruolo dell’educazione nella ricostruzione di Haiti: la necessità di ripartire “quasi da zero”, nella sua drammaticità, apre un orizzonte di possibilità di innovazione e di vero e proprio ripensamento dei fini dell’educazione nel secolo XXI praticamente impensabile nei paesi in cui sistemi educativi istituzionali hanno funzionato – con poche modifiche – per molto tempo e sono ora giudicati da molti come non più adeguati a offrire le competenze necessarie ai cittadini, ai lavoratori e agli imprenditori del secolo XXI.
Pier Ugo Calzolari: Funding Education, per gli squarci aperti sugli sforzi che molti paesi low-income stanno facendo. Per loro l’educazione è per davvero il cardine dello sviluppo.
Francesca Pasquini: L’imprenditorialità sociale nel settore educativo.
Nelle aree sviluppate del mondo, migliorare la scuola, di per sé, non sarà sufficiente per rispondere alle nuove conoscenze e ai nuovi skills richiesti dall’economia orientata all’innovazione del XXI secolo. Ed in molta parte dei paesi in via di sviluppo la situazione è ancora più grave. In India e in Pakistan, in Brasile ed in Paraguay, ci vorranno decine di anni perché il sistema scolastico pubblico raggiunga livelli accettabili.
Per questa ragione, occorrerà investire di più in relazione a tre strategie che sono state indicate nel corso della sessione del Summit dedicata a tale tematica.
Sarà necessario:
Integrare la scuola con modelli innovativi di apprendimento basato sulla comunità e sulla famiglia, come quelli sperimentati dalle esperienze di innovazione presentate e/o premiate durante il Summit.
Reinventare scuole per creare modelli di apprendimento maggiormente diversificati.
Trasformare l’apprendimento fornendo alternative alla scuola mediante approcci “pull” sperimentati dagli imprenditori sociali, in particolare con l’utilizzo delle nuove tecnologie.
In entrambi gli scenari, la sfida principale che i responsabili delle politiche devono affrontare è quella di incoraggiare l’imprenditoria e l’entrata di nuovi soggetti – diminuire le barriere alla creazione di nuove tipologie di scuola, costruire professionalità per l’imprenditoria dell’educazione, favorire l’uso innovativo di tecnologie per l’apprendimento, sfruttare il potenziale del web per fornire nuove piattaforme per l’apprendimento, e sviluppare nuove iniziative per le comunità di apprendimento.
Stefano Blanco: Quello dei left behind mi ha particolarmente colpito perché i paesi in via di sviluppo dimostrano di avere più motivazioni, tenacia e coraggio.
Noi in Italia siamo bloccati dal fatto che la transizione da un paradigma scolastico ormai in crisi ad uno alternativo che segue i flussi della globalizzazione non sia ancora avvenuta. In Qatar e in altri paesi emergenti, la classe dirigente sta sperimentando soluzioni innovative.
Dai progetti che ho visto, molti paesi ragionano con una logica basata sul “conviene di più unirsi per costruire qualcosa piuttosto che mobilitarsi per distruggere lo status quo”.
Manrico Casini-Velcha: Il massiccio dispiegamento di sforzi messo in atto dal Governo Indonesiano, posto a confronto con le varie e non assonanti voci dell’Educazione in Cina, così come quelle poco valutabili (se non per certi ‘Universifici Indiani’) ci ha ispirato una serie di considerazioni che potrebbero essere applicate in forme più o meno similari in vari contesti globali.
E poi: il problema della Formazione dei Formatori, quello per cui ‘Apprendere è gioco’, le motivazioni alla base dell’aspirazione a conoscere, l’importanza e la delicatezza dell’uso dei media, …
Chiara Palieri: I temi di maggior interesse ritengo siano stati quelli dell’innovazione tecnologica nel campo dell’istruzione.
Sono rimasta piacevolmente colpita dal constatare che la parte più anziana del Summit fosse utente esperta di social networks come Facebook e Twitter.
Quale è l’intervento che vi ha più colpito?
Chiara Palieri: Ho apprezzato molto l’intervento di Miss Borkova, che è un grande esempio di leadership femminile a livello mondiale. La sua attività come Direttore Generale dell’Unesco è senz’altro esemplare per le donne di tutte le età, impegnate non solo nel campo dell’istruzione.
Antonella Cammisa:Un personaggio che mi ha molto colpito è stato, in apertura, l’ex ministro Algerino, se non ricordo male anche vice presidente delle Nazioni Unite.
Pier Ugo Calzolari: L’intervento del Direttore Generale di UNESCO, Irina Popova, per l’ampiezza degli orizzonti e la concentrazione sulle questioni autenticamente strategiche.
Stefano Blanco: Interessante quello dei Leadership Model. La scuola deve insegnare a rompere certi paradigmi mentali come quello dell’ottenere dei risultati cercando solo di risolvere i problemi. Un leader invece, deve pensare a sfruttare e creare opportunità.
Chi cerca opportunità sa che è il futuro a portare dei cambiamenti. Chi si focalizza sulla soluzione dei problemi è ancorato sul passato.
Marcello Scalisi: I tre giorni del summit sono stati ricchi di interventi e testimonianze certamente interessanti. Alcune personalità di spicco della politica o del settore privato o rappresentanti di NGO hanno dato un contributo rilevante alla riuscita del summit.
Tuttavia ritengo di dover sottolineare che la partecipazione di alcuni studenti selezionati a livello internazionale dal WISE ha dato un contributo a mio avviso significativo a rendere “vivo e reale” un evento che altrimenti avrebbe avuto le caratteristiche di un classico forum senza magari alcun contributo critico.
L’imperversare di questi giovani durante il summit con le loro video interviste, le domande a volte impertinenti nei vari seminari hanno dato a mio avviso un contributo importante riportando un po’ tutti con i piedi per terra: dobbiamo avere il coraggio di confrontarci con le persone che con il nostro lavoro tentiamo faticosamente di far entrare nel mondo del lavoro o più in generale di educare alla vita e verso cui abbiamo notevoli responsabilità
Quindi credo che più che un singolo intervento una cosa che mi ha colpito è stata la partecipazione al dibattito che è stata sempre molto alta.
Francesca Pasquini: Senz’altro quello di Bunker Roy, Fondatore del “Barefoot College – Social Work and Research Centre” in India che opera a favore delle comunità rurali nelle aree periferiche dell’India e dell’Africa (Informazioni in merito si trovano all’indirizzo http://www.Barefoot college.org/).
Secondo Bunker Roy, i primi ed i più colpiti dal cambiamento climatico sono i poveri rurali del mondo. Milioni di dollari sono stati spesi per la sensibilizzazione, la formazione in tecnologie alternative e per preparare le comunità rurali più vulnerabili ad affrontare la sfida.
Una delle storie di più eclatante successo è quello dell’India Barefoot College che ha formato centinaia di donne semi-analfabete e analfabete – molte di loro nonne – dei paesi meno sviluppati quali “ingegneri solari”. Dopo la formazione queste donne sono tornate nei loro villaggi a installare pannelli solari e batterie, a farne la manutenzione e le riparazioni e, con questo, hanno cambiato la vita dei loro villaggi per sempre. E hanno insegnato a persone dei villaggi vicini a fare lo stesso.
Ci sono miriadi di remoti villaggi, in India, che possono essere raggiunti solo dopo giorni di viaggio su strade sterrate e poi di lunghi percorsi a piedi. I sistemi fotovoltaici offrono l’unica fonte di energia elettrica per le popolazioni in queste aree remote. L’accesso all’energia elettrica – per mezzo di soluzioni semplici quali quelle del modello Barefoot – può migliorare notevolmente la vita degli abitanti dei villaggi e contribuisce allo sviluppo. Abbassa i costi di illuminazione, permette di generare reddito, promuove attività didattiche e riduce i rischi di incendio e di inquinamento nelle abitazioni generato dalla illuminazione tradizionale basata sul kerosene.
Perché le donne e in particolare le nonne? Perché le nonne analfabete sono umili ed è facile insegnare loro. Perché sono fortemente interessate al loro villaggio e non hanno nessuna intenzione di abbandonarlo e quindi non lo abbandoneranno per andare a cercare altrove un lavoro migliore.
Manrico Casini-Velcha: Primo giorno. Nella sessione del mattino, ‘Access to quality Education for All’, si è accennato alla necessità di divisare metodi ragionevoli per valutare in modo omogeneo (o perlomeno equo) sia insegnanti che programmi.
Secondo giorno. Nella sessione del mattino, ‘Creating teachers for tomorrow’, le tematiche dei due relatori britannici sono riuscite a provocare ‘Pensiero’, con la P maiuscola.
Terzo giorno. Ancora nella sessione del mattino, ‘Lessons from Cognitive Science’, si sono enunciati argomenti estremamente interessanti. Il loro approfondimento è di estrema necessità ed urgenza. Il Summit ha solo ‘grattato’ la superficie della materia. Ma lo ha almeno affidato al nostro studio e alle nostre riflessioni..
Quali altre osservazioni vi suggerisce l’esperienza?
Antonella Cammisa:E’ stata la mia prima visita nei Paesi del Golfo: un’altra realtà, assieme a tutto il mondo asiatico, da tenere d’occhio. Gli sviluppi a breve saranno esplosivi. Speriamo nel bene.
Chiara Palieri: Sono convinta che rappresentare la gioventù di tutto il mondo sia stato un compito che abbiamo portato avanti nella maniera più seria e innovativa. Il WISE non è il primo evento mondiale al quale partecipo come rappresentante della gioventù, tuttavia è stato l’evento di radicale cambiamento della mia visione sul mondo e sull’Istruzione, reale motore di emancipazione e crescita culturale.
Claudio Dondi:In sintesi, WISE aiuta a pensare con un orizzonte più ampio all’innovazione educativa e offre la possibilità di comprendere prospettive culturali rispetto all’educazione molto diverse dagli approcci europei e nord-americani, molto meglio conosciuti in Italia.
Pier Ugo Calzolari:WISE è un’occasione di rilievo. Per questa ragione dovrebbe assumere un aspetto meno enciclopedico e specializzare ogni incontro su un tema. Inoltre, fossi tra gli organizzatori, chiederei ai partecipanti di contribuire alle spese, perché questo è il modo più affidabile per giudicare del reale interesse dell’iniziativa.
Manrico Casini-Velcha:Mi spiace di non aver avuto il bene della multi-ubiquità. Ogni tematica era sicuramente di rilevante interesse. Attendo con impazienza la relazione completa del Summit. L’Educazione è la scienza per eccellenza; è l’arte di indirizzare l’uomo verso un più alto destino; è il carburante dello spirito e della natura dell’uomo.
Guarda caso, è anche lo scopo del nostro agire.
Francesca Pasquini: Dall’analisi della mailing list degli invitati al Summit si evidenzia una equa distribuzione tra istituzioni governative (internazionali e ministeri nazionali dell’istruzione), istituzioni educative (per la maggior parte, università) e imprese nei settori delle alte tecnologie.
Fa riflettere il fatto che non ci sia nemmeno un rappresentante dell’Unione Europea.
Marcello Scalisi: La presenza italiana mi è sembrata insufficiente. Si comprende ulteriormente quanto il ruolo dell’Italia negli scenari della cooperazione internazionale sia comunque segnata da una discreta distanza rispetto ai grandi temi che oggi attraversano le dinamiche internazionali.
Condivido quanto detto da Francesca Pasquini circa l’assenza dell’Unione Europea. Imbarazzante.
Proprio a questa assenza dell’Europa da WISE aveva accennato, nel suo intervento, Susanna Sancassani, direttrice di METID, in una sessione del VII congresso Sie-L . Era ottobre, avevo da poco ricevuto e accettato l’invito (anch’io come Antonella non so come siano arrivati al mio nome, probabilmente perché ho partecipato ad un po’ di progetti europei e qua e là su Internet c’è qualcosa che ho scritto in inglese). E’ lì che ho cominciato a capire che sarebbe stata un’esperienza interessante non solo come esperienza di viaggio ma proprio per le caratteristiche e i contenuti del summit, un summit che si propone di essere “an international initiative and platform for a multitude of established and new educational actors to collaborate proactively all year round”.
Tornando all’Europa: non è che di europei, tra i relatori, non ve ne fossero. Ce n’erano diversi targati UK, un paio di francesi e di tedeschi, un belga, … C’era il ministro dell’educazione danese di cui ho apprezzato l’intervento. Quella che mancava era l’Unione Europea in quanto tale. E non c’era alcun relatore italiano.
La scelta di inserire un articolo su WISE in questo numero zero di Bricks ha dunque un duplice significato: attirare l’attenzione, a livello italiano, su questa importante scadenza mondiale e avviare una rubrica che, in una rivista dedicata al mondo della scuola in Italia, parlerà su ogni numero di un avvenimento o un’esperienza fuori dell’Italia.
Sono già state definite le date di WISE 2011: dal 1° al 3 novembre.
WISE 2010 ha premiato, con i WISE Awards, 6 progetti innovativi relativamente al tema “Transforming education: Investment, Innovation and Inclusion”. Sono stati presentati centinaia provenienti da 89 paesi:
il 29 % provenienti dall’Asia e dall’Oceania,
il 20 % dall’Africa sub-sahariana,
il 14 % dal Medio Oriente e Nord Africa,
il 14 % dall’Europa,
il 12% dal Nord America,
l’11 % dal Sud America.
I progetti premiati sono stati i seguenti:
Citizens Foundation, Pakistan.
MIT OpenCourseWare, USA.
Mother Child Education Program, Turchia.
Smalholders Farmers Rural radio Smarholders Foundation, Nigeria
AIMS (African Institute for Mathematical Sciences) Next Einstein Initiative, Sud Africa.
Rewrite the Future – Save the Children, UK.
Per la prossima edizione WISE 2011, è stato lanciato il WISE Prize for Education: The WISE Prize for Education will reward an individual – or a team of up to six individuals working together – for their outstanding and world-class contribution to any level or area of education in any part of the world. Their work should have made a major change in the world of education and had a lasting impact on a significant scale.
Istituendo il premio, di 500.000 dollari, Her Highness ha dichiarato:It is our aim that this prize should raise global awareness of the crucial role of education in all societies, and create a platform for innovative and practical solutions that might help alleviate some of the challenges which education faces around the world.