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Edmodo: una semplice e ricca alternativa al learning managment system

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Edmodo: una semplice e ricca alternativa al learning managment system

Posted on 23 marzo 2013 by Redazione Bricks

di Valentina Fanelli

 

L’obiettivo di questo articolo è di dimostrare come Edmodo, un social network per la didattica disponibile all’indirizzo www.edmodo.com/home, possa essere facilmente integrato nell’insegnamento, non solo per il fatto di presentare delle caratteristiche del tutto simili ad uno dei più noti social network oggi tanto usato ed amato dai giovani come Facebook, ma anche per la sua estrema semplicità d’uso che non richiede agli insegnanti le conoscenze specifiche ed i requisiti tecnici spesso necessari per la gestione delle piatttaforme e-learning, i cosiddetti Learning Management System (LMS).
Edmodo non è al momento disponibile in italiano, ma solo in inglese, francese, spagnolo, tedesco, portoghese, greco ed olandese. Si tratta tuttavia di una mancanza che potrebbe risultare utile ai fini dell’apprendimento delle lingue straniere, in quanto consentirebbe ad esempio di creare un learning environment la cui interfaccia e le cui funzioni appaiano esclusivamente nella lingua studiata. Per questa ragione, l’articolo suggerisce un’ipotesi di attività in lingua inglese per gli studenti creata in pochi semplici passaggi.

Edmodo: una risorsa per la didattica ed un’alternativa ai LMS

Oggi, il web 2.0 mette a disposizione degli educatori numerosissime risorse per arricchire le proprie lezioni e renderle più interessanti e stimolanti per gli studenti. Edmodo, sito web che integra le funzionalità di base di un social network con quelle presenti sui più comuni LMS ne è un esempio. La homepage del sito rivela subito la somiglianza con Facebook: tanto i colori, quanto le principali funzioni disponibili in Edmodo ricordano quelle del famoso social network, sebbene quest’ultimo abbia subito delle modifiche nell’interfaccia rispetto alla versione originaria

Fig. 1 - La homepage di Edmodo

Come si nota nell’immagine, in alto a destra appaiono i tasti per accedere al proprio account e al profilo personale. La homepage è strutturata in maniera identica a quella di Facebook: lo spazio centrale è riservato alla pubblicazione di avvisi, compiti, quiz, sondaggi e commenti organizzati in ordine cronologico e filtrabili in base al proprio interesse, la colonna sulla sinistra presenta invece l’immagine dell’utente dalla quale accedere direttamente al profilo personale. Proprio come in Facebook, inoltre, è possibile rispondere ai commenti pubblicati dagli altri utenti e scegliere quali debbano essere i destinatari per ciascuna delle attività che si compiono nella bacheca. Se in Facebook, tuttavia, la creazione di gruppi è un’opzione a disposizione dell’utente, di solito per riunire persone con interessi comuni, Edmodo funziona essenzialmente con la creazione di gruppi o sottogruppi nei quali inserire gli studenti di un’intera classe oppure un loro ridotto numero.  Molte delle funzionalità citate, inoltre, come anche quelle relative alla gestione degli utenti o al sistema di valutazione degli studenti, sono fornite dai più noti LMS.
Quale può essere allora il vantaggio di utilizzare questo strumento dal punto di vista di un insegnante? Per rispondere a questa domanda è bene tenere presenti due aspetti: da un lato il fenomeno del social networking, diffuso soprattutto tra i più giovani, dall’altro la complessità dei tradizionali sistemi di gestione informatizzata della didattica quali appunto i LMS.
Oggi una delle modalità comunicative preferite dai giovani o per dirla alla Marc Prensky dai digital natives (nativi digitali) (Mark Prensky, 2001) è senza dubbio quella rappresentata dai social network. Secondo l’Istat, quasi la metà degli utenti che naviga in internet crea un profilo su Facebook o su Twitter (Rapporto Istat, 2012) e lo stesso Osservatorio Italiano sui social media fa notare come Facebook sia di gran lunga il social network preferito dagli internauti con oltre venti milioni di iscritti soprattutto tra i giovani dai 19 ai 24 anni. Anche fasce meno giovani della popolazione vantano comunque delle percentuali piuttosto elevate. Sono infatti più di quattro milioni gli iscritti su Facebook con un’età media tra i 36 ed i 45 anni, due milioni e mezzo quelli che rientrano nella fascia d’età tra i 45 ed i 55 anni e quasi un milione e mezzo gli utenti che superano i 56 anni (Osservatorio Social Media in Italia e Facebook, 2012).
Il fenomeno del social networking ha iniziato ad attirare anche l’attenzione delle istituzioni scolastiche, universitarie e della formazione in generale. Studi recenti analizzano i vantaggi che i social network apporterebbero all’apprendimento grazie alla loro facilità di favorire la collaborazione, la socialità, l’interattività e la creazione di comunità di studio all’interno delle quali i membri possono fornirsi mutua assistenza (Shih Ru-Chu, 2011). La loro utilità nella didattica è spesso inquadrata nei termini del costruttivismo sociale e di una pedagogia maggiormente incentrata sulle caratteristiche del discente (student-centred). Tali strumenti, inoltre, aumenterebbero l’attenzione, l’interesse e la partecipazione degli studenti (Buzzetto-More N. A., 2012). Visto in quest’ottica, Edmodo può costituire un prezioso strumento per l’insegnamento, sebbene l’assenza in esso di strumenti di comunicazione sincrona ed asincrona tra gli studenti quali chat o messaggi privati possa rappresentare una debolezza che andrebbe superata proprio in favore di una maggiore interazione sociale. C’è poi un altro aspetto da considerare nel contesto dei social media applicati all’istruzione. Il web 2.0 sembra infatti aver aperto nuovi scenari per l’insegnamento, tali da mettere in crisi i tradizionali e secondo alcuni ormai datati Learning Management System. Questi sarebbero divenuti obsoleti e poco adatti a soddisfare le diverse esigenze individuali di apprendimento. Essi si presenterebbero come sistemi integrati di strumenti diversi, quali quiz, sondaggi, lezioni, glossari e wiki, dedicati più che altro alla somministrazione dei contenuti didattici e alla loro raccolta. Avrebbero inoltre il difetto di essere scarsamente personalizzabili, chiusi, poiché accessibili solo agli utenti registrati, di non facile gestione, per la necessità di dover essere spesso acquistati ed installati su uno spazio server, e poco flessibili, per il fatto di non consentire la somministrazione di corsi in collaborazione tra istituti ed organizzazioni diverse a causa dei termini della licenza (Scatler N., 2008). Eppure, al di là delle critiche rivolte ai LMS, esistono delle sperimentazioni d’uso che cercano di combinare il “vecchio” ed il “nuovo”, sposando la formalità e la rigorosità di un LMS con l’informalità delle risorse disponibili sul web. L’Istituto di Istruzione Superiore “Giuseppe Luosi” di Mirandola ed Il Liceo Scientifico Statale Quadri di Vicenza ne sono un esempio. In entrambi, infatti, l’uso della piattaforma Moodle è stato integrato con risorse tratte dal web, con blog o podcast al fine di garantire una maggiore apertura dei contenuti (Zibordi E., 2012; Spadavecchia E., 2012). Per quanto questo tipo di esperienze possano risultare interessanti, è comunque innegabile che anche un LMS come Moodle, pur essendo opensource, richiede almeno dei requisiti tecnici minimi quali la disponibilità di uno spazio sul server, non sempre gratuito, la gestione di un database, la presenza di personale tecnico informatico, nonché la preparazione del corpo docente che deve necessariamente imparare ad usare con abilità le numerose funzionalità spesso complesse messe a disposizione da tale strumento. Va anche precisato che un’integrazione facile e coerente nell’insegnamento  di piattaforme di e-learning come i LMS prevede la collaborazione tra figure professionali diverse con competenze tecniche ben precise. Un insegnante, infatti, pur agendo da esperto della materia, difficilmente potrebbe improvvisarsi instructional designer, web developer, graphic designer o programmatore.
Edmodo permette di superare molti di questi limiti poiché non richiede l’acquisto di una licenza, la disponibilità di un webserver o di un database, né tantomeno delle competenze particolari. Per accedere al sito è infatti semplicemente sufficiente un’iscrizione gratuita. Esso può pertanto costituire un’interessante alternativa ai Learning Management System, anche per quegli insegnanti che si sentissero ancora poco pratici nell’uso di tecnologie o software più avanzati. Il suo punto di forza è inoltre quello di mettere a disposizione delle funzionalità analoghe a quelle dei Learning Management System, garantendo gli stessi alti livelli di sicurezza. Un motivo per cui molte istituzioni scolastiche optano per i LMS è infatti la possibilità che questi offrono di controllare e limitare l’accesso degli utenti in un ambiente di apprendimento formato soprattutto da studenti minorenni. Anche Edmodo mette a disposizione simili strumenti di controllo, attraverso un sistema di codici di registrazione che il docente comunica personalmente ai suoi studenti per consentire loro l’accesso al corso.
La maggiore apertura di Edmodo rispetto ad un LMS verso le risorse per la didattica disponibili sul web è inoltre evidente in una funzione aggiunta di recente nell’ultima versione del sito. Si tratta della sezione denominata discover che raccoglie una serie di suggerimenti di risorse multimediali e web utilizzate da altri insegnanti e suddivise per argomento che con un semplice click possono essere aggiunte alla library, catalogo personale delle risorse e dei file che ciascun insegnante può utilizzare per arricchire le proprie lezioni ed attività. Edmodo si presenta insomma come uno strumento ibrido, un po’ come Schoology, un altro social network per la didattica che è stato positivamente ribattezzato il “learning management system che diventa social”, proprio per il fatto di possedere delle caratteristiche a metà tra un più formale e rigoroso LMS ed un più informale social network usato dai giovani quale Facebook (Besana S., 2012).

Edmodo: come creare un attività in lingua inglese in pochi, semplici passaggi

Per un insegnante, preparare una lezione o assegnare un compito che prevedano l’uso di risorse multimediali differenti e che cerchino di coinvolgere attivamente gli studenti favorendo lo scambio di opinioni e l’interazione sociale può essere molto facile in Edmodo.
Si potrebbe ad esempio ipotizzare un’attività di scrittura in lingua inglese da svolgere a casa o a scuola in un laboratorio multimediale provvisto di collegamento Internet per gli studenti di un istituto superiore con un livello (pre-)intermedio di conoscenza della lingua. Il compito potrebbe consistere nella stesura di un breve commento pubblicato sulla homepage di Edmodo come nuovo post, a conclusione di un’unità didattica sul razzismo, la discriminazione degli afro-americani ed il movimento per i diritti civili.  L’attività consentirebbe agli studenti di esercitare l’abilità di scrittura e di acquisire alcuni vocaboli legati al tema del razzismo contestualizzandoli nell’ambito di importanti avvenimenti storici relativi alla discriminazione razziale dei neri in America. Per stimolare l’interattività e lo spirito di autocritica, nonché l’apprendimento linguistico, il docente potrebbe inoltre richiedere agli studenti di correggere reciprocamente i propri lavori utilizzando lo strumento di reply (risposta), come avviene di solito su Facebook.
Per assegnare un compito di questo tipo, è sufficiente cliccare sul pulsante assignment, stabilire la data di scadenza, il titolo e la consegna e caricare le risorse multimediali utili al suo svolgimento. Nell’esercitazione proposta sono stati scelti il video del famoso discorso di Martin Luther King I have a dream, tenuto a Washington nel 1963, e la canzone di Bob Dylan Only a pawn in their game, scritta in occasione dell’assassinio di un famoso attivista del movimento per i diritti civili dei neri, Medgar Evers. Sia il video che la canzone possono essere facilmente reperiti su internet: il primo è disponibile su Youtube, mentre il secondo può essere acquistato per pochi centesimi sul sito ufficiale dedicato a Bob Dylan all’indirizzo web www.bobdylan.com/us/home. Per pubblicare il video del discorso di Martin Luther King sulla homepage, basta cliccare il pulsante link e copiare nello spazio il codice del video di Youtube da incorporare come mostrato nell’immagine sottostante.

 

Fig.  2 -  un dettaglio dell’inserimento del video di Martin Luther King I have a dream. Nella prima riga il codice da incorporare ottenuto da Youtube attraverso il sistema di copia-incolla, nella seconda riga il titolo del video, rilevato automaticamente da Edmodo 

Inserire la canzone è altrettanto semplice: cliccando su file si accede alla cartella del computer dove è salvata la versione in mp3. Una volta selezionato il pulsante “apri” la canzone apparirà  sulla homepage di Edmodo.

Fig.3 - il titolo dell’attività assegnata agli studenti (Writing exercise on racial discrimination), la consegna, la data di scadenza dell’attività e l’inserimento del file della canzone di Bob Dylan Only a pawn in their game

Per facilitare la comprensione, il docente potrebbe poi inserire nella homepage i link al testo del discorso e della canzone, seguendo gli stessi passaggi necessari per pubblicare il video. Infine,  potrebbe caricare un file word preparato in precedenza, contenente le indicazioni riguardanti la stesura del commento o i suggerimenti in merito agli elementi testuali/audio-orali sui quali intende richiamare l’attenzione degli studenti.
 Una volta completata l’attività, l’insegnante ha poi la possibilità di utilizzare la funzione di reply per aggiungere eventuali osservazioni o correzioni sotto ciascun commento pubblicato dagli studenti. Edmodo presenta inoltre due funzioni che possono rivelarsi molto utili per la correzione dei compiti. Si tratta della funzione di  tag e di  quella denominata reactions. La prima permette di aggiungere delle “etichette” agli annunci pubblicati  nella homepage con indicati consigli o suggerimenti che il docente intende dare agli allievi. La seconda, recente novità del sito, comprende un insieme di emoticon che il docente può utilizzare per rappresentare visivamente le proprie impressioni ed opinioni sul lavoro svolto dagli allievi.
 L’immagine di seguito mostra l’aspetto della homepage di Edmodo successivamente all’assegnazione di quest’attività: oltre al titolo e alla consegna, in ordine appaiono il testo del discorso di Martin Luther King e della canzone Only a Pawn in their Game, l’audio della canzone, il file word con le indicazioni per la stesura del commento (guide to commentary) ed il video del discorso di M. L. King.


 
Fig. 4 - un dettaglio della homepage di Edmodo con le risorse multimediali utili allo svolgimento dell’esercizio

L’immagine successiva rappresenta invece un esempio dei commenti pubblicati nella bacheca dagli studenti sotto i quali l’insegnante (Me) ha aggiunto il proprio giudizio. E’ inoltre possibile notare come a ciascun commento siano stati aggiunti i tag cliccando sul simbolo corrispondente. Nel primo caso si tratta di un’”etichetta” con una valutazione positiva (hard study pays off), mentre nel secondo il tag ha la funzione di incoraggiare al miglioramento (you could do better). Al secondo commento è stata inoltre associata  la emoticon Better luck next time.


 
Fig. 5 - nel dettaglio: i commenti pubblicati dall’insegnante e dagli studenti sulla bacheca di Edmodo e l’utilizzo delle funzioni di tag e reactions

Il breve esempio di attività descritto vuole essere una dimostrazione di come un insegnante di lingua inglese, ma anche di una qualsiasi altra disciplina, possa creare un’attività per gli studenti in pochi minuti, tenendo a mente solo qualche semplice passaggio e sfruttando un ambiente di apprendimento familiare ai giovani in cui è più facile promuovere il confronto e lo scambio di opinioni.

Le  tecnologie dell’informazione e della comunicazione nelle scuole italiane: alcuni dati statistici

Per comprendere le ragioni per cui uno strumento facile ed immediato come Edmodo potrebbe rappresentare un’alternativa ai LMS nella gestione della didattica, è sufficiente osservare alcuni dati statistici relativi all’impiego delle tecnologie nelle scuole italiane e al livello di competenze informatiche degli insegnanti. Secondo i dati pubblicati nel 2008 dall’indagine IARD, ente che si occupa di studi sociologici, culturali e di formazione soprattutto giovanili, la percentuale di insegnanti che usa il computer per scopi didattici è notevole: l’84% almeno una volta a settimana. La stessa indagine evidenzia tuttavia come l’uso sia soprattutto strumentale, finalizzato cioè alla preparazione delle lezioni più che ad un’effettiva integrazione delle tecnologie in aula: solo il 24% degli insegnanti rivela di essere favorevole all’uso del computer in classe (Istituo Iard citato da Farinelli, 2010). Quanto alle competenze e alla sicurezza dimostrata nell’uso delle tecnologie, invece, i dati di una ricerca Ipsos, azienda che svolge indagini in vari settori quali media, customer satisfaction, opinione pubblica, marketing e pubblicità, mettono in evidenza le discrepanze tra la percezione che gli insegnanti delle scuole elementari e medie hanno della propria conoscenza informatica e l’opinione degli studenti a riguardo. Tra i primi, infatti, il 93% degli intervistati si reputa “molto” o “abbastanza” abile nell’uso del computer, mentre secondo gli studenti questa percentuale sarebbe molto più bassa (57%) (Ipsos, 2012). Contrariamente ai dati Ipsos, la Fondazione Agnelli, associazione no-profit che compie ricerche e studi nell’ambito delle scienze umane e sociali, sottolinea in una sua indagine effettuata su un campione di 7.700 docenti di scuole elementari, medie e superiori, come questi non si ritengano molto competenti nell’uso delle tecnologie. Relativamente al livello di competenze iniziali possedute, infatti, il 39% degli insegnanti delle scuole elementari ritiene la propria formazione “inadeguata” o “poco adeguata”. Risposte simili sono state fornite anche dagli insegnanti delle scuole medie e superiori: rispettivamente il 46% ed il 43% (Fondazione Agnelli, 2011).  Passando agli studenti italiani, una recente analisi condotta dal consorzio interuniversitario Almalaurea dei dati relativi alle competenze informatiche dei quindicenni scolarizzati ottenuti dal Programme for International Student Assessment (PISA) rivela che più della metà dei giovani che ha preso parte al sondaggio si reputa “molto capace” a svolgere determinati compiti con strumenti informatici. La maggior parte riporta inoltre atteggiamenti del tutto positivi nei confronti del computer (Almalaurea, 2012).
Il quadro che emerge da tutti questi dati è piuttosto complesso: c’è un generale consenso da parte del corpo docente sulla valenza e l’utilità delle tecnologie nella didattica, ma allo stesso tempo una scarsa consapevolezza delle competenze informatiche possedute ed uno scarso impiego delle tecnologie in classe. La già citata indagine Almalaurea rileva infatti che l’uso del computer a scuola per svolgere attività didattiche di vario genere è più basso in Italia rispetto ai paesi OCSE e anche l’uso del computer a casa per lo studio ha valori decisamente più bassi nel nostro paese.

Conclusioni

Contrariamente agli studenti italiani ormai digitalizzati e sicuri delle proprie abilità informatiche, le competenze tecnologiche degli insegnanti appaiono ancora piuttosto limitate e confuse. Abbandonare le vecchie impostazioni didattiche ed i tradizionali sistemi di informatizzazione della didattica, a volte troppo complessi, in favore di strumenti più semplici e più vicini alle modalità comunicative giovanili, può risultare vantaggioso, non solo per gli educatori, ma anche per gli studenti stessi. Edmodo,  social network per la scuola immediato e semplice nell’uso può soddisfare entrambe queste esigenze, aiutando quegli insegnanti ancora poco pratici con la tecnologia e coinvolgendo maggiormente i giovani nelle attività svolte. 

Bibliografia

Besana S., “Schoology: il learning management system diventa social” TD Tecnologie Didattiche, 2012, v. 20 (1), pp.51-53; disponibile a http://www.tdjournal.itd.cnr.it/files/pdfarticles/PDF55/Neil_Selwyn.pdf  (Ultimo accesso ottobre 2012)

Buzzetto-More N. A., “Social Networking in Undergraduate Education”, Interdisciplinary Journal of Information, Knowledge and Management, 2012, v.7, pp.63-90; disponibile a  http://www.ijikm.org/Volume7/IJIKMv7p063-090Buzzetto611.pdf  (Ultimo accesso ottobre 2012)

“Cittadini e nuove tecnologie”; www.istat.it/it/archivio/48388 (Ultimo accesso ottobre 2012)

Farinelli F.; “Competenze e opinioni degli insegnanti sull’introduzione delle TIC nella scuola italiana”; disponibile a www.fga.it/uploads/media/F._Farinelli__Competenze_e_opinioni_degli_insegnanti_sull_introduzione_delle_TIC_nella_scuola_italiana_-_FGA_WP29.pdf (Ultimo accesso ottobre 2012)

“Fondazione Agnelli Rapporto sulla scuola in Italia 2011 Editori Laterza”; disponibile a www.fga.it/uploads/media/Fondazione_Agnelli_-__Rapporto_sulla_scuola_in_Italia_2011_-_Sintesi.pdf  (Ultimo accesso novembre 2012)

“I nativi digitali e la scuola un confronto tra insegnanti, studenti e genitori digitalizzati”; disponibile a download.repubblica.it/pdf/2012/scuola/scuola.pdf (Ultimo accesso ottobre 2012)

Osservatorio social media in Italia e Facebook; vincos.it/osservatorio-facebook/  (Ultimo accesso ottobre 2012)

Presnky M. “Digital Natives, Digital Immigrants”; On the Horizon, 2001, v.9 n.5; pp.1-6; disponibile a www.marcprensky.com/writing/prensky%20-%20digital%20natives,%20digital%20immigrants%20-%20part1.pdf (Ultimo accesso ottobre 2012)

Sclater N. (The Open University), “Web 2.0, Personal Learning Environments, and the Future of Learning Management Systems”, v.2008, issue 13; pp.2-12;  net.educause.edu/ir/library/pdf/ERB0813.pdf (Ultimo accesso ottobre 2012)

Shih Ru-Chu “Can Web 2.0 technology assist college students in learning English writing? Integrating Facebook and peer-assessment with blended learning”, Australasian Journal of Educational Technology, 2011,  27 (Special issue, 5), pp 829-845; disponibile a www.ascilite.org.au/ajet/ajet27/shih.pdf (Ultimo accesso ottobre 2012)

Spadavecchia E. “Moodle e il web 2.0 nel curricolo della scuola secondaria di secondo grado: un’esperienza”, Rivista Bricks, 2012, v.1, pp.72-85; disponibile a bricks.maieutiche.economia.unitn.it/Numeri/2012/1/BRICKS_1_2012.pdf (Ultimo accesso gennaio 2013)

Zibordi E. “Open Moodle”, Rivista Bricks, 2012, v.1 pp.59-71; disponibile a bricks.maieutiche.economia.unitn.it/Numeri/2012/1/BRICKS_1_2012.pdf (Ultimo accesso gennaio 2013)

“Tecnologie della comunicazione e dell’informazione e studenti italiani secondo il Programme for International Student Assessment (PISA 2009)”, pp.31-35; disponibile a www.almalaurea.it/universita/altro/tecnologie_e_studenti_italiani/rapporto_fol_gasperoni-cammelli.pdf (Ultimo accesso novembre 2012) 

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Google Apps for Education. Il cloud a scuola. Riflessioni di un neo Dirigente scolastico

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Google Apps for Education. Il cloud a scuola. Riflessioni di un neo Dirigente scolastico

Posted on 18 dicembre 2012 by Redazione Bricks

di Antonio Fini

Dirigente scolastico – Istituto Comprensivo di Arcola-Ameglia

www.icarcolaameglia.it 

antonio.fini@gmail.com preside@icarcolaameglia.it 

Il mestiere del Dirigente scolastico è essenzialmente basato sulle relazioni umane. La comunicazione è la base di ogni relazione. Se non si riesce a comunicare, non si possono instaurare relazioni di alcun tipo.
La realtà odierna degli Istituti Comprensivi è ormai nota ai più: si tratta di organizzazioni scolastiche complesse, che “comprendono” diverse scuole di diversi gradi, di solito limitati al primo ciclo dell’istruzione (Infanzia, Primaria, Secondaria di primo  grado). Spesso le scuole sono dislocate in territori anche decisamente vasti: non è inusuale avere plessi distanti anche qualche decina di chilometri tra loro. 
Come si può comunicare in modo efficace in questo tipo di istituzioni? Questa è stata una delle prime domande che mi sono posto il 1° settembre scorso, prendendo servizio come neo Dirigente scolastico di un Istituto Comprensivo costituito da ben 14 plessi, situati in 10 edifici diversi, in un territorio di circa 50 km2,appartenente a due Comuni diversi.  Plessi diversissimi tra loro: da piccole scuole dell’infanzia con appena tre sezioni a scuole secondarie con 200 studenti, passando per scuole primarie di ogni dimensione.

Certo, non sono entrato in un territorio vergine:  i miei predecessori avevano messo in atto una serie di modalità organizzative che naturalmente consentivano in qualche modo almeno una comunicazione di base sufficiente per i normali adempimenti. 
Aggiungiamo un altro obiettivo:  procedere (con la dovuta calma, ma senza incertezze) sulla via della digitalizzazione.  Ho comunicato un po’ a tutti, da subito, che non gradivo la presenza di  troppa carta in giro negli uffici e nei plessi. 
La  domanda diventa quindi: come si può comunicare in modo efficace e in forma digitale all’interno di un’organizzazione di questo tipo?
Fortunatamente, avevo già la risposta.

Nella  mia scuola precedente, come insegnante incaricato di funzione strumentale, avevo sperimentato da un paio di anni le Google Apps Education, una versione speciale delle applicazioni Google Business, quelle dedicate al mondo aziendale, destinata alle scuole ed alle università e disponibile gratuitamente.
Le Google Apps Education mettono a disposizione un certo numero di applicazioni di tipo cloud, ovvero utilizzabili senza installazione di software sui computer degli utenti, i quali accedono semplicemente attraverso il browser.
In tutto il mondo molte istituzioni, soprattutto universitarie, utilizzano già le Google Apps Education soprattutto per la posta elettronica. In Italia, esse sono attualmente usate dall’Università di Roma La Sapienza,  di Modena-Reggio Emilia,  dall’Università della Calabria, di Pavia e diverse altre.

Tornando alla scuola, in molti istituti (compreso il mio, prima del mio ingresso) è usuale richiedere ai docenti di comunicare alla segreteria l’indirizzo email personale, in modo da poter inviare più facilmente circolari e comunicazioni varie.
Questa modalità operativa è indubbiamente semplice e alla portata di tutti ma presenta alcuni notevoli inconvenienti: alcuni potrebbero non voler fornire il proprio indirizzo personale, altri potrebbero addirittura non possedere un indirizzo email personale (anche se per il personale della scuola questo non dovrebbe accadere, dal momento che  tutti dovrebbero essere dotati di un indirizzo nel dominio @istruzione.it), la raccolta e la  trascrizione di decine (il mio Istituto ha circa 120 docenti) di indirizzi email si presta ad errori, è praticamente impossibile creare liste (ad esempio tutti i docenti delle scuole primarie, oppure tutti i coordinatori di classe), la manutenzione annuale (nuovi ingressi, docenti che lasciano l’istituto) è molto onerosa, ecc.
Con le Google Apps, invece, il primo passaggio è l’assegnazione di un indirizzo email “di istituto” ad ogni docente e al personale ATA. Nelle scuole secondarie di secondo grado, si può valutare la possibilità di assegnare una casella anche agli studenti. In ogni caso, il numero di caselle attivabili è illimitato.
Nel caso del mio istituto, ogni utente ha quindi un account personale nella forma cognome.nome@icarcolaameglia.it (la scelta di far precedere il cognome al nome è dovuta all’esperienza: in questo modo l’amministrazione è molto più semplice!).
Le Google Apps consentono in pratica di gestire in modo efficace il flusso informativo dell’intero istituto, attraverso tre applicazioni principali, più altre installabili a piacere: la Posta Elettronica, la Gestione Documenti (Google Drive) e il Calendario. 

La Posta Elettronica è il centro nevralgico delle comunicazioni. Attraverso l’email  possono essere diffuse le circolari e le notifiche relative alla condivisione di impegni e documenti. Nella posta gestita con le Google Apps è possibile far confluire anche la posta istituzionale (come si sa, ogni scuola ha una  casella istituzionale, nel dominio @istruzione.it). In questo modo, diventa possibile accedere alla posta (anche istituzionale) da qualsiasi postazione, in libertà e sicurezza (tutte le applicazioni Google utilizzano connessioni criptate https, in questa pagina sono riepilogate tutte le informazioni relative alla privacy e alla sicurezza del servizio).
La casella postale è liberamente utilizzabile da ogni utente. Naturalmente, in caso di trasferimento ad altra scuola, di solito si prevede la disabilitazione  entro un certo periodo, previo avviso.
 

Le circolari e i modelli di documento possono essere condivisi attraverso Google Drive, con avviso via email della disponibilità di un nuovo documento. Ogni docente potrà gestire così ogni tipo di documento personale  e lavorare anche in modo collaborativo, condividendoli a livello di gruppo di lavoro o dipartimento disciplinare.
Anche programmazioni e verbali degli organi collegiali possono essere redatti e condivisi con la medesima modalità, evitando lunghi e complessi scambi di allegati via email o, peggio, in forma cartacea.

L’applicazione Calendar consente di realizzare  calendari condivisi degli impegni scolastici, costantemente aggiornati  e accessibile pubblicamente dal sito web dell’Istituto. Ogni docente è inoltre libero di creare i propri calendari personali, da condividere, eventualmente, con gli alunni e le famiglie.

In aggiunta al nucleo fondamentale delle applicazioni (posta, documenti, calendario), è disponibile anche Google Sites ovvero la possibilità di creare siti e pagine Web in modo semplice, senza necessità di conoscere linguaggi specialistici come l’HTML ma utilizzando soltanto un’interfaccia simile a quella di un normale programma di videoscrittura. Sites può essere quindi facilmente utilizzato per creare pagine web di classe, per progetti, ecc. Molte altre applicazioni (molte gratuite, la maggior parte in lingua inglese) sono disponibili attraverso il Google Apps Marketplace.

Per attivare le Google Apps for Education sono necessarie alcune condizioni, le prime due sono di tipo tecnico, le altre derivano dall’esperienza:

  • La scuola deve avere un proprio dominio registrato. L’iter amministrativo inizia con l’attivazione del servizio. Le Google Apps vengono dapprima avviate in versione base, attraverso alcuni passaggi (é necessario fornire informazioni sulla natura pubblica o comunque non-profit dell’istituzione richiedente) si giunge alla trasformazione in versione Education. Per poter fornire a Google la verifica sulla proprietà del dominio è necessario poter intervenire via FTP sul proprio sito web. Mediamente servono dieci-quindici giorni per completare l’attivazione.
  • Per trasferire la gestione delle caselle di posta dal proprio dominio alle  Google  Apps deve essere possibile modificare alcune impostazioni del DNS. Questa operazione è semplice di per sé ma riguarda aspetti poco conosciuti, dei quali raramente ci si occupa come utenti.  Per attuare questa condizione è necessario  consultare preventivamente il proprio Internet Service Provider chiedendo se è possibile (e eventualmente chiedere la collaborazione) modificare tali impostazioni.
  • Serve un piccolo staff che si occupi dell’amministrazione: al minimo due persone (docente FS e/o assistenti amministrativi). Soprattutto in fase di attivazione del servizio c’è un po’ di lavoro da fare: creare gli account (è disponibile una modalità di importazione da file in formato CSV, facilmente realizzabili con un foglio elettronico), distribuire le credenziali, ecc. Ad ogni inizio di anno scolastico, inoltre, c’è un discreto impegno di lavoro per la manutenzione degli account (docenti trasferiti, nuovi ingressi, ecc.).
  • In segreteria deve essere individuata almeno una persona responsabile dello smistamento della posta, soprattutto se si decide di convogliare dentro il sistema anche la posta istituzionale.
  • Bisogna prevedere attività di formazione per il personale. Un mini-corso di due ore è sufficiente per fornire almeno le indicazioni minime necessarie per l’applicazione principale, ovvero la posta elettronica. A distanza di qualche mese, magari dopo aver favorito l’esplorazione autonoma delle altre, si può programmare un approfondimento sulla gestione di Google Drive, l’applicazione per la condivisione dei documenti che è molto importante e utile per le scuole.

Operativamente, la modalità d’uso più semplice è l’accesso web, che oggi, come accennato in precedenza, si declina nella denominazione di “applicazioni cloud”, le quali, tra l’altro, consentono l’accessibilità anche tramite dispositivi mobili come tablet e smartphone.
Il buon vecchio “client di posta” (Outlook, Outlook Express, Thunderbird e altri), insomma, potrebbe avviarsi definitivamente alla pensione: i vantaggi della modalità cloud sono decisamente superiori, anche in termini di affidabilità del servizio. Si pensi a cosa potrebbe accadere in caso di guasto al computer nel quale avete un client di posta elettronica con archivio ..pluriennale! Siamo sempre sicuri  di avere un backup disponibile e aggiornato? Le applicazioni cloud ci consentono di non essere più dipendenti dai singoli computer sui quali abbiamo installato le applicazioni.

Tutto semplice, allora? Nessuna criticità?

Ovviamente non è così. Il problema principale risiede nella natura particolare del lavoro dei docenti. Mentre il personale di segreteria, infatti, ha la propria  postazione di lavoro in ufficio e la utilizza normalmente per le proprie attività, gli insegnanti non hanno un proprio ufficio a scuola. Da dove possono accedere alla posta e alle altre applicazioni? La questione non è banale e, come si può immaginare, può facilmente sfociare in considerazioni anche di tipo sindacale. E’ necessario sicuramente mettere a disposizione un certo numero di postazioni di lavoro nei diversi plessi per consentire ad ognuno di operare da scuola (purtroppo è noto come in alcune zone la connessione internet non sia garantita, per cui non è inusuale avere plessi, magari in zone di montagna, privi di collegamento). Naturalmente, è ben noto (almeno, dovrebbe esserlo, e comunque, cogliamo l’occasione per ricordarlo!) come ogni insegnante svolga moltissimo lavoro a casa (si pensi alla preparazione delle lezioni e alla correzione dei compiti). In questi compiti quotidiani, con i dovuti ragionevolezza e buon senso, si potrà forse concordare di prevedere anche l’accesso alle applicazioni di Istituto.
Un’altra importante questione riguarda la sicurezza e la privacy. In molti si domandano se e quanto siano sicure le applicazioni cloud in generale e le Google Apps in particolare. Riportiamo nuovamente il link ad una pagina informativa di Google che esplicita le condizioni d’uso e le specifiche di sicurezza di privacy del servizio. Anche le condizioni specificate da Google nella sua informativa relativa alla privacy possono creare sconcerto, dal momento che leggendola sembrerebbe che l’amministratore abbia accesso alle caselle email degli utenti! Ovviamente è una possibilità astratta che viene resa immediatamente impossibile attraverso il banale cambio contestuale della password iniziale dopo il primo accesso da parte degli utenti (può anche essere imposto automaticamente). Per evitare situazioni spiacevoli, è utile però esplicitare subito le condizioni d’uso attraverso una informativa specifica nella quale, al contrario, si assicura che gli amministratori in nessun modo possono avere accesso a dati personali degli utenti.

Come è ormai abitudine, passiamo la parola ai lettori: utilizzate le Google Apps nella vostra scuola? State pensando di attivarle? Cosa pensate sui benefici e le criticità di questo sistema?
Aspettiamo i vostri contributi attraverso i commenti a questo articolo o, se preferite, postando nel gruppo Bricks su Facebook.

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Khan Academy: usare la tecnologia per umanizzare l’educazione

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Khan Academy: usare la tecnologia per umanizzare l’educazione

Posted on 26 settembre 2012 by Redazione Bricks

ma anche dall’estero!

di Pierfranco Ravotto

pierfranco.ravotto@gmail.com

 

 

Digitando “Khan Academy”, Google mi ha restituito 16 milioni circa di risultati; 90 milioni senza le virgolette (il completamento automatico di Google – “l’algoritmo che prevede e visualizza le query di ricerca in base alle attività di ricerca degli altri utenti e ai contenuti delle pagine web indicizzate da Google” – mi suggerisce: Khan Academy italiano, Khan Academy iPad, Khan Academy Android, Khan Academy gratis).

Fra quei risultati, al primo posto il loro sito, www.khanacademy.org, al secondo la voce di Wikipedia, al terzo la Kahn Academy nell’Apple store iTunes, al quarto il loro canale YouTube. Ecco cosa dice Wikipedia: “La Khan Academy è un’organizzazione educativa non a scopo di lucro creata nel 2006 … con l’obiettivo dichiarato di ‘fornire un’educazione di alta qualità a chiunque, dovunque … il sito dell’organizzazione raccoglie (a fine 2011) oltre 3.200 video-lezioni, caricate attraverso il popolare servizio di video sharing YouTube, che toccano un’ampia gamma di discipline (matematica, storia, finanza, fisica, chimica, biologia, astronomia, economia). Ciascuna lezione dura all’incirca dieci minuti.
In un’analisi statistica effettuata nel Dicembre 2010, i corsi dell’Academy hanno registrato una media di oltre 35.000 visite quotidiane. Il finanziamento del progetto avviene con donazioni su base volontaria, il cui ammontare si aggira approssimativamente intorno ai 150.000$ l’anno …” 

Cerco “Kahn Academy” perché ne ho sentito parlare in più occasioni come di una delle più significative iniziative di condivisione di contenuti didattici in rete (un riferimento c’era anche nell’articolo di Antonio Fini – Ieri Learning object, oggi “risorse”: dove reperirli e come (ri)usarli? – sul numero di marzo).

 

Fig. 1 – “About/The team” sul sito della Kahn Academy

Kahn è il cognome del giovane alla sinistra nella foto: Salman Kahn, un ingegnere statunitense originario del Bangladesh, che nel 2004, mentre lavorava nel settore finanziario occupandosi di “hedge funding”, si trovò a dare lezioni di matematica prima ad una cugina, poi ad altri parenti, usando Doodle notepad di Yahoo!. Salman pensò che fosse più pratico inserire le sue lezioni su YouTube.

Fig, 2 – Un video di presentazione (visto su TED da 1.779,296 persone!)

Come spiega lui stesso in questo video, pubblicato su TED, Ideas worth spreading, dopo la pubblicazione dei video successero due cose curiose: “La prima è che i miei cugini mi hanno detto che mi preferivano su YouTube che non di persona”. Perchè questo? Lui lo spiega così: “Perchè possono mettere in pausa, possono rivedere, … quando si annoiano possono andare avanti, non devono vergognarsi a chiedere, possono andare con il loro tempi, … la primissima volta che si cerca di avvicinare il proprio cervello ad un nuovo concetto l’ultima cosa di cui si ha bisogno è un altro essere umano che chiede: ‘Hai capito’? E ciò era quello che succedeva nella precedente interazione con i miei cugini”.

La seconda è che cominciò a ricevere commenti su YouTube e poi messaggi da una varietà di persone in tutto il mondo. Per esempio questo: “E’ la prima volta che sorrido facendo una derivata.” Oppure quest’altro: “Mio figlio ha 12 anni, soffre di autismo e ha problemi con la matematica. Abbiamo provato di tutto; abbiamo trovato il suo video sui decimali e li ha capiti. Poi siamo passati alle frazioni e le ha capite. E’ così felice”.

E così Salman ha scoperto che ciò che faceva per i suoi cugini era di aiuto ad altri: “Tutto ciò stava aiutando persone”. 

E poi - dice - ho ricevuto lettere degli insegnanti che dicevano ‘li usiamo per rivoltare l’ordine della classe’. Lei ha fatto le lezioni, quindi quello che facciamo noi è dare come compito a casa quello di seguire la lezione … e in classe possiamo fare con gli studenti gli esercizi che prima facevamo fare a casa”.

E’ quel ribaltamento cui spesso ci si riferisce con il termine “flipped classroom” (ne parla, in questo post, Giovanni Bonaiuti). Khan dice che questo permette di “umanizzare” la lezione: “Questi docenti hanno usato la tecnologia per umanizzare la classe. La pratica in cui l’insegnante fa la stessa identica lezione per tutti e gli studenti devono stare zitti è ‘disumanizzante’. Così, invece, gli studenti seguono le lezioni a casa e in classe svolgono insieme delle attività mentre l’insegnante gira fra i banchi”. Una didattica in cui gli studenti sono attivi, fanno, collaborano, pongono domande all’insegnante, è più umana e, aggiungo, risulta più efficace.

Due anni dopo aver iniziato a dar lezione ai cugini, Kahn decise di dedicarsi su larga scala a questa attività, fondò la Kahn Academy, lasciò il precedente lavoro e si dedicò in pieno a questa nuova attività.

Sul sito, sotto l’immagine di figura 1, trovate foto e presentazione di tutto il team: Sal, Shantanu, Bilal, Ben, Jason, Marcia, Jessica, John, Desmond, Charlotte, Elisabeth, Sundar, Matt, Maureen, Marcos, James, Tom, Minli, Steven, Bethh, Ben, Ben, Vi, Chris, Brit, Craig, Michael, Kitt, Stefanie, Yun-Fan, Esther, Joel, Rishi, Jesse, Karl e … anche Toby.

Fig. 3 – Nel team anche Toby, responsabile del benessere.

Di cosa si occupano? La Kahn Academy produce e pubblica video. Su YouTube. Con quasi 400.000 iscritti al canale ed un totale di quasi 200 milioni di visalizzazioni. Le 35.000 visualizzazioni giornaliere indicate da Wikipedia per il 2010 oggi sono probabilmente di più, ma in ogni caso indicano che la Khan Academy è oggi un importante riferimento per chi cerca risorse didattiche in rete.

 

Fig. 4 – Il canale della Kahn Academy su YouTube.

La sottostante figura mostra le diverse discipline per cui esistono video, ma  evidenzia anche la voce Practice.

 

Fig. 5 – Dal sito della Kahn Academy, le discipline per cui sono disponibili video.

Practice, esercizi. Nella logica della “padronanza”. “Oggi fai gli esercizi – è il ragionamento di Sal – ne fai bene il 65%, il 70%, l’80% e vai avanti. Ma quel 20% o 30, o 35% di errore rappresenta lacune che possono creare problemi in futuro. Quindi nella nostra practice ti diciamo che puoi andare avanti solo dopo aver fatto giustamente 10 esercizi consecutivi, il 100%. Fallo tanto quanto ti serve per acquisire la padronanza. Vi incoraggiamo a sperimentare, vi incoraggiamo a fallire ma aspettiamo la padronanza.”

La pratica è guidata da una mappa della conoscenza nella logica che, se avete la padronanza di un nodo, allora potete passare ad affrontare il nodo successivo. 

 

Fig. 6 – La mappa della conoscenza matematica.

La Kahn Academy, inoltre, sta portando avanti un lavoro di sperimentazione con alcune scuole a Los Altos.

Grazie alla piattaforma gli insegnanti possono vedere tutte le attività svolte dai propri studenti: quali esercizi hanno svolto, quanto tempo ci sono stati sopra, su cosa si sono concentrati e, soprattutto, quali sono gli argomenti su cui hanno acquisito la padronanza (indicati in verde), su cui stanno ancora lavorando (in azzurro) o su cui sono bloccati (rosso). E allora possono intervenire per aiutare gli studenti laddove serve l’aiuto. Oppure possono chiedere a uno studente (verde) di aiutarne un altro (rosso).

In tutti i settori - dice ancora Kahn – è riconosciuta l’importanza dei dati. Perché non nella scuola? Gli insegnanti chiedono agli studenti: ‘cosa non hai capito?’. Non hanno tutte le informazioni per intervenire, per rendere l’interazione più produttiva possibile. E’ quello che gli stiamo offrendo.

 

Fig. 7 – Kahn Academy permette all’insegnante di avere dati sull’apprendimento degli studenti.

Quello dell’umanizzare le classi è un tema su cui Salman Khan torna ripetutamente. “Molto dello sforzo per umanizzare la classe si focalizza sul rapporto studenti-docenti. Nel modello tradizionale la maggior parte del tempo l’insegnante lo spende nel fare lezione e nel valutare. Forse solo il 5% del suo tempo lo passa seduto di fianco agli studenti, lavorando davvero con loro. La tecnologia può permetterci di cambiare umanizzando le classi.

E forse, dice, si può andare oltre promuovendo il peer teaching, non solo nella singola classe ma fra studenti di classi diverse, addirittura di nazioni diverse. “Parliamo di compagni che insegnano gli uni agli altri all’interno della classe. Non c’è motivo per cui non possiate avere quel tutoraggio alla pari al di fuori di quella classe. Immaginate cosa succederebbe se quello studente di Calcutta all’improvviso potesse seguire vostro figlio, o vostro figlio potesse seguire quel ragazzino di Calcutta. Io credo che quello che vedreste emergere è questa nozione di classe globale mondiale.

 

Fig. 8 – Volontari stanno traducendo i video in molte lingue, anche in italiano.

Prima di spingerci così lontano – e però impariamo a guardare lontano – possiamo chiederci che uso possiamo fare noi, in Italia, di questi materiali didattici. Ebbene, la buona notizia è che ci sono volontari che hanno già cominciato un’attività di traduzione. 

Sul canale della Khan Academy su YouTube è disponibile un’area in italiano: http://www.youtube.com/user/KhanAcademyItaliano/.

 

Fig. 9 – L’area in italiano del canale della Khan Academy su YouTube.

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Il diritto d’autore in rete e le licenze Creative Commons

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Il diritto d’autore in rete e le licenze Creative Commons

Posted on 15 giugno 2012 by Redazione Bricks

di Antonio Fini

antonio.fini@gmail.com

Il riuso di contenuti digitali (foto, video, musica) è oggi decisamente comune nel mondo della scuola: insegnanti e alunni producono spesso lavori multimediali ai quali capita di dover aggiungere una fotografia, una colonna sonora, un piccolo video. Di solito, questi materiali aggiuntivi si trovano facilmente sul web, attraverso i motori di ricerca e i siti specializzati (ad esempio Flickr o YouTube) ma anche l’inserimento della canzone dell’autore famoso come colonna sonora di una presentazione o di un video girato a scuola è  un’esperienza assai diffusa.

Qual è l’atteggiamento di docenti e studenti relativamente ai  diritti d’autore di questi contenuti pescati qua e là in rete? Nell’esperienza di chi scrive, emergono due principali tendenze: 

  • da un lato il riuso disinvolto di coloro che sono convinti che  qualunque contenuto preso da Internet  sia riutilizzabile liberamente, sia perché essendo sul web è già esposto al pubblico sia perché si invoca l’uso didattico come passepartout
  • all’opposto, la preoccupazione ossessiva di stare inevitabilmente e irreparabilmente violando i diritti degli autori, con la preoccupazione di essere soggetti a pesanti sanzioni, per cui spesso si preferisce rinunciare.

Naturalmente, la questione si pone anche per le creazioni originali prodotte all’interno delle scuole o da singoli docenti e studenti: come pubblicarle in modo che siano sempre riconosciuti i diritti degli autori?

Con questo contributo proviamo a  portare un minimo di chiarezza nella complessa materia del diritto d’autore in  rete e a fornire alcuni consigli sui modi sostenibili di condivisione e di riuso dei contenuti digitali.

Partiamo da una considerazione di base, niente affatto scontata, che aiuta a sgombrare il campo da equivoci e costituisce una prima risposta efficace ai dubbi di chi si trova di fronte ad un contenuto reperito in rete e si domanda: “posso riutilizzarlo liberamente, visto che si trova in rete?”. 

La risposta, in mancanza di altre indicazioni (come vedremo) è negativa: qualunque contenuto, o opera creativa, a patto che sia originale (ma attenzione: può essere un complesso articolo ma anche una semplice fotografia o un disegno di un alunno di scuola primaria) è sempre coperto da diritto d’autore. Il diritto d’autore sorge automaticamente, indipendentemente dal fatto che l’autore ne sia consapevole o meno o apponga diciture (del tipo tutti i diritti riservati) o simboli (il famoso ©). Tali accorgimenti sono superflui, perché il diritto d’autore è comunque presente, in tutta la sua potenza che consiste nell’assegnare una protezione completa verso l’uso da parte di terzi per una durata variabile (per alcuni tipi di opere può arrivare a 70 anni dopo la morte dell’autore).  E’ l’autore che, al contrario, deve specificare chiaramente se intende consentire alcuni utilizzi della sua opera, e sotto quali condizioni.

La risposta alla nostra domanda si comincia quindi a configurare in modo più articolato, del tipo “non puoi riutilizzare contenuti reperiti sul web, a meno che l’autore non lo abbia esplicitamente concesso, verificando se sussistono le condizioni specificate”. Ovviamente, è sempre possibile richiedere il permesso all’autore, ma non sempre è un’operazione praticabile in modo semplice: si pensi solo alla difficoltà di reperire  l’indirizzo email dell’autore di una foto trovata su un sito web.

Vi sono alcune eccezioni a questa regola di base: ad esempio i contenuti che si trovano nel pubblico dominio, ovvero non sono protetti dal diritto d’autore o perché i diritti sono scaduti (è il caso di molte opere letterarie classiche, disponibili in rete, ad esempio su LiberLiber) o perché l’autore volontariamente vi ha rinunciato.

In alcune legislazioni (ad esempio negli USA) esiste anche il concetto di fair use, cioè di un uso legittimo di un’opera protetta da copyright, senza autorizzazione, sotto particolari condizioni, ad esempio l’uso didattico. Purtroppo in Italia il fair use non è codificato in modo altrettanto esplicito. Esiste un comma della legge sul diritto d’autore del 2007, il quale stabilisce che “È consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro”. Sfortunatamente, la questione della degradazione dei contenuti non è stata però mai chiarita in  modo preciso, per cui  nella situazione attuale permane l’incertezza sulle possibilità d’uso, proprio relativamente all’uso didattico che è quello che in questa sede interessa in modo particolare.

In realtà, però, il vero problema è che la normativa internazionale sul diritto d’autore risale all’era pre-digitale, è stata pensata soprattutto per proteggere i diritti di sfruttamento economico delle opere e male si adatta al mondo digitale. Si pensi alle diverse possibilità di riuso di un libro in formato cartaceo e di uno in formato digitale. Certo, anche per i primi esiste l’annoso problema delle fotocopie, è indubbio però che il digitale offre enormi opportunità aggiuntive ma anche conseguenti nuove problematiche.

Una possibile soluzione è rappresentata dalle licenze Creative Commons. Nel 2001, traendo ispirazione dalle licenze d’uso aperte tipiche dei movimenti del software libero (il free software proposto da Richard Stallman già dagli anni ’80) e del più diffuso Open Source, Larry Lessig, un professore della Harvard Law School, fondò con altri soci l’organizzazione non-profit Creative Commons (CC), dedicata alla ricerca di strumenti legali per superare le limitazioni che la precedente normativa del copyright stava manifestando nell’era digitale.

Oggi, CC è presente a livello globale e le sue licenze sono utilizzate in modo esteso: il caso più eclatante è Wikipedia, ma CC è anche la licenza standard utilizzata dai numerosi progetti di risorse educative aperte (OER), dei quali ci siamo già occupati altre volte in questa rubrica.

CC si basa sull’inversione del concetto base del diritto d’autore e del copyright. La classica frase tutti i diritti sono riservati diventa alcuni diritti sono riservati, laddove altri, a scelta dell’autore, sono invece concessi a terzi, eventualmente sotto alcune condizioni.

Per semplificare ulteriormente, CC propone un insieme precostituito di clausole che, combinate tra loro, formano la licenza vera e propria.

La clausola base è l’attribuzione (BY).    E’ l’unica clausola obbligatoria e impone a coloro che  intendono riutilizzare il contenuto un obbligo minimo, consistente nell’indicare l’autore originale dell’opera utilizzata in modo tale da attribuirne la corretta proprietà intellettuale (paternità).Oltre alla clausola BY, per completare la licenza e apporla ad un’opera di propria creazione, è necessario porsi due domande fondamentali relative a:

  • Riutilizzo a scopi non commerciali. Se acconsentiamo all’uso da parte di terzi anche per scopi commerciali non dobbiamo fare nulla, altrimenti è necessario  aggiungere la clausola non commerciale (NC).    
  • Possibilità da parte dei terzi di modificare l’opera. In questo caso le alternative sono tre: se si intende lasciare completamente aperta questa possibilità non si deve fare niente; se si vuole subordinare la modifica al rilascio della nuova opera (opera derivata) al fatto che essa sia rilasciata con la medesima licenza dell’originale, si deve aggiungere la clausola Condividi allo stesso modo (SA, ovvero Share Alike).      Infine, se si vuole impedire che l’opera originale sia modificata, consentendone quindi soltanto una copia così com’è (salvo autorizzazione), è necessario inserire la clausola Non opere derivate (ND) così com’è (salvo autorizzazione), è necessario inserire la clausola Non opere derivate (ND). 

Riepilogando, le combinazioni possibili, in ordine inverso rispetto alle possibilità di riutilizzo lasciate aperte e libere, sono:

  • Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate (BY-NC-ND) 
  • Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo (BY-NC-SA) 
  • Attribuzione – Non commerciale (BY-NC) 
  • Attribuzione – Non opere derivate (BY-ND) 
  • Attribuzione – Condividi allo stesso modo (BY-SA) 
  • Attribuzione (BY) 

Oltre a queste clausole, ormai classiche, CC propone la licenza denominata CC0 (non ancora disponibile in versione italiana) che equivale sostanzialmente al pubblico dominio, per cui i contenuti sono utilizzabili in ogni modo, senza limitazione alcuna (neanche l’attribuzione).

Ovviamente, per poter apporre una licenza CC ad una propria opera, è necessario essere gli unici autori, oppure verificare di avere l’autorizzazione da parte degli altri autori. Se l’opera include a sua volta contenuti di altri, questi devono essere riutilizzabili (ad esempio con un’altra licenza CC o dietro autorizzazione).

La procedura di composizione della licenza sembra complessa ma in realtà, attraverso una pagina dedicata del sito, è possibile costruire la  propria licenza personalizzata in modo guidato.

Un esempio pratico: l’intero sito della rivista Bricks è pubblicato con una licenza CC BY-NC.

Ipotizziamo che qualcuno trovi interessante questo articolo e voglia pubblicarlo sul proprio blog. Può legittimamente farlo, a patto che citi l’autore e la rivista (clausola BY). Potrebbe anche modificarlo, ad esempio tagliando questo stesso esempio! La clausola NC è invece più problematica. Mentre risulta pacifico il divieto di riutilizzo in un libro destinato alla vendita, potrebbe essere opinabile la pubblicazione su un sito web o un blog che contiene annunci pubblicitari (ad esempio gli onnipresenti AdSense di Google).

E’ da notare inoltre che CC non offre alcun servizio di registrazione o di deposito delle opere. Non fornisce pertanto  alcuna prova della paternità delle opere, né si può considerare un sostituto di enti di intermediazione come la SIAE. La pubblicazione con una licenza CC non è quindi una protezione (anche perché, oggettivamente, non sono neanche presenti, né per ora ipotizzabili, controlli efficaci) ma è soprattutto un segnale di apertura dell’autore verso i possibili utilizzatori. E’ un modo semplice e standardizzato per rendere chiare ed evidenti le condizioni d’uso, senza che  si debba instaurare un contatto diretto tra utilizzatore ed autore. Per gli insegnanti e, più in generale, per il mondo della scuola, può costituire un’ottima occasione per condividere materiali e contenuti in un modo trasparente e aperto che tuttavia salvaguarda la proprietà intellettuale degli autori.

A questo proposito, si può aggiungere una riflessione su quali clausole sia meglio selezionare. Naturalmente la risposta nasce soprattutto dalle convinzioni personali dell’autore rispetto all’etica del riuso e dallo specifico contesto. Si possono qui soltanto appuntare alcune considerazioni generali legate alle due clausole più controverse, ND e NC. Per quanto riguarda la prima, ritrovare il proprio lavoro ripubblicato con modifiche sulle quali si potrebbe non essere d’accordo può essere poco piacevole, tuttavia la possibilità di modifica è sicuramente una delle caratteristiche fondamentali del mashup tipico del web 2.0. Alcuni tipi di modifica, poi, come le traduzioni, potrebbero rivelarsi decisamente utili, anche per la diffusione dell’opera. La clausola NC, come accennato in precedenza è quella potenzialmente più problematica, perché il concetto di uso non commerciale non è sempre di definizione chiara e inequivocabile.

Di particolare interesse per il mondo educativo è la possibilità, offerta da alcuni siti e da Google, di effettuare ricerche mirate a contenuti riutilizzabili con licenze CC.

Si può partire dalle pagine dedicate alla ricerca di audio, immagini, video, testi e risorse educative del sito stesso di Creative Commons.

Per le immagini, si può ricorrere al grande database di Flickr

Ma è possibile anche effettuare una selezione simile con la ricerca avanzata di Google:

Per limitarsi alle immagini (Google Image), basta seguire queste istruzioni.

Oltre ai motori di ricerca, esistono anche siti specializzati nella raccolta di contenuti utilizzabili con licenze CC. Tra questi, segnaliamo alcune risorse relative a due tipi di contenuti molto utilizzati in ambito educativo, musica e immagini.

  • Per la musica, Jamendo e BeatPick. Esplorando questi siti non sarà difficile trovare colonne sonore alternative rispetto alla canzone conosciuta, ma soggetta a diritti e pertanto non utilizzabile, da inserire nei video prodotti a scuola. E magari si scopriranno anche musicisti emergenti altrettanto validi!
  • Per le immagini: Pixabay, Freefoto e, per le clipart, Open Clipart.

In conclusione, come ormai tradizione per gli articoli della rubrica Dalla rete, attendiamo il vostro contributo attraverso commenti e discussioni sul gruppo Facebook. Conoscevate le licenze CC? Le avete utilizzate per pubblicare i vostri contenuti? Vi sembrano una soluzione semplice e sostenibile, soprattutto per l’educazione? Quali sono pregi e difetti di questo approccio? 

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Ieri Learning object, oggi “risorse”: dove reperirli e come (ri)usarli?

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Ieri Learning object, oggi “risorse”: dove reperirli e come (ri)usarli?

Posted on 16 marzo 2012 by Redazione Bricks

di Antonio Fini

Qualche settimana fa, una collega appartenente al gruppo “Insegnanti”  di Facebook ha postato la  seguente domanda: “Sto cercando indirizzi di repository di Learning Object in italiano, chi può aiutarmi?”.

Ora, di learning object se ne parla da quasi dieci anni e il fatto che sul web oggi “si trovi di tutto e di più” è decisamente entrato nell’immaginario collettivo.

Tuttavia, contrariamente a quanto si sarebbe potuto supporre, le risposte sono state poche e spesso interlocutorie (“cosa intendi per repository?”, “puoi specificare meglio che tipo di learning object?”).

La difficoltà nel formulare una risposta efficace ad una domanda che oggi si supporrebbe semplice dipende probabilmente da due fattori principali.

Da un lato il calo della popolarità del termine “learning object”,  rilevabile anche dal grafico di Google Trends: http://www.google.com/trends/?q=learning+objects&ctab=0&geo=all&date=all&sort=0

Il grafico mostra in modo abbastanza  evidente come dal 2007 al 2011 il volume di ricerche effettuate su Google, relative al termine “learning objects”, sia quasi dimezzato.

In effetti, oggi si preferisce parlare di “risorse educative” piuttosto che di learning object. In particolare, negli ultimi anni, le “risorse educative aperte” o Open Educational Resources (OER), hanno progressivamente acquisito importanza nel dibattito internazionale, principalmente a seguito di alcune grandi iniziative lanciate da prestigiose università. L’aggettivo “aperte” implica naturalmente che tali risorse siano disponibili in forma libera, gratuita e, di solito, con la possibilità di riutilizzare e adattare i contenuti.

Il secondo motivo di incertezza nel formulare la risposta è costituito dalla limitazione relativa alla lingua: la collega cercava infatti risorse  “in italiano”. Le OER si sono però sviluppate principalmente in ambito anglosassone, per cui la maggior parte dei contenuti disponibili sono in lingua inglese. I progetti più conosciuti sono infatti quelli di istituzioni accademiche come il MIT,  la Stanford University, la Open University, ma anche di startup emergenti come la Khan Academy. Bricks si  è già occupato dell’argomento, nel numero di settembre 2011 (per chi fosse interessato ad un aggiornamento statistico sul mondo delle OER: http://newlearningresources.wordpress.com/2012/03/02/open-education-by-the-numbers/). 

Allora, che speranze ci sono per un insegnante che voglia impostare un lavoro ricorrendo a risorse di qualità, gratuite e riutilizzabili, in lingua italiana, facilmente reperibili in rete?

Come vedremo, alcune possibilità certamente esistono. Tuttavia, possiamo anche chiederci quale possa essere realmente l’obiettivo di un docente nel ricercare in rete risorse da utilizzare per la propria classe. Probabilmente già il verbo “utilizzare” dovrebbe essere meglio specificato e declinato in “ri-usare”. In effetti,  l’uso diretto, nella forma originaria, di una  risorsa disponibile sul web, anche se di ottima qualità in termini di affidabilità e accuratezza, è un caso frequente ma non sempre esaurisce le necessità del docente. E’ possibile infatti che l’insegnante trovi che quello splendido contenuto abbia qualche elemento superfluo, magari relativo ad una parte non ritenuta fondamentale, e manchi invece di un approfondimento su un concetto che al contrario è della massima importanza per il suo specifico obiettivo didattico. 

Torna quindi in modo prepotente il problema del contesto e della difficoltà di adattamento dei contenuti, già analizzato molto bene nella letteratura dedicata ai learning object (sui questo tema esiste una sterminata produzione, sia in lingua inglese che in italiano, ad esempio questa sempre valida collezione di articoli raccolta da Indire/ANSAS, a partire dal 2004: http://www.indire.it/content/index.php?action=read&id=1191).  

Una possibile soluzione è consentire al docente interessato di intervenire direttamente sulla risorsa, consentendo di scaricarla e modificarla per adattarla al contesto specifico. In questo senso il concetto di “ri-uso” diventa quello di “adattamento”.  Riuso può anche  significare coinvolgere gli studenti in attività legate alla modifica e adattamento di contenuti in rete: ad esempio la sottotitolazione di un video reperito su YouTube o la modifica di una voce su Wikipedia.

Perché questa fondamentale operazione sia possibile è tuttavia necessario che siano soddisfatte alcune condizioni abilitanti. Ad esempio, il contenuto deve essere  modificabile facilmente dal punto di vista tecnico. Sotto questo aspetto, un’animazione Flash o un file PDF presentano sicuramente più problemi rispetto ad un contenuto disponibile con un formato aperto o comunque facilmente modificabile, includendo quindi anche i formati usati dai più diffusi software commerciali. Inoltre, la licenza d’uso dei materiali deve consentire la manipolazione dell’opera. Il riferimento è alle licenze Creative Commons (CC), attualmente lo standard per le OER  (www.creativecommons.org). Questo tipo di licenza è infatti “componibile” dall’autore titolare dei diritti, il quale può scegliere quali tra tali diritti intende lasciare agli utilizzatori. Si va dalla più ampia libertà di riuso con il solo vincolo dell’attribuzione (clausola BY, ovvero la semplice citazione del nome dell’autore), passando per vincoli progressivamente limitanti come il divieto di uso commerciale (clausola NC), l’obbligo di rilascio con la medesima licenza (SA), fino alla clausola ND (Non Opere Derivate) che  vieta la modifica e impedisce di fatto il riuso inteso come adattamento e modifica del contenuto originale (ad esempio, anche una semplice  traduzione non sarebbe possibile con  questo tipo di clausola). Il pregio delle licenze CC consiste nel rendere esplicite le regole sotto le quali il riuso di una risorsa è legalmente possibile, in modo da evitare fraintendimenti e spiacevoli inconvenienti.

Dal punto di vista tecnico, vi sono anche soluzioni che potrebbero rendere più semplice il riuso di molti corsi online, ma che spesso non sono praticate. Ad esempio, chi volesse rendere disponibile un intero corso basato su Moodle potrebbe offrire il download del backup del corso stesso. Questo semplice accorgimento permette a chiunque abbia a disposizione un’altra installazione di Moodle di ricreare il corso sulla propria piattaforma e, ove la licenza lo consenta (ma evidentemente se si decide di condividerlo in questo modo, è quasi implicito che sia così), modificarlo per adattarlo al contesto. Questa è la via seguita anche da una delle principali iniziative di OER, l’OpenLearn della Open University UK: i corsi offerti sono scaricabili in diversi formati, tra cui il formato backup di Moodle.

Al termine di queste riflessioni è però utile fornire comunque una risposta alla domanda, dal momento che tutto sommato esistono molte valide esperienze italiane di raccolta di contenuti didattici riutilizzabili. Due punti di riferimento istituzionali sono ad esempio il portale Innovascuola, che contiene molti materiali creati da docenti all’interno di vari progetti e resi successivamente disponibili alla comunità con licenza Creative Commons (con possibilità di ricerca avanzata per tipo di scuola, materia e altro ancora), e GOLD, la banca dati delle pratiche didattiche che ANSAS/Indire cura da molti anni e che  è stata recentemente rinnovata anche  sotto l’aspetto tecnologico, rivolta però non tanto ai materiali in sé quanto alla condivisione di buone pratiche e  progetti di successo.

Di rilievo è anche il portale Rai Educational, recentemente sottoposto a restyling, nel quale i video sono stati riorganizzati anche in funzione del possibile posizionamento curricolare in diversi gradi di scuola (a breve sarà attivata una  funzione per la costruzione di percorsi personalizzati o lesson plan). Naturalmente, nel caso dei video, le possibilità di adattamento e manipolazione sono intrinsecamente più limitate, anche nei casi in cui sia legalmente possibile il download. Nel caso di Rai Edu, ad esempio, i materiali sono fruibili liberamente dal portale ma rimangono soggetti a copyright. E’ possibile comunque condividere sui social network e incorporare i filmati in pagine web anche personali.

Vi sono poi progetti europei come Sloop e Sloop2desc, i quali hanno rilasciato molti contenuti  con licenza Creative Commons. Nel caso di Sloop si tratta di veri e propri learning object, in formato SCORM cioè adatti all’utilizzo direttamente in piattaforme e-learning, ma anche con la possibilità di “aprire il pacchetto” e modificarne il contenuto; in Sloop2desc l’attenzione è stata rivolta anche alla condivisione di interi corsi Moodle.

Naturalmente, le case editrici hanno iniziato da alcuni anni a proporre contenuti digitali in rete, sospinte anche dalla normativa (L. 133/2008) che prevede l’adozione di “libri di testo disponibili, in tutto o in parte, nella rete internet”. Raramente, però, questi materiali sono disponibili gratuitamente e liberamente ridistribuibili. Di solito, infatti, gli accessi stessi sono riservati ai docenti ed alle classi che hanno in adozione il relativo libro cartaceo o che comunque sottoscrivono una qualche forma di abbonamento.

Infine, c’è l’oceano dei siti, portali, blog, social network gestiti direttamente da insegnanti singoli, scuole associazioni professionali, Enti ecc.  che pubblicano in rete materiali didattici da anni. Impossibile proporre  un elenco, anche parziale. Purtroppo però la ricerca di questi contenuti “sparsi nella rete” è spesso difficile, affidata unicamente alla sagacia del docente nell’inserire le parole chiave “giuste” sui motori di ricerca. Alcuni siti si sono quindi proposti il compito di raccogliere link a tali materiali. E’ il caso di Atuttascuola  e Dienneti, solo per citarne due (con l’invito a segnalare altri casi rilevanti nei commenti a questo stesso articolo).

Sia la qualità che la reale usabilità e riusabilità di tali contenuti, naturalmente, sono da verificare caso per caso: gli inconvenienti più comuni, che limitano il riutilizzo sono di tipo tecnico (ad esempio la difficoltà di modificare un file in formato PDF o addirittura l’impossibilità di scaricare una risorsa fruibile solo tramite web, come nel caso del portale di Progetto Trio, una iniziativa della regione Toscana peraltro apprezzata da anni per la qualità dei contenuti) o legale (l’assenza di una chiara indicazione di licenza Creative Commons impedisce, almeno formalmente, il riuso: qualunque opera, sul web o su altri supporti è infatti automaticamente protetta dal diritto d’autore, anche se questo non è esplicitamente richiamato; come si è detto in precedenza le licenze Creative Commons assolvono proprio allo scopo di rendere chiare le modalità di riutilizzo dei contenuti).

In effetti, a dispetto del senso comune che vorrebbe il web stesso come un grande repository, ricchissimo di informazioni gratuite, facilmente reperibili e riusabili, si può osservare come la ricerca di risorse gratuite e aperte per la didattica non sia poi così semplice. L’abbondanza stessa di risorse disponibili finisce per essere un ostacolo al facile ritrovamento di contenuti, mentre  rimangono  ancora largamente irrisolte sia le problematiche di tipo legale (alle quali le licenze Creative Commons offrono una risposta valida anche se tuttora poco conosciuta e praticata) che la questione della valutazione delle risorse, a parte qualche intervento istituzionale per la “validazione”, come in parte realizzato dal citato portale Innovascuola. 

Per concludere, l’esempio di un portale internazionale, OERCommons, che al momento non contiene praticamente alcun contenuto in lingua italiana (ad eccezione di qualche materiale per l’insegnamento dell’italiano L2) ma che potrebbe essere utilizzato per iniziare a far entrare anche  le  tante risorse disponibili nella nostra lingua nel “circuito internazionale” delle Open Educational Resources.

Come al solito, lasciamo la parola a voi lettori. Se conoscete esempi significativi di iniziative e progetti diretti allo sviluppo e alla raccolta di risorse educative aperte, in particolare dirette al mondo della scuola e in lingua italiana, vi invitiamo a segnalarle tramite i commenti a questo articolo o, se preferite, attraverso il gruppo Bricks su Facebook.

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Comunità di insegnanti in rete

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Comunità di insegnanti in rete

Posted on 23 novembre 2011 by Redazione Bricks

di Paola Limone
1° Circolo di Rivoli


Diciamocelo, facciamo davvero fatica a volte a parlare con il collega della classe a fianco anche solo davanti alla macchinetta del caffè ma ci ritroviamo poi a passare ore in rete a discutere, a scambiare idee e a condividere materiali e progetti con colleghi mai visti e che probabilmente non conosceremo mai in carne e ossa.

Gli insegnanti che sono iscritti e partecipano a diversi gruppi nei socialnetwork o a forum e comunità on-line sono sempre più numerosi.

In questo articolo cercherò di raccontare qualcosa sulla vita del docente nella rete.

Le motivazioni

Quali sono le motivazioni che portano un insegnante a frequentare gruppi dedicati alla scuola sui social network?  Ho posto questo quesito all’interno del gruppo “Insegnanti” che da un anno amministro su Facebook, e queste sono le risposte ricevute, in ordine di importanza:

  • perché mi piace condividere idee e progetti;
  • perché è un modo comodo per aggiornarsi;
  • perché con i colleghi della mia scuola faccio fatica  a collaborare;
  • perché mi fa sentire meno isolato;
  • perché trovo sempre nuovi spunti per migliorare;
  • perché, anche se non partecipo, mi piace leggere cosa scrivono i colleghi.

Da un altro sondaggio risulta che molti insegnanti sono iscritti a più gruppi, alcuni più generalisti e altri con tematiche più specifiche (dislessia, uso della lavagna interattiva, progettazioni in 3D, lingua straniera, …). Si entra in un gruppo, si curiosa, se l’ambiente è accogliente si partecipa con commenti e/o con segnalazioni e spunti di riflessione; si invitano i membri ad iscriversi anche ad altri gruppi che si apprezzano o che noi stessi abbiamo creato … Dopo un po’ tanti nomi iniziano ad essere familiari, si impara a conoscere le competenze acquisite dagli altri e a rivolgersi a loro nel momento del bisogno. Se il gruppo è attivo e “vivace” succede spesso che non appena si inserisce un appello o si pone una domanda si venga bombardati da offerte di aiuto e da segnalazioni di materiale che potrebbe esserci utile.

Quando capita che i membri di un gruppo sanno di doversi ritrovare ad un convegno c’è una sorta di emozione perché si potranno incontrare e conoscere “colleghi digitali” in carne ed ossa, si chiedono e danno indicazioni per riconoscere e farsi riconoscere. In fondo a forza di vivere e lavorare con i ragazzini si finisce con il non crescere mai del tutto.

Aperto o chiuso

Alcuni gruppi richiedono un’iscrizione e un’approvazione da parte degli amministratori, in altri casi basta inserire i propri dati e si è accettati automaticamente, in altri ancora il gruppo è aperto a tutti.

Le motivazioni di tali scelte di gestione sono diverse: richiedere l’iscrizione garantisce un minimo di controllo, e a volte è l’unico modo per sapere quante persone scaricano e utilizzano il materiale disponibile. La scelta del gruppo chiuso è anche giustificata dal voler garantire ai membri una maggiore libertà di espressione (tra colleghi in rete ci si confronta a volte animatamente, ci si sfoga, si raccontano soprusi e si chiede aiuto per questioni sindacali o di conflitto con il dirigente, …). La scelta del gruppo aperto ha motivazioni “filosofiche”, il voler condividere con tutti è indubbiamente un ottimo principio, ma può ingenerare problemi di gestione se non si garantisce una buona amministrazione.

Le piattaforme

La parte del leone la fanno i gruppi su Facebook. Su questo social network, come è noto, si  possono avere profili personali, pagine ufficiali, gruppi e pagine di comunità, ecc. Ognuna di queste pagine permette interazioni sociali e ha caratteristiche diverse.

Molti gruppi sono a supporto di siti e blog, in altri casi gli amministratori hanno creato spazi di condivisione su altre piattaforme.

I motivi principali sono due:

  • su Facebook tutto scorre troppo rapidamente, è importante cercare di fermare il flusso salvando gli interventi più significativi;
  • gli insegnanti si incontrano e conoscono su Fb, ma hanno bisogno di altri spazi per organizzare attività cooperative.

Fino al 2010 era molto utilizzata anche la piattaforma Ning, che però dal maggio di quell’anno è diventata a pagamento costringendo molti gruppi a migrare verso spazi alternativi.

Unico sopravvissuto famoso è il gruppo de “La scuola che funziona” che ha mantenuto il suo spazio grazie alle donazioni dei propri iscritti.

Le Community più conosciute

Presento ora un elenco di alcune tra le più conosciute e frequentate comunità di docenti nella rete, divise per grandi aree tematiche. Ho scoperto che, tranne in pochi casi, conosco (virtualmente) tutti i docenti che li hanno creati e che li amministrano, e sono molto contenta che la maggioranza di loro faccia anche parte del gruppo che gestisco. E’ a loro pertanto che mi sono rivolta per avere dalla loro “viva voce” alcune informazioni.

Community legate a temi generalisti del modo scolastico

La scuola che funziona (646 membri) è la pagina su Facebook che funge da raccordo con il network di pratica in NING  creato da Gianni Marconato. Il gruppo è amministrato con Cristina Galizia, Alessia Riccardi e Dany Maknouz.

Gruppo insegnanti: 1.490 membri (gruppo chiuso)
Creato da Paola Limone nel 2010 e amministrato con i colleghi Maurizio Zambarda, Antonio Fini e Carmen Piazza, il gruppo raccoglie esclusivamente insegnanti di ogni ordine e grado che possono far conoscere le proprie esperienze, trattare temi legati alla didattica ma anche al fare scuola sempre più problematico, incontrarsi, sfogarsi, arrabbiarsi, decidere future collaborazioni, … Il gruppo ha un’area di condivisione di materiali e progetti su piattaforma Sharepoint.

Insegnanti Italiani Uniti: 4.810 membri (gruppo chiuso)
Creato nel 2008 e amministrato da Giovanni Di Palma, il gruppo nasce dal desiderio tenersi informati ed aggiornati sul mondo “caotico” dell’intero sistema scolastico.

La casa degli insegnanti:  90 membri (gruppo aperto) Gruppo creato e amministrato da Donatella Merlo e Claudia Testa.
La casa degli insegnanti si propone di sostenere la professionalità docente per dare a tutti una formazione di qualità; favorire la trasmissione del sapere da una generazione all’altra, sviluppando l’informazione, lo scambio, la messa in comune delle risorse individuali e collettive riguardanti l’insegnamento, la formazione, l’educazione, la cultura.
Si vuole favorire la ricerca nei diversi ambiti disciplinari, creare collegamenti e continuità, sviluppare la riflessione critica sulle pratiche e i programmi, sulle attività pedagogiche proposte, iniziative ed attività educative, scolastiche e parascolastiche per contribuire a combattere la violenza e il bullismo.
Il gruppo vuole anche favorire la conoscenza dei sistemi educativi degli altri Paesi, sviluppare il dialogo con scambi di informazioni e realizzazione di attività didattiche diffondere le buone pratiche. Il gruppo ha un suo sito.

Forumlive Docenti: 2811 amici. Il gruppo è amministrato da Marisa Galliani.
L’associazione Forumlive nasce dall’esperienza dei forum ForTic nel 2005. Il gruppo, che in tutti questi anni è rimasto unito e vitale, ha saputo allargarsi, rinnovarsi e arricchirsi, riconoscendosi sempre nello spirito di una didattica nuova, viva, entusiastica: quella didattica di cui la scuola italiana, ormai da tempo svilita e ridotta a scadente catena di montaggio intellettuale, avrebbe tanto bisogno.
Il gruppo ha un suo sito.

Pinocchio 2.0:  660 membri. Gruppo creato e amministrato da Linda Giannini e Carlo Nati.
Pinocchio 2.0, rappresenta la realizzazione delle idee, dei sogni, delle aspirazioni, dei desideri di grandi e piccini; diviene dunque, qualsiasi “oggetto” o “soggetto” costruito e/o condiviso – in presenza o grazie alla rete – da diversi compagni di viaggio, i quali assumono il ruolo di “Geppetto”, poiché “creano” concretamente, da soli e/o in forma collaborativa, un manufatto artistico, un racconto, un disegno, un video, un robot, … avvalendosi sia di materiale di riciclo che delle potenzialità offerte dal web 2.0 e dall’open source.
Il progetto da anni tende alla creazione una comunità per l’apprendimento e per lo sviluppo di competenze di tipo tecnologico – scientifico, anche mediante l’attuazione di laboratori di robotica; sino ad ora ha coinvolto oltre 1.000 soggetti (in ospedale e non): bambine/i e adolescenti; docenti in pensione e non; tirocinanti studentesse universitarie; osservatori esterni (enti di ricerca, università, …); genitori, nonni, esperti.
Il progetto ha un suo blog.

Community legate a temi di gemellaggi e lingua straniera

L’Ecole hors les murs
Si tratta di un portale educativo internazionale aperto alla collaborazione fra tutti gli attori dell’educazione e della formazione. Il multiblog offre la possibilità di aggregarsi sulla base di progetti nati all’interno delle scuole attraverso le azioni europee Etwinning e Comenius.

LEND – Lingua e nuova didattica 151 membri (gruppo chiuso)
Gruppo amministrato da Chiara Ferronato, Antonella Elia e Silvia Minardi, e legato all’associazione culturale senza fini di lucro alla quale aderiscono insegnanti di lingue straniere e di lingua italiana che intendono sostenere il rinnovamento della scuola ispirandosi ai principi dell’educazione e della diversificazione linguistica nell’ottica interculturale indicata dal Consiglio d’Europa e dalla Commissione Europea. La partecipazione di LEND a progetti comunitari contribuisce a rinforzarne la spinta innovativa in condivisione con i paesi dell’Unione Europea.

Community legate a temi tecnologici e/o di utiizzo delle Itc nella didattica

Bricks 331 membri (gruppo aperto)
Amministrato da Pierfranco Ravotto, Antonio Fini, Valerio Eletti e Nicola Villa, il gruppo è legato alla rivista on line per la scuola Bricks.
Bricks è rivolta al mondo della scuola e intende dare la parola alle scuole per presentare e discutere i migliori esempi di utilizzo delle tecnologie informatiche nella didattica e di attività per lo sviluppo delle competenze informatiche e digitali degli studenti. Ogni articolo può essere commentato.

Docenti e Lim: 229 membri (gruppo chiuso)
Creato da Giusi Carini e amministrato conPaolo Gallese Ludovico Zodiaco.

Scuola 3d 185 membri (gruppo aperto)
Gruppo creato e amministrato da Luisanna Fiorini
Scuola3d è il progetto dell’Istituto pedagogico di Bolzano dedicato al mondo dell’istruzione e formazione. Qui trovano spazio anche sperimentazioni per l’apprendimento informale e non formale nella rete.
Il progetto si sviluppa principalmente nel mondo 3d proprietario ma si avvale anche di strumenti Web 2.0 che consentono costruzione collettiva connettiva di conoscenza. Obiettivo prioritario di Scuola3d è la costruzione di competenze per una cittadinanza digitale consapevole e responsabile.
Le scuole, gli enti di formazione e di ricerca, i docenti, studenti e genitori possono partecipare a totale titolo gratuito al progetto.
Il gruppo è legato a questo sito.

Gruppo Dschola 130 membri (gruppo aperto)
Gruppo creato e amministrato da Eleonora Pantò e Stella Perrone.
Lo scopo dell’Associazione Dschola è quello di promuovere nelle scuole la valorizzazione della dimensione informatica della cultura, l’innovazione didattica, e la condivisione della conoscenza attraverso le ICT. Gli Istituti fondatori hanno i requisiti tecnici e organizzativi tali da poter svolgere una funzione di riferimento sul territorio e contribuire allo sviluppo di metodi, sistemi e contributi innovativi. Il gruppo ha un suo sito.

Community legate a temi del disagio, dell’inclusione e integrazione scolastica, della dislessia e dell’handicap

La community del blog “Bianco sul nero” : 694 membri (gruppo aperto)
Si tratta di una comunità legata al blog omonimo, dedicata principalmente a chi si occupa di disabilità e didattica. Questo gruppo nasce dall’esigenza di un professionale confronto diretto e per un aiuto reciproco.

Tutti a bordo dislessia 1421 membri (gruppo chiuso)
Gruppo creato e amministrato da Francesca Storace e Annapaola Capuano.
L’obiettivo è quello di offrire gli strumenti per una “didattica coinvolgente”, che si avvalga dell’informatica come strategia e che promuova e stimoli l’apprendimento significativo. Nel gruppo si raccolgono risorse didattiche utilizzabili anche con la LIM, risorse online sul web, software didattici free, news sulla scuola e sulla dislessia.

Dislessia passo dopo passo: 2375 membri (gruppo aperto)
Gruppo creato e amministrato da Anna Rossi, Nadia Rovida e Manuela Nanti.
E’ un gruppo composto da genitori e insegnanti che credono che con la conoscenza si possa aiutare i ragazzi a superare le difficoltà nella loro vita da studenti.

SOS sostegno 1018 membri (gruppo chiuso)
Creato e amministrato da Gabriella Nanni.
Il gruppo ha un forum. Il forum SOS SOSTEGNO è un’agorà dell’insegnante di sostegno dedicata a tutti coloro che si occupano di disabilità e didattica.

E per finire…

Dopo aver presentato gruppi già molto conosciuti e apprezzati dai docenti voglio augurare buon lavoro a un gruppo nato da pochi giorni, ma che promette bene:

GRIIS – Integrazione e inclusione scolastica 546 membri (gruppo aperto)
Creato e amministrato da Francesco Zambotti, Dario Janes e Heidrun Demo, del Gruppo di Ricerca Integrazione e Inclusione Scolastica – Facoltà Scienze della Formazione, Università di Bolzano
L’obiettivo è la  diffusione di ciò che di nuovo esiste sul tema dell’integrazione e dell’inclusione scolastica, e la condivisione del lavoro di ricerca per avere sempre nuove possibilità di collaborazione e crescita.
Il gruppo ha un suo sito, nato il 10 novembre 2011.

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Lo strano caso del corso Artificial Intelligence dell’Università di Stanford

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Lo strano caso del corso Artificial Intelligence dell’Università di Stanford

Posted on 31 agosto 2011 by Redazione Bricks

di Antonio Fini
antonio.fni@gmail.com, www.fninformatica.it



Un singolo corso universitario con più di 100.000 iscritti (al 19 agosto 2011). Ne dà notizia il New York Times del 16 agosto 2011, quando gli iscritti erano ancora “soltanto” 58.000.
E’ davvero possibile gestire un corso con simile numero di partecipanti? Che tipo di corso è? E’ una novità? Perché il New York Times dà particolare risalto a questa iniziativa?
Proveremo a rispondere a queste (e ad altre) domande. Partiamo dal caso: la Stanford University è una delle più accreditate istituzioni universitarie americane, stabilmente presente da sempre ai primi posti delle classifiche internazionali delle università. Si tratta naturalmente di un’università privata, con rette allineate all’altissimo livello accademico. Tuttavia, Stanford ha deciso di offrire per il prossimo anno accademico uno dei suoi corsi più frequentati (Introduction to Artificial Intelligence, con una media di circa 200 studenti nelle edizioni passate, svolte in modo “tradizionale”) in modalità online, a chiunque nel mondo voglia seguirlo, senza alcun costo per i partecipanti. Il corso si svilupperà attraverso una serie di lezioni video, probabilmente arricchite con la trascrizione, seguite da esercizi e prove che saranno valutati attraverso un sistema automatico e con la possibilità di interagire con i professori, anche se non direttamente ma anche in questo caso mediante un meccanismo automatico di aggregazione delle richieste più popolari (probabilmente Google Moderator. E’ anche consigliato (non obbligatorio) l’uso di un tradizionale libro di testo.
Ovviamente, la frequenza gratuita online non procurerà agli studenti alcun diploma di laurea dell’Università di Stanford. Tuttavia il lavoro di ognuno sarà valutato: in sostanza, chiunque potrà misurarsi con i parametri di valutazione di una delle più prestigiose università del mondo. In aggiunta, a chi completerà il corso sarà rilasciato un attestato di partecipazione che  includerà la valutazione, anche in chiave comparativa rispetto agli altri studenti online. L’attestato sarà siglato non dall’istituzione ma direttamente dai docenti del corso, Sebastian Thrun e Peter Norvig. Può essere interessante notare come entrambi i professori siano anche partner di Google, Norvig ne è il direttore del settore ricerca).
Né il New York Times né il il sito web del corso (http://www.ai-class.com/) fanno alcun accenno al fatto che il corso AI di Stanford non è una novità. Al contrario, esso si inserisce come l’ultima in ordine di tempo in una serie di iniziative che si susseguono almeno dal 2007, proposti per lo più da singoli professori.
E’ stata anche coniata una sigla apposita per questo tipo di corsi: si tratta dei MOOC (Massive Open Online Course). I termini che compongono la sigla denotano le tre principali caratteristiche: veri e propri corsi online, aperti a tutti (indipendentemente da lingua, nazionalità, possesso di titoli precedenti), e massive, ovvero con un elevato numero di partecipanti.
La sigla MOOC è stata utilizzata per la prima volta nel 2008, a proposito della prima edizione del corso Connectivism and Connective Knowledge, curato da George Siemens e Stephen Downes.
Esiste ormai una piccola “storia dei MOOC” (disponibile alla pagina http://mooc.ca/), dalla quale si nota come negli ultimi anni le iniziative si siano succedute in modo progressivamente più frequente, soprattutto nel mondo anglosassone ma anche con la rilevante eccezione italiana di Andreas Formiconi con la sua ormai pluriennale esperienza delle “blogoclassi” aperte a tutti , mutuate dal suo corso di informatica di base presso l’Università di Firenze.
In effetti, David Wiley, nell’autunno 2007, quando era professore alla Utah State University, è stato il primo ad offrire un proprio corso universitario in modalità open per studenti online, con tanto di attestato finale per i corsisti a distanza. Chi scrive è stato uno dei partecipanti di quella prima edizione del corso Intro to Open Education e ne conserva gelosamente l’attestato! Va anche ricordato come proprio questo certificato “fatto in casa” avesse provocato una reazione non certo positiva negli ambienti accademici statunitensi: la prestigiosa testata specializzata online Chronicle of Higher Education gli dedicò un articolo dall’esplicito titolo “When Professors Print Their Own Diplomas, Who NeedsUniversities?” (http://www.immagic.com/eLibrary/ARCHIVES/GENERAL/CHRON_HE/C080925Y.pdf) nel quale si stigmatizzava non tanto l’offerta del corso in modalità aperta quanto l’emissione di questo attestato “all’insaputa” dell’istituzione accademica di riferimento. Che valore ha, un tale certificato, si chiedeva l’articolista del Chronicle? E, in prospettiva, se alcuni “professori superstar” cominciano a rilasciare diplomi “fai-da-te”, chi avrà più bisogno delle università?

I corsi open online sono una declinazione del più ampio concetto di Open Educational Resources (OER). Questa sigla, creata nel 2002 dall’UNESCO, è coeva rispetto all’avvio della prima grande iniziativa organizzata di condivisione di materiali didattici di alto livello qualitativo, l’Open Course Ware (OCW  - http://ocw.mit.edu/index.htm) del Massachusetts Institute of Technology (MIT), tuttora forse il progetto più conosciuto, il quale negli anni è stato seguito da decine di altre iniziative da parte di università di tutto il mondo, oltre che dare l’avvio all’OCW Consortium (http://www.ocwconsortium.org), un gruppo di più di duecento università di vari paesi impegnate nello sviluppo di progetti simili, anche se spesso con differenze significative. Ad esempio l’OpenLearn della Open University inglese (http://openlearn.open.ac.uk/) adotta un approccio pedagogico differente: mentre i contenuti MIT-OCW sono sostanzialmente pensati come materiali di supporto ad una classe reale, guidata da un docente, OpenLearn fornisce materiali originariamente pensati per l’autoformazione. Purtroppo va anche sottolineato che tra i 49 paesi in cui vi è almeno un membro del consorzio (in totale 215 università, 13 consorzi e 64 organizzazioni), non vi è l’Italia.

In realtà, però, anche da noi già dalla fine degli anni ’90 sul web si trovavano slide, dispense, materiali didattici depositati in genere da singoli professori, generalmente a livello universitario. Nei successivi anni 2000 l’abitudine di usare siti web per condividere contenuti didattici si è estesa a tutti i livelli di scuola: blog di classe, siti scolastici e/o personali di singoli insegnanti sono disponibili in numero enorme.  In sintesi: una miriade di “iniziative personali”, nella maggior parte dei casi senza indicazioni chiare sulla possibilità di riuso delle risorse. L’OCW del MIT ha modificato le cose, prima di tutto apponendo un chiaro “marchio di qualità” istituzionale sulle risorse condivise (il pubblico non accede più ai materiali di un qualunque prof. XY, bensì ai contenuti di corsi istituzionali di una prestigiosa università), ma anche inquadrando le risorse entro una cornice legale per la definizione delle modalità di riutilizzo ormai diffusa, cioè le licenze Creative Commons.  Molte altre università hanno seguito e stanno tuttora seguendo lo stesso modello. Tuttavia, questo tipo di approccio alla condivisione di risorse educative non prevede di solito l’esistenza di alcuna interazione, né con i docenti né con l’istituzione né tra gli eventuali fruitori, essendo basato unicamente sulla condivisione unilaterale di materiali (testo, lezioni video registrate, esercitazioni, ecc.). Contenuti modificabili e riusabili, secondo quanto prescritto dalla licenza Creative Commons, che consente ad esempio la traduzione in altre lingue, ma privi di reale interattività.
L’approccio istituzionale “forte” come l’OCW non è tuttavia l’unico possibile. In effetti, quello che il MIT ha fatto per quanto riguarda l’istruzione universitaria, è stato realizzato da una singola persona (ora coadiuvato da un piccolo gruppo di lavoro) relativamente ai livelli scolastici inferiori. La Khan Academy di Salman Khan (http://www.khanacademy.org/) è ormai nota a livello mondiale: più di duemila video didattici, prevalentemente su argomenti matematico-scientifico, realizzati con tecnologia “povera” (praticamente soltanto una tavoletta grafica) e un peculiare stile espositivo ironico e “leggero”, corredati da esercizi interattivi. Video molto brevi (max 10 minuti, per aderire alle limitazioni imposte da YouTube, ma anche per renderli maggiormente fruibili), ognuno con un obiettivo didattico molto ben delineato. Ideali, ad esempio, per il recupero e l’approfondimento di singoli argomenti. Il livello di qualità dei video della Khan Academy è considerato decisamente elevato, anche se dietro il suo fondatore e principale autore non c’è alcuna istituzione accademica. Un po’ come per Wikipedia, il riconoscimento di qualità è emerso dal basso, attraverso la crescente soddisfazione degli utenti, molti dei quali collaborano ad esempio per le traduzioni (a proposito: tutti i video della sezione Aritmetica sono già stati interamente sottotitolati in italiano).
Non mancano le iniziative basate sulla collaborazione di un vasto numero di persone comuni, sul modello della conosciutissima Wikipedia, nelle quali i contributi sono offerti da vere e proprie comunità, nelle quali i ruoli di docente e discente spesso si confondono e si mescolano. Tra le diverse esperienze di questo tipo (ad esempio la Peer 2 Peer University, http://p2pu.org/),  vale la pena di segnalarne una italiana, di recentissima attivazione ma che ha già acquisito rilevanza per la qualità dei contenuti e le modalità organizzative: Insegnalo.it (http://www.insegnalo.it/).
Va poi fatta una riflessione sull’e-learning e i corsi online. Se si parla di e-learning, ancora oggi il pensiero va soprattutto alle piattaforme, a sistemi web chiusi, dedicati ad una istituzione o ad una singola classe, dotati di caratteristiche specifiche per l’apprendimento e l’insegnamento (forum, quiz, registro dei voti, ecc.). Le piattaforme e-learning sono usate da anni per replicare in rete il modello formale-istituzionale: sono l’equivalente virtuale delle istituzioni reali. Attraverso le piattaforme si realizza anche l’interazione con i docenti e tra i partecipanti, un elemento che come abbiamo visto è decisamente carente se non completamente assente, nel modello OER dominante.  I corsi open online e i MOOC hanno portato un primo cambiamento in questo modello, andando oltre la mera condivisione dei contenuti e aggiungendo l’importante elemento rappresentato dalle interazioni e, in alcuni casi, della valutazione e addirittura della certificazione finale. Ovviamente, anche da parte del discente, l’impegno richiesto è differente: laddove è possibile in pochi minuti fruire una lezione video proveniente da un sito OER, l’iscrizione ad un MOOC implica di solito un coinvolgimento maggiore, dal momento che ai corsisti è spesso richiesta una partecipazione attiva, attraverso web conference, blog e molti altri ambienti tecnologici.
Come si nota, soprattutto facendo attenzione alle date evidenziate in precedenza, stiamo parlando di qualcosa che ha vita ormai quasi decennale, benché la sua popolarità non sia poi così capillare. Il tema delle risorse educative aperte è poco conosciuto soprattutto in Italia, dove l’istruzione formale è tuttora considerata sostanzialmente l’unica realmente “valida” e in cui le iniziative OER si contano davvero sulla punta delle dita di una mano (e senza neanche esaurirle…), ma una certa difficoltà di affermazione delle OER a livello globale è testimoniata dal fatto che, a distanza di quasi dieci anni, vi sia qualcuno che avverte ancora la necessità di fornirne una definizione.
Allora, perché quindi il New York Times propone il corso AI come una novità di grande importanza?
In effetti, per alcune sue peculiari caratteristiche, probabilmente il corso di Stanford è il primo passo verso qualcosa di nuovo, in grado di scardinare le tradizionali classificazioni relative alle modalità di apprendimento.
Formale, non formale, informale, in presenza, online: sono davvero soltanto queste le possibilità? Quali nuove possibilità esistono oggi, per un’efficace realizzazione del concetto ancora spesso troppo teorico di lifelong learning? Se, oggi, una persona vuole ottenere un diploma o una certificazione, davvero deve obbligatoriamente seguire un corso presso un’istituzione accreditata? E le certificazioni formali, sono ancora le uniche riconosciute e valide? Quali sono le declinazioni dell’apprendimento online, oggi? Siamo ancora allo stereotipo del fugace, serendipico e un po’ superficiale apprendimento di chi passa il tempo a sfogliare un po’ distrattamente decine e decine di pagine web, destinato inevitabilmente all’overload informativo? Esiste un “mercato” per questo tipo di corsi? Centomila persone che si iscrivono ad un corso così specialistico, perché lo fanno? Cosa si aspettano? Sono attirati dall’attestato di partecipazione, pur sapendo che non è un reale diploma di Stanford? Pensano che sia comunque un titolo utile per la loro carriera? Risulta difficile pensare che un numero così elevato di persone sia interessato ad un argomento così particolare come l’intelligenza artificiale, soltanto per interesse personale. Certo, si dovrà poi vedere alla fine quanti degli attuali centomila e oltre iscritti avranno realmente seguito il corso e saranno riusciti a completarlo.
Il corso di Stanford rischia di far emergere in modo evidente e assolutamente reale la possibilità di ottenere un’educazione di alto livello qualitativo attraverso una modalità che nel mondo anglosassone è nota con la sigla DIY (Do-It-Yourself). Una sorta di riedizione moderna e “digitale” dell’autoformazione, modalità di apprendimento ampiamente studiate in letteratura da ben prima dell’avvento delle tecnologie, soprattutto per quanto riguarda l’educazione degli adulti.
Nell’autoformazione classica le fonti informative erano infatti soprattutto i libri e non vi era quasi mai possibilità di riconoscimento formale degli apprendimenti. Il concetto di educazione DIY include invece la possibilità di ottenere certificazioni e attestazioni del proprio livello di competenze acquisite mediante esperienze formative di vario tipo (ovviamente includendo corsi come questo), senza necessità di iscrizioni formali a corsi accademici.
Strettamente legato al DIY è il movimento Edupunk (http://en.wikipedia.org/wiki/Edupunk). Questo suggestivo termine, coniato nel 2008 da Jim Groom, viene oggi usato per indicare un variegato ambito di pensiero “ribelle” rispetto alle modalità tradizionali di istruzione che, secondo i sostenitori del movimento,  non si sarebbero affatto rinnovati attraverso l’uso delle tecnologie di rete le quali non sarebbero pertanto utilizzate secondo le loro reali possibilità, ma in modo limitato e diretto a perpetuare il tradizionale ruolo delle istituzioni. In sintesi, una specie di “versione digitale” del concetto di descolarizzazione ben rappresentato da Ivan Illich e Giovanni Papini.
Aldilà delle sigle e degli slogan più o meno di moda, ciò di cui si discute è soprattutto la necessità di affermare il ruolo attivo del discente, ovvero la centralità della persona e del potenziale del suo sviluppo educativo. Open Education, DIY, Edupunk sono in fondo diversi approcci ad un problema (o ad un’opportunità) che progressivamente emerge e si rende evidente per tutti: la sempre più ampia disponibilità in rete di risorse educative aperte, gratuite e di qualità, contrapposte con la rigidità dei sistemi educativi istituzionali. I due mondi, apparentemente, non comunicano tra loro.
Per questo probabilmente, il corso AI “fa notizia”: un’istituzione (addirittura privata) fa un passo deciso verso il mondo caotico e de-strutturato dell’open online learning.
In realtà, nell’operazione Stanford AI si ravvisano alcuni importanti aspetti innovativi ma anche qualche ombra del passato. Ad esempio, per la prima volta si nota un’attenzione speciale per i partecipanti non madrelingua inglese, visto che le lezioni saranno probabilmente sottotitolate; la valutazione dei singoli partecipanti, anche se realizzata con sistemi automatici (secondo il sito del corso), costituisce un’altra importante novità. Il modello “tradizionale” dei corsi Open nei quali il docente era impegnato in prima persona, infatti, risulta incompatibile con i grandi numeri. E’ decisamente impensabile che si possano valutare manualmente decine di migliaia di prove di valutazione! Infine, la certificazione finale fornita agli studenti da parte dei docenti non sembra più destare “scandalo” tra gli ambienti accademici. Anche se non sarà un vero diploma di Stanford, sarà interessante vedere se tra i partecipanti vi sarà qualcuno che riuscirà ad ottenere un riconoscimento di un simile attestato, magari anche solo per un avanzamento di carriera o per ottenere un nuovo posto di lavoro, o anche come credito accademico formale.
Si può però anche osservare come il corso AI in realtà proponga un modello pedagogico assolutamente tradizionale, nel quale gli elementi fondamentali sono la trasmissione di contenuti dal docente ai discenti, seguita dalla valutazione degli apprendimenti mediante quiz. Da questo punto di vista i precedenti MOOC erano decisamente più innovativi: in essi infatti i contenuti erano fortemente ridotti e si limitavano a fungere da anticipatori e da innesco per discussioni e riflessioni dei partecipanti, i quali erano poi invitati a condividere e a commentare attraverso blog, wiki, social network e altri ambienti di rete. Soprattutto i  corsi proposti da Siemens e Downes, sono stati fortemente influenzati dal connettivismo, la teoria/corrente di pensiero proposta da George Siemens come nuovo modello per l’apprendimento nell’era digitale, la quale è naturalmente ancora oggetto di ampio dibattito internazionale.
Ma  forse Stanford sta solo “affilando le armi” in vista di un possibile scenario futuro nel quale le istituzioni accademiche potrebbero essere costrette a modificare il loro ruolo. Alcuni esempi sono già significativi: la University of the People (http://www.uopeople.org/) è un’università privata che offre corsi totalmente gratuiti a livello mondiale, e sta per diventare un’istituzione accreditata negli Stati Uniti; nello stato dello Utah è già funzionante la Open High School of Utah, una scuola superiore totalmente online, a frequenza  gratuita, con materiali di studio interamente basati su OER (http://www.openhighschool.org/).

Come è ormai “tradizione”, chiudiamo la rubrica cercando di coinvolgere i lettori di Bricks con qualche domanda. Pensate che il modello dei corsi online aperti possa avere un ruolo rilevante? Questo tipo di corsi è adatto a tutti? Quali sono le principali barriere per l’accesso? Per le istituzioni accademiche rappresentano più rischi o opportunità ? E le risorse tipo Khan Academy? Potrebbero essere una soluzione sostenibile per il recupero e l’approfondimento, a tutti i livelli scolastici? La scuola è pronta a confrontarsi con questo ribollente mondo del DIY? In Italia vedete segnali di interesse verso la “descolarizzazione”?
Il dibattito prosegue qui sul sito della rivista o, se preferite, nella bacheca del gruppo Bricks su Facebook .

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Nativi digitali. Un aggiornamento sulla discussione in rete

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Nativi digitali. Un aggiornamento sulla discussione in rete

Posted on 25 giugno 2011 by Redazione Bricks

di Antonio Fini
antonio.fni@gmail.com, www.fninformatica.it



Una nuova specie si aggira per le nostre aule e le nostre case?

La parafrasi un po’ irriverente di un ben più famoso incipit potrebbe ben sintetizzare il tema di questo contributo. Ci proponiamo infatti di stimolare la discussione, chiedendoci se i nostri alunni più giovani (sullo spartiacque anagrafico torneremo più avanti) siano davvero le avanguardie di una mutazione antropologica destinata ad avere un enorme impatto sul modo di vivere non solo la scuola, ma anche i comuni rapporti familiari e sociali.

Certo, il termine mutazione antropologica può sembrare forte ma sono queste le parole con le quali molti autori hanno presentato la questione del rapporto tra generazioni e tecnologie digitali negli ultimi anni.

Un capitolo del recente volume “Nativi Digitali” (http://www.natividigitali.info/), di Paolo Ferri (professore dell’Università di Milano-Bicocca) si intitola proprio “Una razza in via di apparizione” per dare conto delle profonde differenze tra i ragazzi e, in generale, il mondo degli adulti. Ferri pone il “confine generazionale” tra il 1996 e il 2000, con diverse sfumature e identificatori: nativi digitali puri, millennials, nativi digitali spuri. In questo post apparso su Education 2.0: http://www.educationduepuntozero.it/tecnologie-e-ambienti-di-apprendimento/nativi-digitali-puri-nativi-digitali-spuri-404174180.shtml l’autore chiarisce le differenze tra i diversi profili.

Ma in cosa consistono queste differenze, talmente ampie da assumere carattere di rilevanza antropologica?

Per capirlo dobbiamo ricorrere ad una breve citazione di colui che è accreditato come l’ideatore della formula “nativi digitali”, ovvero lo scrittore americano Marc Prensky.

Riportiamo di seguito alcune frasi tratte dall’articolo del 2001, pubblicato sulla rivista On the Horizon (http://www.marcprensky.com/writing/prensky%20-%20digital%20natives,%20digital%20immigrants%20-%20part1.pdf), nel quale Prensky scriveva (trad. nostra):

“I nostri studenti sono cambiati radicalmente. Gli studenti di oggi non sono più quelli per cui il nostro

sistema educativo è stato progettato.”

“Essi sono la prima generazione cresciuta con le nuove tecnologie. Hanno passato la loro intera vita usando ed essendo immersi in computer, videogame, riproduttori .“

“Come dovremmo chiamare questi ‘nuovi’ studenti di oggi? “

“l’appellativo più utile che ho trovato è Nativi Digitali. I nostri studenti oggi sono tutti ‘parlanti nativi’ del linguaggio digitale dei computer, dei videogame e di internet.”

“I cervelli dei nativi digitali sono probabilmente fisicamente differenti, effetto dell’input digitale che

hanno ricevuto crescendo.”

“Quelli tra noi che non sono nati nel mondo digitale ma che ne sono rimasti affascinati ad un certo punto della loro vita e hanno adottato molti aspetti delle nuove tecnologie, sono considerabili come Immigrati Digitali”.

Va anche sottolineato come il panorama delle etichette generazionali non si esaurisce con Prensky: già nel 1998 Donald Tapscott  aveva proposto il termine net generation o Net Gen; Levin e Arafeh nel 2002 parlano di studenti “internet  savvy” (http://www.pewinternet.org/Reports/2002/The-Digital-Disconnect-The-widening-gap-between-Internetsavvy-students-and-their-schools.aspx);  Wim Veen e Ben Vrakking (professori dell’Università di Delft, Olanda) nel 2004 lanciano il termine “homo-zappiens” per sottolineare una delle caratteristiche delle nuove generazioni, sulle quali torneremo in seguito (il volume “Homo zappiens – crescere nell’era digitale” è ora disponibile anche in italiano, edito nel 2010 da Idea, Roma);  Pedrò nel 2007 è l’ideatore del suggestivo termine “New Millennium Learner”, nel quale è chiaramente evidenziata la questione relativa all’apprendimento e che  è stato utilizzato anche per un importante convegno, tenutosi a Firenze nel 2007, a cura di Indire e OECD, con la partecipazione di molti dei protagonisti più importanti del dibattito sull’argomento (i materiali sono ancora disponibili online: http://www.indire.it/convegno/nml/_file/materiali.html).

Come si vede, quella che viene delineata da Prensky e dagli altri autori è una frattura generazionale che sembra dividere in modo irrevocabile e irrecuperabile il mondo degli adulti, i quali sono certamente, tutti senza esclusione, immigrati digitali e quello dei giovani, al contrario tutti nativi e portatori di caratteristiche peculiari, soprattutto per quanto riguarda le abitudini comunicative e le modalità cognitive, oltre che, naturalmente, relativamente all’uso dei media. Si sottolineano quindi alcune specifiche abilità che caratterizzano la nuova generazione digitale, come l’abitudine al multitasking (ad es. l’uso contemporaneo di computer, dispositivi portatili, televisione), alla preferenza per le immagini rispetto al testo, la non-linearità del ragionamento che dà ragione della difficoltà a seguire contenuti non ipertestuali, alla pervasività del gioco, oltre naturalmente alle attitudini tecnologiche spicciole (quella facilità di smanettamento, ben nota a molti attoniti adulti).

Quali conseguenze avrebbe questa frattura?

Una delle più rilevanti  sembra proprio riguardare il sistema educativo, in virtù di due situazioni apparentemente incompatibili tra loro, sintetizzabili così: il sistema scolastico è attualmente gestito da immigrati digitali i quali si trovano nella posizione di dover svolgere il mestiere di insegnante nei confronti di una “nuova razza” di studenti, verso la quale i docenti non sono in sostanza attrezzati culturalmente.

Con le parole di Prensky: “I nostri insegnanti immigrati parlano una lingua obsoleta (quella dell’era pre-digitale), e cercano con fatica di insegnare ad una popolazione che parla una lingua totalmente nuova”.

Ce n’è abbastanza per spaventare a morte la maggior parte degli educatori (approfondiremo in seguito questo punto) ma, a ben vedere, anche dei genitori, a loro volta immigrati digitali che si ritrovano in casa una progenie mutante!
Naturalmente, posizioni così nette non potevano rimanere senza un contraddittorio altrettanto forte. Molti ricercatori e studiosi hanno posto infatti diverse obiezioni al discorso sui nativi digitali. Si sono in qualche modo creati due schieramenti contrapposti, i cui protagonisti stanno tuttora dialogando in modo anche aspro.

Le principali critiche riguardano forse la mancanza di evidenze scientifiche suffragate da ricerche e indagini su larga scala che dimostrino l’effettiva esistenza della frattura generazionale. Uno dei principali sostenitori di questa tesi è Mark Bullen, professore del British Columbia Institute of Technology (Canada), il quale si autodefinisce come “Net Gen scettico”. Bullen ha creato un sito web dedicato alla sua ricerca sperimentale sul tema dei nativi digitali http://www.netgenskeptic.com/. Le conclusioni della ricerca (pubblicata nel gennaio 2011 e disponibile online – http://www.cjlt.ca/index.php/cjlt/article/view/550/298 – sono le seguenti:  “while our study found that the use of some ICTs was ubiquitous (e.g., mobile phones, email, and

instant messaging) we did not find any evidence to support claims that digital literacy, connectedness, a need for immediacy, and a preference for experiential learning were characteristics of a particular generation of learners”.

Alcune criticità più sottili erano già state però evidenziate, in un articolo pubblicato nel 2008 sul British Journal of Educational Technology, da Bennett, Maton e Kervin (“The ‘digital natives’ debate: A critical review of the evidence”) nel quale si sostengono in sintesi tre principali tesi:

1)      Nonostante si dia per scontato che i ragazzi vivano immersi nelle tecnologie, il reale utilizzo di queste ultime è ancora piuttosto superficiale e si limita per lo più a giochi, messaging, navigazione web.

2)      Le differenze di competenze tecnologiche esistenti all’interno della generazione dei più giovani sembrano essere più o meno le stesse esistenti tra i giovani e  le persone adulte (con l’eccezione della fascia di popolazione più anziana).  In sostanza non sembrerebbe possibile identificare una tipologia di utenza su base puramente anagrafica, il che legittimerebbe il discrimine generazionale, poiché l’uso delle tecnologie non varia principalmente in rapporto all’età. Altri elementi che incidono sui livelli di accesso, uso e competenze sono infatti il background sociale ed economico, fattori culturali e di contesto, in una parola il capitale sociale delle persone.

3)      Il moral panic. Riprendendo un concetto proposto nel 1972 da Stanley Cohen (http://en.wikipedia.org/wiki/Moral_panic), si sottolinea come la questione dei nativi digitali sia troppo enfatizzata, con toni spesso drammatici soprattutto relativi all’inadeguatezza dei sistemi educativi ed in particolare degli insegnanti (immigrati digitali) di fronte alla generazione dei nativi.  Da parte di alcuni viene sottolineato in modo particolare questo pericolo, ovvero che la metafora dei nativi digitali diventi uno slogan (Gianni Marconato, esperto di tecnologie e blogger, ha usato il termine “stereotipo dannoso” in un post molto critico: http://www.giannimarconato.it/2011/03/nativo-digitale-uno-stereotipo-dannoso/; Marco Guastavigna, insegnante ed esperto di tecnologie educative, ha invece parlato di digital naif: http://www.pavonerisorse.it/pstd/dnaif.htm)  che arrivi ad indurre in qualche modo gli insegnanti a rinunciare parzialmente al proprio ruolo educativo rispetto al tema delle tecnologie, in virtù della convinzione che i ragazzi siano già competenti. Tale possibilità sarebbe rafforzata dalla propria presunta inadeguatezza, in quanto immigrati digitali.

Sul piano più strettamente teorico, autori come Buckingham e Selwyn (professori dell’Institute of Education di Londra) evidenziano come le posizioni di autori alla Prensky sottintendano implicitamente una visione deterministica della tecnologia che attribuisce alle tecnologia stessa un potere mutante rispetto alla società: la tecnologia trasforma i nostri figli, la tecnologia trasforma  le abitudini culturali, la tecnologia trasforma le infrastrutture sociali. Ma siamo certi che sia davvero così?

Selwyn in un articolo disponibile online (http://www.mendeley.com/research/the-digital-native-myth-and-reality)  dimostra i limiti di queste forme di determinismo tecnologico duro e rivendica un ruolo più che mai attivo delle istituzioni educative nel campo delle tecnologie ed in particolare dei media.

Qui entra in gioco la Media Education, come giustamente sottolinea Pier Cesare Rivoltella (professore dell’Università Cattolica di Milano) in un post (http://piercesare.blogspot.com/2010/10/da-marc-prensky-marc-prensky.html) nel quale ricorda anche come lo stesso Prensky abbia più recentemente modificato la sua impostazione originale, preferendo rinunciare a classificazioni generazionali basate sull’età in favore di altre centrate sui livelli di competenza. In questo articolo del 2009 Prensky sostiene che “la distinzione tra nativi e immigranti digitali sta diventando meno significativa” e  vara nuove categorie indipendenti dall’età anagrafica  http://www.uh.cu/static/documents/TD/H.%20Sapiens%20Digital.pdf). Nel post di Rivoltella è presente anche un accenno al concetto di competenza digitale. In realtà è probabilmente questo il punto più rilevante del discorso: al di là delle appartenenze generazionali quello che appare importante oggi è che i cittadini di qualsiasi età riescano ad appropriarsi dei linguaggi dei media digitali. I giovani sembrano già essere padroni delle pratiche relative all’uso di questi media ma non è sicuro che tali pratiche siano anche supportate da reali competenze. In effetti la competenza digitale è stata inserita dall’UE tra le otto competenze chiave per il lifelong learning, a testimonianza della convinzione che le istituzioni educative debbano avere ancora un ruolo significativo, anche in questo settore. Per un approfondimento sulla competenza digitala si può consultare il sito Digital Competence Assessment , relativo ad un progetto di ricerca nazionale guidato dall’Università di Firenze (www.digitalcompetence.org).

Va tuttavia riconosciuto che uno dei punti di forza del discorso sui nativi digitali è proprio relativo al cambiamento necessario nei sistemi e nei processi educativi. Partendo dalla constatazione che siamo di fronte ad una “nuova specie” di studenti, come può la scuola rimanere immobile e continuare ad offrire percorsi e modalità operative sostanzialmente immutate da centinaia di anni?

Ed ecco quindi che si propongono nuovi scenari per l’organizzazione scolastica che tengano conto di questi nuovi abitanti digitali. Ad esempio, nel volume citato di Veen e Vrakking si trovano articolate proposte a partire dai programmi  di studio, fino all’organizzazione logistica, con alcuni esempi di pratiche già in atto; Ferri dal canto suo si sofferma anche sui genitori oltre che sugli insegnanti “immigranti” mentre non è raro trovare riferimenti ai nativi digitali nei progetti relativi all’introduzione di tecnologie nella scuola, come nel caso della Lavagna Interattiva Multimediale.

L’argomento dell’innovazione è stato utilizzato talvolta anche per contrastare la critica che stigmatizza l’uso dello stereotipo generazionale, sostenendo che tale critica è in realtà rivolta a conservare lo status-quo all’interno delle istituzioni scolastiche. In pratica, il dibattito si va trasformando sostanzialmente in un confronto tra sostenitori e avversari dell’innovazione. Un  esempio è questo post (http://etcjournal.com/2011/03/10/7478/ ) nel quale Jim Shimabukuro (professore dell’Università delle Hawaii, USA) critica aspramente il lavoro di Mark Bullen sostenendo tra l’altro che “(Bullen) ha investito molto del suo tempo e delle risorse del college per sviluppare e mantenere le pratiche attuali”. I toni di questo attacco danno anche la misura dell’asprezza con la quale si è sviluppato il dibattito su questo argomento!

Al di là degli schieramenti a favore o contro l’innovazione, c’è chi evidenzia invece come le tesi sulla necessità di una radicale trasformazione in senso tecnologico della scuola siano attraversate da una retorica tecno-centrica che risale quanto meno ai primi anni Venti. Come ricorda Maria Ranieri (docente dell’Università di Firenze), in un saggio dal titolo emblematico La scuola digitale tra mito e realtà (http://issuu.com/mariaranieri/docs/immigratidigitali_ranieri), il noto imprenditore e inventore statunitense Thomas Edison preconizzava nel 1922 una svolta delle istituzioni educative sotto la spinta delle tecnologie e asseriva: “Credo che l’immagine in movimento sia destinata a rivoluzionare il nostro sistema educativo e che in pochi anni sostituirà ampiamente, se non interamente, l’uso dei libri. […] L’educazione del futuro si baserà sull’uso del medium dell’immagine in movimento, un’educazione visualizzata, in cui sarà possibile ottenere il 100% dell’efficienza”.

Niente è cambiato, dunque? Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un’idea di tecnologia che agisce come forza autonoma della natura in grado di modificare da sola assetti sociali, caratteri antropologici, pratiche e stili cognitivi? Oppure occorre una maggiore cautela sull’impatto della tecnologia e una migliore conoscenza delle pratiche di appropriazione tecnologica delle nuove e, perché no, vecchie generazioni?

La parola passa ora voi, cari lettori di Bricks.

Qual è la vostra opinione? Vedete segni evidenti di mutazione nei vostri studenti e/o nei vostri figli? La metafora dei nativi digitali vi sembra utile, per comprendere le dinamiche socio-tecniche che si verificano tra i ragazzi e i giovani? E voi, come docenti, vi sentite immigrati digitali o cittadini a pieno titolo delle “libere repubbliche del web”? Cosa pensate del ruolo della scuola, rispetto a queste mutazioni? Deve cambiare radicalmente per poter dialogare con la Net Gen? Deve assecondare le pratiche digitali o, al contrario, costituire un baluardo della “cultura del libro”?

Attendiamo i vostri contributi qui sul sito della rivista o, se preferite, nella bacheca del gruppo Bricks in Facebook (https://www.facebook.com/home.php?sk=group_160204454034987&ap=1).

Nota.

Ulteriori risorse sul tema dei nativi digitali si possono trovare in rete:

  • http://digitallearners.wordpress.com/tools-resources/ è una raccolta di link relativi al dibattito internazionale, raccolti da Mark Bullen all’interno del suo progetto Net Gen Skeptic
  • http://www.diigo.com/user/antonf/netgen è l’indirizzo dei bookmark condivisi dell’autore su Diigo, con il tag netgen, appositamente utilizzato per catalogare risorse su questo tema e costantemente aggiornati. Vi si trovano anche molti riferimenti relativi al dibattito italiano.

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Dieci anni di Wikipedia. Dal punto di vista della scuola: una sfida o un’opportunità?

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Dieci anni di Wikipedia. Dal punto di vista della scuola: una sfida o un’opportunità?

Posted on 01 marzo 2011 by Redazione Bricks

 

di Antonio Fini


 PDF

 

Lo scorso 15 gennaio, Wikipedia ha compiuto dieci anni. La versione inglese dell’enciclopedia online ha infatti inaugurato le proprie pagine nell’ormai remoto gennaio 2001. Dieci anni, si sa, nel settore informatico sono l’equivalente di un’era geologica. Proviamo a pensare a quali fossero le nostre “dotazioni tecnologiche”, in quell’anno! Probabilmente, la maggioranza di noi aveva un PC con Windows 98 e si collegava ad Internet via modem analogico a 56K!
Eppure Wikipedia è oggi più che mai online, sempre fresca di nuovi contributi (un totale di quasi 17 milioni, dei quali 3,5 milioni in inglese e 740.000 in italiano – dati di settembre 2010, fonte: statistiche ufficiali di Wikipedia ), utenti che contribuiscono (oltre 1.2 milioni hanno eseguito più di 10 modifiche), sempre più ampia come dimensioni (52Gbyte ad ottobre 2009), sempre più visitata (da anni costantemente tra i primi dieci siti più visitati, secondo Alexa.com). In occasione del decennale, è stato lanciato il sito “Dieci anni di sapere” (www.dieciannidisapere.it) che raccoglie testimonianze e contributi di utenti dell’enciclopedia, oltre a fornire utili informazioni sulla storia del progetto.
 
Progetto che nel frattempo si è anche evoluto dal punto di vista organizzativo, dal momento che la Fondazione Wikimedia (www.wikimedia.org), nata nel 2004 proprio per gestire Wikipedia, offre oggi una serie di servizi di condivisione di contenuti aperti, tutti caratterizzati dal prefisso “Wiki” (ad es. Wikibooks, dedicata ai libri di testo, o Wikimedia Commons, un repertorio di milioni di file multimediali).
Oltre alla popolarità, negli anni, Wikipedia ha anche acquisito una crescente autorevolezza, fino ad ottenere qualche timido riconoscimento ufficiale da parte degli ambienti accademici, inizialmente molto scettici, ai limiti dell’ostilità (e forse anche oltre).
Nel 2005, il confronto tra Wikipedia e la blasonata Enciclopedia Britannica, effettuato con uno studio scientifico dalla rivista Nature (http://www.nature.com/nature/journal/v438/n7070/full/438900a.html), dimostrò che l’enciclopedia online poteva tranquillamente competere con uno degli emblemi del sapere accademico, sul piano dell’accuratezza: il numero di errori reperito in alcune voci “chiave” non era molto diverso da quello delle stesse voci sulla Britannica, almeno nei settori scientifico e tecnologico. I successivi tentativi della Britannica di invalidare le conclusioni di Nature (http://corporate.britannica.com/britannica_nature_response.pdf) non hanno fatto che rafforzare la convinzione che effettivamente Wikipedia fosse giunta ad un livello di qualità decisamente elevato. Lo studio mostrava tuttavia come all’interno di Wikipedia trovassero spazio anche teorie “alternative”, soprattutto su temi di attualità particolarmente controversi  (ad esempio il riscaldamento globale). Naturalmente questa “apertura” verso tesi in qualche caso insolite e discutibili può essere interpretata in diversi modi e valutata in positivo (si presentano diverse opinioni, non esiste un “pensiero dominante”) o in negativo (si propugnano tesi di nicchia, non dimostrate scientificamente, ai limiti della fantasia). Torneremo su questo punto verso la conclusione dell’articolo.
 
Ma in ogni caso, riflettendo meglio, come potrebbe essere altrimenti? Wikipedia, è bene ricordarlo, non è un prodotto editoriale rigidamente controllato da un board scientifico, la sua autorevolezza non discende da lunga tradizione di editoria enciclopedica. Gli autori di Wikipedia sono in gran parte persone comuni, appassionati che dedicano parte del loro tempo libero a inserire, modificare, aggiornare, controllare le voci dell’enciclopedia online. Certo, in buona misura si tratta anche di esperti nei loro rispettivi settori, ma non va sottovalutato l’apporto di una moltitudine di utenti occasionali i quali, magari notando una imperfezione durante la consultazione, decidono di cliccare sul fatidico link “Modifica”.
Quando, nel 2005, Tim O’Reilly inventò il fortunato termine-slogan “Web 2.0” nel suo famosissimo articolo “What is Web 2.0 – Design Patterns and Business Models for the Next Generation of Software” (http://oreilly.com/web2/archive/what-is-web-20.html)  incluse Wikipedia tra le applicazioni e i servizi paradigmatici del “nuovo corso” del web, nel quale gli utenti diventavano parte attiva nella produzione di contenuti e non più solo passivi fruitori.
 
E’ il mito della “saggezza della folla”, proposto da James Suroviecki nel libro “The Wisdom of Crowds” (2004), secondo il quale la nostra società, con il supporto delle tecnologie, sta superando il concetto secondo il quale solo pochi esperti sono in possesso di conoscenze chiave affidabili, mentre, al contrario, l’opera sinergica di gruppi e reti di persone comuni (la “folla”) può portare a risultati cognitivi di uguale o superiore livello di affidabilità.
Il Web 2.0 ha proposto poi ulteriori esempi di questo modello di generazione di conoscenza di tipo bottom-up, dal basso verso l’alto, contrapposto al tradizionale modello top-down: ad esempio le folksonomie realizzate con i tag (il sito di condivisione di bookmark delicious – www.delicious.com è un ottimo esempio di questo fenomeno), contrapposte alle classificazioni gerarchiche predefinite.
Prima ancora, il fenomeno del software libero e Open Source aveva dimostrato come fosse possibile produrre programmi di ottima qualità (e a basso prezzo, dal momento che la licenza d’uso è solitamente gratuita) senza avere alle spalle software house commerciali o grandi organizzazioni. Tutto grazie all’opera di un numero più o meno elevato di singoli programmatori che cooperano sui diversi progetti. Linux e il web server Apache, ma anche la piattaforma e-learning Moodle, sono esempi che giornalmente ci ricordano che sì, può funzionare!
 
Siamo dunque ad un esempio reale e vivente di quella “intelligenza collettiva” prefigurata già nel 1996 dal filosofo francese Pierre Lévy (“L’intelligenza collettiva – Per un’antropologia del cyberspazio, Feltrinelli, Milano, 1996), riproposta successivamente con l’aggettivo “connettiva” (ad evidenziare gli aspetti tecnologici offerti dal web) da Derrick De Kerchove (http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/d/dekerc04.htm), continuatore del famoso Programma McLuhan?
Certo, osservare lo sviluppo di un grande progetto come Wikipedia nell’arco di dieci anni è un impressionante esempio di come, se vogliono, gli umani possano effettivamente collaborare in modo efficace!
Non tutti però concordano su questa visione, considerata troppo ottimistica e permeata di idealismo. Al punto che qualcuno si domanda se in realtà il meme “saggezza della folla” non vada declinato in modo diametralmente opposto: Nicholas Carr, ad esempio, dapprima con un articolo del 2008 (http://www.theatlantic.com/magazine/archive/2008/07/is-google-making-us-stupid/6868/) e poi con un più recente libro (http://www.theshallowsbook.com/nicholascarr/Nicholas_Carrs_The_Shallows.html) sostiene che, al contrario, la modalità di interazione con il web induce un drastico calo dell’attenzione e in definitiva, non possa contribuire in modo positivo all’intelligenza umana. Prima ancora, Andrew Keen con il libro “The cult of amateur: How Today’s Internet Is Killing Our Culture” (2007, dal 2009 edito in italiano da De Agostini con il titolo “Dilettanti.com” http://shop.deagostini.it/store/catalogo.do?pid=1090)   aveva dato il via ad una forte polemica nei confronti dell’ottimismo spesso troppo acritico nei riguardi delle potenzialità positive della rete. In Italia, una critica più costruttiva ed equilibrata al modello del Web 2.0 è venuta da Fabio Metitieri il quale nel suo libro “Il grande inganno del Web 2.0” (edito da Laterza nel 2009) metteva in evidenza le criticità insite nella costruzione di senso a partire dal mare magnum di contributi informativi disponibili sul web.
 
Tuttavia, riflettendoci meglio, questo dibattito sembra un po’ la riedizione della vecchia disputa tra “apocalittici e integrati”, della quale Umberto Eco parlava già nel lontanissimo 1964, a proposito dei mass-media!
Tornando allo specifico di Wikipedia, come incidono queste riflessioni sulla vita dell’enciclopedia online? La Come si rapportano scuola e università a Wikipedia? Ma, soprattutto, come funziona  realmente Wikipedia? Davvero chiunque può modificare qualunque voce, anonimamente, anche in modo distruttivo, con contenuti volutamente inaccurati, falsi e tendenziosi? Quali meccanismi di protezione possiede l’enciclopedia, rispetto a questi fenomeni di vandalismo?
 
Di sicuro, possiamo dire con certezza che moltissimi studenti la usano per le ricerche, sia che l’utilizzo sia stato loro consigliato (o quanto meno consentito) dai loro insegnanti, ma anche nel caso contrario! E’ vero che per la maggioranza degli utenti la “porta d’accesso” primaria al web è Google, ma va considerato che in molti casi (e le ricerche scolastiche solitamente vi rientrano) le voci di Wikipedia appaiono tra i primissimi risultati della ricerca, pertanto è altamente probabile che lo studente a caccia di “informazioni rapide” sulla rete finisca per atterrare su un articolo di Wikipedia.
A proposito dell’uso scolastico e accademico di Wikipedia, negli anni è fiorita una vasta aneddotica nella quale da un lato si riportano proibizioni e divieti tassativi (ad esempio: http://www.theargus.co.uk/news/1961862.lecturer_bans_students_from_using_google_and_wikipedia/) e, all’altro estremo, adozioni entusiastiche ma anche spesso prive di una reale riflessione pedagogica (http://punto-informatico.it/2299776/PI/Brevi/wikipedia-un-testo-studiare.aspx).
In effetti, va anche considerata un’altra “mitologia” di questi ultimi anni, relativa ai “nativi digitali” ed alle loro presunte capacità tecnologiche innate, le quali implicherebbero attitudini cognitive del tutto nuove, che ottimamente si sposerebbero con i contenuti disponibili online (Wikipedia inclusa) e molto meno con i tradizionali libri e lezioni scolastiche.  Questa definizione è tuttavia assai controversa. Per approfondimenti si rimanda alla voce inglese di Wikipedia http://en.wikipedia.org/wiki/Digital_native, con l’invito a confrontarla con la corrispondente versione italiana…
 
La realtà, anche in questo caso, è un po’ diversa dal mito: la cosiddetta information literacy, ovvero le competenze legate alla ricerca, al trattamento ed alla valutazione critica delle informazioni in rete appare invece non così diffusa neanche tra le generazioni più giovani. I ragazzi sono sicuramente abili tecnicamente, ma hanno anche grosse difficoltà quando si tratta di selezionare informazione affidabile dalla rete o quando si trovano alle prese con i problemi legati al riuso di tali informazioni.
In effetti, una delle maggiori preoccupazioni degli insegnanti, rispetto all’uso indiscriminato di Wikipedia, è legata alle modalità di fruizione e utilizzo di quanto reperito. Se molti ormai sono disposti ad accordare complessivamente all’enciclopedia online un buon livello qualitativo, il plagio o, ancora meglio, il copia-incolla “selvaggio” effettuato da molti studenti (ma non solo, sul web abbondano esempi di plagio da parte di professionisti!) non può certamente trovare approvazione accademica!  
Si tratta peraltro di un problema educativo, non certo di una pecca di Wikipedia e delle altre fonti web.! Il ruolo della scuola per la diffusione della competenza digitale (inclusa dall’UE tra le otto competenze chiave per il lifelong learning – sull’argomento si può vedere il volume “La Competenza Digitale nella scuola” di Calvani, Fini e Ranieri, edito nel 2010 da Erickson http://www.erickson.it/erickson/product.do?id=2284)  non è infatti ancora ben delineato, tuttavia appare evidente che gli studenti hanno bisogno di guida, nel momento in cui si trovano di fronte a fonti informative tanto facili da reperire quanto difficili da analizzare criticamente, confrontare, interpretare, contestualizzare e utilizzare in modo corretto.
 
Assegnare un compito del tipo “Fate una ricerca in internet sull’imperatore Nerone”, senza fornire agli studenti ulteriori indicazioni, linee guida, strutture di supporto, equivale a indurre qualsiasi ragazzino ad accedere in modo distratto a Wikipedia, da dove finirà probabilmente per copiare/incollare in modo più o meno preciso informazioni che avranno sicuramente scarso impatto formativo, né sul lato dei contenuti (chi presta attenzione a un blocco di testo da copiare e incollare) né tantomeno sulle abilità di ricerca e gestione delle informazioni (“vado subito a cercare su Wikipedia, lì c’è tutto”). Si potrà osservare come un atteggiamento non tanto diverso fosse già presente ai tempi delle enciclopedie cartacee, dalle quali, tuttavia, non era così facile riversare le informazioni. Questa difficoltà tecnica, a ben vedere, ci costringeva in ogni caso ad una rielaborazione personale di quanto avevamo reperito.
E’ pertanto il mix di abbondanza e facilità d’accesso alle informazioni e scarse competenze nella loro gestione, unitamente ad una frequente incapacità della scuola di recuperare e valorizzare le novità tecnologiche, a dar luogo a quel sentimento ambivalente, tra apprezzamento e diffidenza, di molti insegnanti nei confronti di Wikipedia e del web in generale come fonte informativa.
Per quanto riguarda lo sviluppo delle capacità di selezione critica delle informazioni in rete, ad esempio, una utile strategia didattica è il WebQuest, con il quale si propone agli alunni una sorta di percorso guidato attraverso le risorse informative della rete, sempre con uno sguardo attento alla valutazione di tali risorse. Un esempio, relativo proprio alla sollecitazione del pensiero critico negli adolescenti, è proposto da Marco Guastavigna e Maria Ranieri: http://www.noiosito.it/med/wqita/.
 
Ma non c’è soltanto la capacità di eseguire buone ricerche, che pure costituisce l’elemento base dell’information literacy.
Ad esempio, esiste anche un altro modo di usare Wikipedia. Spesso ci si dimentica infatti che l’enciclopedia online è aperta a contributi da parte di chiunque. Perché non approfittare di questa possibilità per spingere gli studenti a diventare utenti attivi? I wikipediani, come sono chiamati gli utenti registrati che, non più in maniera anonima, modificano e integrano le voci online. Far comprendere come porre informazioni online sia un compito anche di grande responsabilità, far capire che ottenere un’informazione affidabile, accurata, completa, anche su argomenti ben conosciuti, non è così semplice come sembra: sono obiettivi di grande valenza cognitiva che il ruolo di “utente attivo su Wikipedia” può stimolare ad apprendere in modo significativo.
Si potrà così dimostrare che, davvero, qualunque persona, sia in forma anonima che come utente registrato, può modificare qualsiasi pagina dell’enciclopedia.
 
Certo, sarà una curiosità di molti comprendere come Wikipedia possa difendersi dal vandalismo. Protetti dall’anonimato, anche solo per gioco (ma su taluni temi è chiaro che le motivazioni possono essere ben diverse…), è facile pensare che l’enciclopedia online possa essere (troppo?) facilmente oggetto di attacchi mirati a minarne l’integrità (ad esempio inserendo dati completamente inventati e falsi).
Intanto, la definizione stessa del termine “vandalismo” occupa una lunga pagina dell’enciclopedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Gestione_del_vandalismo) dalla quale si può capire in che misura, in effetti, si presuma la buona fede degli utenti senza tuttavia tralasciare sistemi di sicurezza, ancora una volta, basati sulla disponibilità e saggezza dei “molti”. Certo, esistono anche molti utenti particolarmente affezionati ed affidabili, gli amministratori (dall’apposita pagina, relativa alla versione italiana, si potrà notare come siano molto meno di quanto si potrebbe immaginare: http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Amministratori), che a loro volta sono eletti all’interno della comunità dei wikipediani  e ai quali sono affidati compiti di particolare delicatezza, come il blocco delle modifiche da parte di utenti non registrati per alcune pagine. Tuttavia, il grosso dei controlli ricade ancora una volta su una moltitudine di utenti che tiene d’occhio la lista delle ultime modifiche effettuate (http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Come_individuare_un_vandalismo), pronti ad intervenire per ripristinare la situazione.
 
Abbiamo accennato in precedenza al fatto che la presenza di argomenti a favore di tesi controverse su Wikipedia è considerato da alcuni come un difetto mentre altri sostengono che sia un importante segno di libertà e di apertura, dal momento che offre la possibilità di esporre opinioni diverse su talune tematiche cruciali.
Questo punto, tuttavia, è ben conosciuto dai wikipediani ed è anche codificato come una delle principali regole che informano (o dovrebbero informare..) la stesura degli articoli: si tratta del cosiddetto “punto di vista neutrale”  o PVN (http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Punto_di_vista_neutrale). Esso fa parte dei “cinque pilastri di Wikipedia” ovvero dei principi fondamentali che governano l’intera enciclopedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Cinque_pilastri). In sostanza, i contenuti di Wikipedia devono essere presentati in modo imparziale. Nei casi in cui vi siano diverse teorie o punti di vista rispetto al tema trattato, questi devono essere tutti presentati in modo chiaro e documentato (è costantemente richiesto di fornire fonti attendibile per molte delle affermazioni presenti negli articoli) per consentire al lettore di farsi un’idea dell’eventuale dibattito . Wikipedia, insomma, rifugge sia dal “pensiero unico” che dalla impossibile pretesa di sintetizzare le diverse posizioni.  E’ facilmente intuibile come il mantenimento di tale equilibrio sia un compito davvero arduo: si pensi ad articoli su temi politici o anche scientifici ma soggetti ad un alto grado di conflittualità.
Tuttavia, nel’ottica della information literacy, anche questo potrebbe costituire un utile spunto di lavoro per il mondo della scuola: scoprire se un certo articolo rispetta davvero il PVN, se sono davvero citate le fonti necessarie a sostenere una determinata tesi sono esempi di compiti ad alto valore cognitivo, ben più significativi rispetto alla semplice ricerca.
Un’ulteriore occasione per abituare gli studenti alla dimensione multi-prospettica della conoscenza è offerta dalla pagine “Discussione” abbinata ad ogni voce di Wikipedia. Naturalmente non tutti gli articoli hanno una discussione abbinata, ma in alcuni casi essa è presente e riporta il flusso di interazioni tra gli utenti che hanno collaborato alla voce.
 
In fondo, nella information literacy è inclusa anche la capacità di confrontarsi con diversi punti di vista. E’ importante riuscire a sviluppare negli allievi una consapevolezza epistemologica avanzata, superando il livello basico della conoscenza “assoluta”, troppe volte facilmente veicolato da pratiche pedagogiche esclusivamente basate sulla trasmissione della conoscenza da parte di un’autorità riconosciuta.
Si può quindi concludere che Wikipedia possa essere vista dal mondo della scuola come una gamma di opportunità utili per lo sviluppo di diverse competenze negli allievi. Non va commesso l’errore di vederla semplicemente come “l’edizione online” di un’enciclopedia (per giunta redatta da non-professionisti!) e di utilizzarla di conseguenza in modo tradizionale.
Certo, il suo scopo primario rimane quello di fornire informazioni di tipo enciclopedico. Parafrasando l’incipit del primo “pilastro” di Wikipedia (“Wikipedia è un’enciclopedia” ) potremmo dire che Wikipedia è molto più di un’enciclopedia.  

 

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