L’animatore digitale “resiliente”

di Lucia Perretta1 e Patrizia Garista2

1 Docente di scuola Primaria, Animatore Digitale

2 PhD, Ricercatrice, INDIRE Nucleo territoriale Centro

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L’esperienza di un animatore digitale viene qui presentata e interpretata attraverso il prisma del costrutto “resilienza”. La resilienza è attualmente un termine molto diffuso per parlare di ambiente, salute, scuola, cittadinanza, cultura, sport e molto altro. Nel presente contributo si intende mettere a fuoco la resilienza in relazione al setting scuola ed in particolare rispetto alla sua, ancor poco esplorata, declinazione di “resilienza digitale”. In quale modo e con quali strategie l’animatore digitale può supportare lo sviluppo di resilienza nella scuola? Il percorso professionalizzante dell’animatore digitale è stato riletto a partire dalla ricostruzione della propria biografia professionale in un lavoro di tesi, dalle narrazioni digitali raccolte in questo primo anno di lavoro e dal confronto con la letteratura sul tema resilienza a scuola. Egli, infatti, risulta sia tutore della resilienza, in particolare quella digitale, sia professionista che si trova a dover trasformare sfide e difficoltà in risorse per l’innovazione nella scuola. In questa prospettiva l’animatore digitale diventa una figura chiave nell’educazione alla resilienza e, al tempo stesso, un professionista che richiama una riflessione sul proprio ruolo, sulla propria funzione e sui propri bisogni. Il compito affidato all’animatore digitale dal Piano Nazionale Scuola Digitale ha inizialmente incoraggiato l’attenzione su tutto ciò che nella scuola può riguardare il contesto tecnologico ed informatico, raccogliendo anche polemiche e dissensi. In realtà, il ruolo di questa nuova figura è strategico e funzionale ad una profonda innovazione del sistema scolastico, attesa e richiesta dalla comunità della conoscenza nell’era digitale, per cui giocano un ruolo fondamentale le sue competenze trasversali e, in ultima istanza, il lavoro relazionale a supporto della resilienza. Attraverso l’esperienza vissuta e narrata, si è costruita una “cassetta degli attrezzi”, al fine di comprendere come la resilienza digitale possa rappresentare un costrutto strategico per trasformare le criticità in apprendimento adatto alla crescita personale e professionale, e le difficoltà in pretesti funzionali ad una politica di miglioramento e di innovazione del contesto scolastico. La prospettiva biografica e riflessiva, infine, ribadisce un altro aspetto già sottolineato nella letteratura internazionale ovvero che l’educazione alla resilienza richiede sempre un passaggio di formazione su di sé: per educare alla resilienza digitale è necessario educarsi, valutando la propria resilienza e i modelli di mentoring esperiti nella propria formazione e attività professionale. Quest’ultimo punto tenterà di approfondire le strategie narrative e di pratica riflessiva che l’animatore digitale può adottare per trovare soluzioni sempre nuove e contingenti alle diverse sfide che la realtà scolastica presenterà nel corso dei prossimi anni.

Introduzione: un primo glossario dell’animatore digitale “resiliente”

Iniziare un’esperienza didattica con un nuovo ruolo, a partire da nuove direttive e in una scuola in trasformazione, può essere al tempo stesso un processo faticoso ed entusiasmante, di cambiamento, in cui si affrontano problemi e sfide e, pertanto, un processo che possiamo definire come vero e proprio apprendimento. Un’esperienza che permette di affrontare le difficoltà e di superarle, imparando qualcosa di nuovo, è contemporaneamente un’esperienza formativa e “resiliente”. In questa cornice collochiamo il racconto dell’attività di un animatore digitale “resiliente”, per la capacità di aver ipotizzato e realizzato un percorso di autoformazione sulla resilienza e per la capacità di aver riletto il lavoro dell’animatore digitale attraverso il prisma della resilienza. Tuttavia, a partire da usi e abusi di questo costrutto in ambito educativo, prima di avviare la narrazione della costruzione di una “cassetta degli attrezzi” per diventare animatori digitali “resilienti”, proponiamo un piccolo glossario guida, che spiega e connette i punti chiave di questa narrazione: resilienza, resilienza digitale, animazione digitale, narrazioni, riflessione e resilienza. L’insieme di queste parole ha portato alla costruzione di un toolkit per rileggere e riflettere sulla pratica di un animatore digitale.

Resilienza come ………

…capacità universale che porta un soggetto, un gruppo, una comunità a prevenire, minimizzare o superare gli effetti dannosi delle difficoltà. Il comportamento resiliente può essere una risposta alle avversità, formulandosi nel mantenimento di uno sviluppo normale nonostante tutto, o un promotore di crescita oltre l’attuale livello di funzionamento. La resilienza nella prospettiva educativa non è tanto un salto all’indietro, come suggerisce la sua etimologia. Piuttosto deve diventare un salto in avanti, come suggerisce Froma Walsh. La resilienza risiede nella capacità di estrapolare un apprendimento da un’esperienza, anche se negativa o di forte stress, di andare oltre e costruire storie di successo.

Resilienza digitale come……….

….costrutto applicato al digitale che si è diffuso recentemente. In realtà, pensando alla definizione di resilienza è facile associare il suo significato alla necessità di sostenere le sfide che il mondo digitale presenta quotidianamente. Gli studi attualmente la riconducono a due differenti ambiti. Il primo è quello del rischio, del cyberbullismo e dell’educazione per diventare resilienti nei confronti dei pericoli del web. Un altro ambito è quello della formazione su di sé di docenti, professionisti, ricercatori ed educatori in genere rispetto all’affrontare le sfide del digitale, sia nel ruolo di apprendisti poco preparati a gestire le nuove tecnologie, sia nel ruolo di esperti che devono in continuazione sostenere tecnicamente ed emotivamente i non esperti delle nuove tecnologie.

Animazione digitale come…..

….azione di promozione dell’innovazione nel rispetto del principio di responsabilità etica verso le nuove generazioni. Implica, da un lato, che l’insegnante operi scelte adeguate e convinte rispetto all’utilizzo delle tecnologie digitali; e dall’altro, che egli coinvolga l’intera comunità scolastica, accompagnando colleghi, genitori e operatori scolastici ad acquisire una visione di digitale naturale per favorire lo sviluppo delle abilità e competenze dello studente.

Narrazioni e pratiche riflessive come……

Pratiche sempre più al centro dei processi formativi per la loro capacità di percorrere fenomeni complessi, esperienze dalle mille sfaccettature, facendo emergere i saperi taciti che accompagnano l’agire professionale. Blog, digital storytelling, i confronti sui forum, la ricostruzione di testi e la riflessione su di essi possono diventare potentissimi strumenti di autoformazione se accompagnati da un lavoro rigoroso di ricerca, narrazione e riflessione capace di creare un circolo ricorsivo per la costruzione di nuove conoscenze.

Resilienza, narrazioni e pratiche riflessive come…..

La resilienza non è un costrutto che nasce da una teoria ma è fenomenologicamente fondato. Ciò significa che la resilienza si è definita a partire dalle storie che sono state capaci di raccontarla attraverso i loro differenti linguaggi. In questo senso le narrazioni e le biografie sono strategie fortemente coerenti con lo studio e lo sviluppo di resilienza nei contesti formativi e nella scuola

Resilienza come innovazione………

Molti pedagogisti innovatori hanno alle loro spalle biografie di resilienza (basti pensare alla Montessori, a Rousseau, a Don Milani). La resilienza è stata infatti definita da uno dei suoi massimi studiosi come un processo di cre-azione, in cui un’esperienza viene trasformata in qualcos’altro per creare una nuova risorsa. I resilienti sono dunque capaci di scardinare sistemi, situazioni ed esperienze catalogate come indeformabili per aprire la strada a soluzioni creative e innovative.

Figura 1 – Il glossario dell’animatore digitale “resiliente”1

Inizia dunque, di seguito, la narrazione di un animatore digitale “resiliente”.

Quando è nata l’esperienza e la cassetta con i primi attrezzi

<<Roma, 19 novembre 2015: arrivano gli animatori digitali. Inviata nota agli istituti: dovranno nominarli entro il 10 dicembre>>

E’ questo il Comunicato Stampa del MIUR che leggo mentre sono impegnata come Funzione Strumentale per l’Area “Sostegno ai docenti e coordinamento delle tecnologie digitali”. Quando arriva nelle scuole il Comunicato, non si sa molto di questa nuova figura professionale e del ruolo che  sembra essere affascinante ed ambizioso, ma anche complesso e di significativa responsabilità, che affida ad un docente il compito di <<….favorire il processo di digitalizzazione delle scuole nonché diffondere le politiche legate all’innovazione didattica attraverso azioni di accompagnamento e di sostegno sul territorio del Piano Nazionale Scuola digitale>>.

Leggendo il profilo richiesto per l’individuazione, da parte di ogni scuola, tra i docenti di ruolo, di una figura <<…con spiccate capacità organizzative che, per un triennio, sia in grado di stimolare l’interesse di tutto il personale scolastico e di coinvolgere l’intera comunità che ruota intorno alla propria scuola>> (cfr. azione #28 del PNSD), mi sento chiamata a dare la mia disponibilità ad assumere l’incarico, riscontrando, tra le mie competenze e conoscenze pregresse, delle risorse da investire assumendo l’incarico di Animatore Digitale.

Segue una prima sistematizzazione di quanto ho inserito nella “cassetta degli attrezzi”

I primi attrezzi:

  • La storicizzazione del percorso: il recupero della formazione iniziale, dei suoi saperi in ambito pedagogico didattico e la loro declinazione e contestualizzazione per la costruzione delle competenze didattiche dell’animatore digitale.
  • L’uso della narrazione e della riflessione sulla pratica declinata al contesto digitale: blog e diario di bordo.
  • Riorientarsi e rimettersi nella scena formativa: il Master per il maestro che sa…di non sapere.

La Formazione iniziale….

Esperienze formative relative agli ambiti glottodidattico e psicopedagogico, oltre a pratiche di formazione ai docenti e  di ricerca-azione e di sperimentazione nell’ambito organizzativo e didattico dei contesti scolastici, hanno interessato, con una certa continuità, il mio percorso professionale, accompagnate da una conoscenza sempre più approfondita delle tecnologie digitali. Il corso di laurea in “Metodi e tecniche delle interazioni educative”, promosso dalla IUL, è stato una esperienza utile a farmi prendere coscienza della dimensione naturale del “digitale”, oltre a darmi consapevolezza della “comunicazione” come fenomeno complesso e determinante nel sistema di relazione e interazione nell’ambito della comunità scolastica. Il 26 ottobre 2015, conseguivo l’attestato come “docente esperto/mentor” nell’ambito del percorso formativo “Docenti 3.0: la multimedialità in classe” ( M.I.U.R. , nota n.17436 del 27/11/2014), mentre entrava sulle scene dell’innovazione del sistema scolastico italiano il Piano Nazionale Scuola Digitale. Leggendo il PNSD, ho rintracciato alcuni tratti strategici di intervento e di innovazione che sembravano chiamare in gioco certe mie conoscenze e competenze rispetto al ruolo di animatore digitale.  

Un blog come diario di bordo….

Era il mese di febbraio quando, come animatore digitale, guardandomi intorno, percepivo che, quella che vivevo in quelle settimane, era una fase importante di autoriflessione e di autocritica, al punto da non poter essere né dimenticata e né sottovalutata. Dovevo iniziare a “registrare” ciò che vivevo e scoprivo esercitando questo nuovo ruolo, ma attraverso qualcosa che potesse rappresentare anche una fonte di documentazione e condivisione delle mie azioni e riflessioni. Cercando nella “cassetta degli attrezzi” di cui disponevo, ho ritenuto che sarebbe potuto essermi utile un blog, utilizzato come “diario di bordo” della mia nuova avventura. Così ho scelto un nome, un logo e ho inaugurato il blog con queste parole: <<Questo blog nasce come “Diario di bordo” di questo nuovo percorso, e rappresenta il punto di arrivo di una prima fase di attività come animatore digitale, che definirei “riflessiva”. Pertanto, prima di entrare nel vivo dell’impegno pratico e operativo come animatore digitale della mia scuola, ritengo utile condividere un’analisi di questa fase di avvio che potrebbe essere dimenticata e che, invece, credo dia un primo riscontro positivo a quanto disposto dagli ultimi provvedimenti attuativi del PNSD. Tale analisi sarà semplicemente una rilevazione fatta secondo un punto di vista soggettivo, ma che, pubblicata e condivisa, potrà contribuire ad una rilevazione più ampia e complessa>>. Scrivendo nel blog, mi sono resa conto di uno dei primi ruoli che tocca interpretare all’animatore digitale nel contesto scolastico in cui opera: quello di “osservatore”, utile a contribuire all’autovalutazione di Istituto per innescare reali interventi di miglioramento e di innovazione. Perché, però, i dati osservati possano essere realmente validi e funzionali in termini di efficacia e di efficienza, è necessario che l’animatore digitale possegga le giuste “lenti” di conoscenze teoriche e scientifiche. Guardando nella mia “cassetta” ho scoperto che mi mancavano nuovi attrezzi. Era il momento della formazione, a cui, non a caso, la Legge 107 del 13 luglio 2015 chiama il personale scolastico, mettendo addirittura a disposizione un bonus da investire in questo settore, considerando le personali esigenze anche rispetto alle attività da svolgere nell’ambito del Piano Triennale dell’Offerta Formativa. Ho, così, analizzato opportunità e offerte, rendendomi conto, però, di trovarmi già sulla strada giusta, avendo scelto, nel precedente mese di novembre, per una maggiore qualifica professionale, di seguire il Master di 1°livello “Educazione e formazione: pedagogia 2.0” promosso dalla IUL (Italian University Line).

perretta-1Figura 2 – Immagini del blog “adigitaleluciaperrettablog.wordpress.com”

Un Master per il maestro che sa… di non sapere

Il Master è sembrato fare da sfondo alla progressiva introduzione delle azioni del Piano Digitale nelle scuole, diventando per me, inevitabilmente, una valida bussola di orientamento, oltre che un pretesto di condivisione con esperti ma anche con colleghi che vivevano la mia stessa esperienza. Gli insegnamenti del Master “Educazione e formazione: pedagogia 2.0” sono stati funzionali e utili a comprendere gli elementi fondamentali del ruolo che mi ritrovo a dover svolgere, evitando il rischio di restare “senza filtri” e di lasciarsi travolgere dalle innumerevoli iniziative di formazione pensate “ad hoc” per l’animatore digitale, ma che, il più̀ delle volte, sembrano centrate sui contenuti del digitale, e non su ciò̀ che una digital vision può̀ generare in un determinato contesto pedagogico e didattico nonché tecnologico. Ogni insegnamento ha fatto da cornice teorico-scientifica alle mie azioni come animatore digitale. Il corso “E-learning e pedagogia 2.0”, mi è servito per inquadrare i giusti termini di innovazione e i giusti ritmi di azione innovativa, suggerendomi praticamente, insieme alle riflessioni suscitate da “Storia della scuola e delle istituzioni educative”, in quali possibili settori del contesto scolastico è possibile iniettare nuove pratiche didattiche e organizzative, convergendo nella stesura del Piano Triennale Digitale da inserire nel PTOF di istituto. Le riflessioni sollecitate dall’insegnamento “Psicologia dello sviluppo, del pensiero e della creatività”, oltre a dare maggiore consapevolezza della complessità del profilo dello studente e della classe con cui oggi un docente è chiamato a condividere l’azione educativa, sono servite per analizzare più da vicino la delicata condizione vissuta dall’insegnante nell’esercitare il suo ruolo rispetto alle nuove richieste della società della conoscenza. Tali riflessioni hanno trovato continuità e coerenza nell’insegnamento “Le responsabilità etiche dell’insegnante”, che ha sigillato con la dimensione etica la motivazione e l’azione che oggi dovrebbero giustificare l’atto educativo, inteso come coerente risposta al “principio di responsabilità”(Hans Jonas) verso le generazioni future, piuttosto che come atto burocratico fine a se stesso, relegato all’immediatezza del presente della società cronofaga. Una responsabilità, quindi, che in termini professionali può significare scelta di mettersi in discussione, di lasciare la propria “zona di comfort”, comprendendo che la crisi che viviamo non è semplicemente economica ma etica (E. Morin), e che è necessario cercare di tirarsi su le maniche per quello che compete a ciascuno. Il contributo suggerito dall’insegnamento “Sociologia dell’organizzazione scolastica”, è stato quello di scoprire il valore di  una comunicazione il più possibile “generativa”, utile a far emergere nel proprio contesto di azione, ciò che è superato e inefficace, perché cambi e migliori. Si tratta, allora, di trovarsi di fronte a delle sfide che, nell’insegnamento “Storia della scuola e delle istituzioni educative”, ho appreso poter tradurre in opportunità perché una esperienza “dolorosa” si trasformi in apprendimento, un problema si risolva in cambiamento, la capacità di resistenza lasci il posto alla resilienza.

Il ritorno alla pratica: riflettere sulla propria esperienza

Il Piano Nazionale Scuola Digitale traduce chiaramente le sue azioni in termini di ”sfide”, attribuendo all’animatore digitale, insieme ai dirigenti scolastici e ai direttori amministrativi, con opportuna e specifica formazione, l’azione di accompagnamento della scuola nell’innovazione. La nuova figura professionale, quindi, ha un ruolo di significativa responsabilità nell’ambito delle scelte  metodologiche,  didattiche e organizzative, che promuovano il digitale non come strumento informatico, ma come digital vision per abilitare tutto il personale scolastico, e in primis i docenti, ad un nuovo approccio alle risorse digitali come strumenti di supporto all’innovazione del sistema scolastico.

Il ruolo dell’animatore digitale… si gioca tra pari

Comprendere questo compito attribuito all’animatore digitale, è stato per me motivo di iniziale disorientamento e scoraggiamento, considerando non solo quanto sia già complessa la leadership rispetto ai colleghi, ma anche il particolare clima di dissenso vissuto nella scuola rispetto alle azioni del Piano Nazionale e alla stessa Legge 107/2015. Assumendo l’incarico, avrei capito da lì a breve, che proprio la relazione simmetrica rispetto ai colleghi, può rappresentare, nell’ottica strategica del Piano, una criticità che può trasformarsi in opportunità, attraverso comportamenti e modalità comunicative assunti e scelti con responsabilità e competenza. Il modello di relazione che ho interpretato è quello socratico, in cui il vero maestro è colui che sa di non sapere. L’insegnante, da coinvolgere e accompagnare nel processo, deve sentirsi protagonista dell’innovazione, assumendo ruoli diretti e compiti significativi nelle azioni che l’animatore digitale individua e propone di intraprendere, il quale, a sua volta, deve restare il più possibile sullo sfondo, agendo soprattutto come mentor, tutor, facilitatore. E’ la dimensione dell’apprendimento attivo, la stessa linea metodologica che un docente abitualmente utilizza nella sua pratica didattica facendosi regista piuttosto che attore, e che, nell’operare dell’animatore digitale, può diventare l’approccio “bottom up” di un’azione di formazione e innovazione che predilige e utilizza la “logica del contagio”, contrastando la novità proposta e trasmessa dall’alto, con la novità scoperta, osservata, “scrutata”, conquistata, che incuriosisce, stimola, “contagia”, fino a far mettere in gioco se stessi. Il ruolo non è semplice, e si gioca all’interno di un sistema di relazioni articolato e complesso, in cui, ad un certo punto, pur cominciando ad ottenere i primi riscontri nel coinvolgimento attivo della scuola, sia nell’utilizzo sempre più consapevole e partecipato di strumenti digitali, e sia nelle iniziative promosse dal PNSD, mi sono sentita come chiusa in una “boccia”, sola, confusa, con la preoccupazione di non essere capace né all’altezza del mio compito.

La nascita di comunità di pratica

L’atteggiamento maturato reagendo a questa iniziale condizione, lì dove resilienza si coniuga con “apprendimento e trasformazione”, è stato quello di utilizzare le risorse a disposizione per attivare una comunicazione che favorisse la condivisione delle difficoltà e degli ostacoli del percorso da realizzare. Mi sono affacciata nella rete per, come dire, cercare i “miei simili” e ho scoperto che eravamo in tanti immersi nei dubbi e nell’inconsapevolezza.  Attraverso i social network, sono nati gruppi e comunità a cura di molti animatori digitali, che hanno favorito pratiche di coworking, creando un ambiente lavorativo che ha messo insieme professionalità e diverse competenze all’interno di uno spazio digitale di condivisione, collaborazione, comunicazione, avvicinando le scuole sparse sul territorio nazionale attraverso un percorso di azioni comuni per attivare pratiche di innovazione nelle proprie diverse realtà scolastiche. In sintesi si è percorsa la strada di ciò che la letteratura sulla resilienza definisce “connectedness” e che ha creato una rete e una comunità resilienti. Io stessa sono stata motivata, sin dai primi giorni come animatore digitale, a creare un gruppo che, non a caso, ho battezzato “Animatore digitale….speriamo che me la cavo”. La rete è stata per me il primo contesto formativo, un contesto digitale, quello di una comunicazione generativa di conoscenza, che ha avvicinato prima le varie scuole del territorio nazionale e poi, attraverso gli snodi formativi, è diventato contesto di formazione locale, passando dal regionale al provinciale.  E’ nata un’ampia rete di comunità di pratica e, tra gli animatori digitali, sono nate “identità digitali” come figure di riferimento in merito alle diverse conoscenze, capacità e competenze.  La nuova criticità, però, non tarda a venire. In questa ampia ed estesa condivisione, implementata dalla rete, è emersa la complessa diversità tra i diversi profili professionali degli Animatori Digitali. Dalle più ricche e svariate competenze informatiche e tecnologiche, si passa alle diverse capacità e competenze organizzative e gestionali, nonché comunicative e relazionali. La condivisione ed il confronto all’interno delle comunità, ha generato gradualmente la scoperta delle proprie carenze, dei personali “analfabetismi” e delle proprie esigenze di formazione, che inizialmente sono state tutte convertite in carenze di risorse tecnologiche e di digitale informatico. In questo clima, le svariate offerte di formazione proposte da enti, associazioni, istituzioni e iniziative in rete, hanno generato un “overload cognitivo” di proposte e informazioni, alimentando un serio rischio di “naufragio” rispetto ai propri bisogni formativi e, soprattutto, rispetto alla formazione voluta dal Piano Nazionale che, intanto, prevede proprio l’attivazione di percorsi formativi ad hoc per gli animatori digitali e, gradualmente, per tutto il personale scolastico.

La scelta dei percorsi formativi per integrare PNSD, PTOF, RAV e PdM

Attivare un atteggiamento resiliente rispetto a questa nuova criticità, ha significato dover prendere consapevolezza di aver avuto “ali per volare” che dovevo sapere individuare, sentire, percepire per poter fare un nuovo “salto in avanti”. Non dovevo cercare di sapere tutto su tutto nel più breve tempo possibile, oltre a correre tra un social e l’altro per non farmi sfuggire nessun aggiornamento né informazione, ma di riflettere criticamente sulle mie risorse e sui miei bisogni formativi rispetto alle esigenze del contesto scolastico in cui attivare le azioni del Piano. Ho cercato, quindi, di individuare e valorizzare il punto di partenza della mia scuola rispetto al digitale e, a questo punto, ho provveduto ad elaborare il piano triennale richiesto dal PNSD, programmando interventi finalizzati ad una politica di innovazione e miglioramento. E’ stato necessario predisporre un percorso di azioni in cui l’innovazione non fosse dirompente ed incoerente rispetto alle priorità individuate nel Piano di Miglioramento, alle criticità emerse nell’ambito del Rapporto di Autovalutazione di istituto, alle proposte del Piano Triennale dell’Offerta Formativa, e che riconducesse la politica della mission alla dimensione di una “digital vision”. I primi passi, quindi, come animatore digitale, sono stati quelli di analisi e monitoraggio della situazione di partenza, di raccordo tra il Piano digitale Triennale e il PTOF di istituto, di rilevazione dei bisogni formativi della comunità scolastica, accogliendo e rispondendo  agli avvisi e ai bandi con cui, intanto, il Piano Nazionale continua ad entrare nelle scuole. Atelier creativi, ambienti digitali, biblioteche scolastiche innovative, curricoli digitali, laboratori territoriali, hanno messo in moto una logica di progettazione in cui le scuole si sono ritrovate a mettere da parte atteggiamenti di autoreferenzialità, promuovendo accordi di rete locali molto significativi e preziosi in termini non solo di innovazione, ma anche di coerenza e di continuità rispetto all’impianto progettuale sia in direzione verticale, tra i diversi gradi di scuola, e sia orizzontale, tra i diversi istituti del territorio. Il ruolo dell’animatore digitale, nel tradursi in azioni pratiche, si fa più arduo e complesso. Seduta sull’orlo della “boccia”, per utilizzare la metafora di Bourdieu2, mi sono trovata in un prisma, cioè in una posizione che ha richiesto diversi focus di attenzione, per individuare linee di azioni da seguire e rivolte a diversi destinatari, non solo nella scuola ma anche rispetto al territorio. Questo è stato il momento di coinvolgere altre figure, esigenza già prevista tra le azioni del Piano Nazionale.

Da uno a tre e poi…ricomincio da tre

Nelle scuole arriva l’avviso di costituire un team per l’innovazione, che, oltre all’animatore digitale, comprenda anche altri tre docenti. Intanto, le nuove azioni del PNSD tradotte negli avvisi, nei bandi, e nei numerosi eventi che vengono proposti alle scuole, diventano motivo di un nuovo approccio tra l’animatore digitale e le tradizionali figure gestionali della scuola, cioè quelle del Dirigente Scolastico e del Direttore dei servizi amministrativi. La gestione delle relazioni diventa il contesto in cui l’animatore digitale finisce per giocarsi le sue opportunità. Mentre nel team diventa necessario assumere un ruolo da leader, lì dove le dinamiche relazionali si giocano in una dimensione simmetrica già problematica tra docenti di diversi ordini di scuola, rispetto alla leadership della scuola emerge l’asimmetria del rapporto relazionale tra le diverse figure. La necessità è quella di coniugare ruoli tradizionali e gestionali, per di più poco inclini all’innovazione, con un ruolo nuovo e innovativo, che focalizza l’attenzione su una visione digitale delle pratiche organizzative e didattiche, piuttosto che su altri aspetti ed esigenze della politica scolastica. L’inconsapevolezza frequente e dilagante nella scuola sulla realtà del digitale, determina opposizione tra comunicazione interna ed esterna, tra pratica quotidiana e istituzionale, tra identità e comunicazione, tra vision e mission. L’animatore digitale, nell’ambito delle soluzioni innovative, può creare soluzioni di comunicazione organizzativa che, sfruttando le potenzialità delle risorse digitali, suggeriscono come integrare la conoscenza istituzionale, con la conoscenza che emerge dalle pratiche quotidiane di una scuola. Scelte delle linee di azione, studiate e monitorate, l’animatore digitale deve essere determinato a portarle avanti, mettendo in gioco anche se stesso, nella convinzione di dover andare non contro l’istituzione, ma “contro corrente” rispetto alle tendenze e dinamiche comunicative e organizzative radicate nell’istituzione stessa non funzionali all’innovazione declinata nel PNSD. In questa azione, l’animatore digitale questa volta non è solo. C’è tutto un impianto istituzionale, politico e gestionale che regge il suo ruolo, ma deve conoscerlo bene e deve essere formato per poterne beneficiare. Acquisendo questa consapevolezza, arrivo ad oggi, riflettendo su quali siano le strategie utili perché le azioni programmate nel mio Piano Triennale possano concretizzarsi e contribuire non solo all’innovazione, ma anche alla valorizzazione delle buone pratiche che nella mia scuola non possono passare inosservate se non evolvono verso il digitale. Per questo scopo, oltre a partecipare alla formazione prevista dal PNSD, ho scelto ancora una volta la strategia della condivisione, rispondendo, anche in via personale, ad iniziative di enti e associazioni locali utili a creare reti di intenti e comuni piani di azione, che possano essere occasioni di scambio e di comunicazione tra gli animatori digitali e i team delle diverse scuole. Non nascondo, però, che per me, in questa fase, questo ruolo non tocca più solo la dimensione professionale. E’ ampiamente chiamato in causa il mio senso di responsabilità rispetto a ciò che posso realmente mettere a disposizione, a ciò a cui sono disposta a rinunciare, alle criticità che diventeranno inevitabilmente sempre più complesse in termini di insospettabili opportunità. Fino a quando riuscirò a coniugare “responsabilità etica” e “competenza innovativa”, avrà un senso accettare la sfida di un Piano ambizioso e strategico che, a quanto pare, può realmente funzionare se si allontana da pratiche di scoraggiamento e di polemica, coniugandosi, invece, con l’affascinante forza della resilienza.

Una nuova cassetta degli attrezzi

La resilienza è spesso raccontata e visualizzata attraverso delle metafore. In questa breve dissertazione, cercando di riflettere sul processo che porta un animatore digitale a diventare resiliente, se ne sono utilizzate diverse: costruirsi una cassetta degli attrezzi, entrare e uscire dall’habitus della boccia in cui il pesce non  vede l’acqua in cui nuota e infine, usare il prisma della resilienza come lente di ingrandimento per mettere a fuoco una prima esperienza dell’animatore digitale. Pur con tutti i limiti ancora da esplorare e da esplicitare, chiudiamo cercando di visualizzare quest’ultima metafora, per ripercorrere e sottolineare saperi, pratiche e competenze da sviluppare nella prospettiva di formarsi come animatori digitali “resilienti”, in grado di promuovere un’autentica resilienza al digitale nella scuola.

perretta-2Figura 3 – Il prisma della resilienza.

NOTE

  1. Il glossario riprende le definizioni già pubblicate nel “Dizionario del lavoro educativo”, a cura di Tramma S. e Brandani W. (2014), lemma “Resilienza” di Patrizia Garista, Carocci, Roma; e negli atti
  2. La metafora di Bourdieu e Waqant: secondo questa metafora, noi siamo come un pesce dentro la sua boccia; per vedere le cose da un altro punto di vista è necessario diventare consapevoli di essere dentro un contesto (la boccia del pesce) e poi cercare di uscirne, per osservare la realtà da altre prospettive. I contenuti relativi a “Il ritorno alla pratica: riflettere sulla propria esperienza” sono tratti dai paragrafi 1 e 2 della seconda parte della tesi “L’animatore digitale e la promozione della resilienza digitale a scuola” a cura di Lucia Perretta, Master di 1°livello “Educazione e formazione: Pedagogia 2.0” , a.a.2015-2016
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