Verso l’aula-casa al Lussana di Bergamo

di Dianora Bardi e Marcella Jacono Quarantino

Associazione Centro Studi ImparaDigitale
dianorab@gmail.com, majacono@gmail.com

scarica la versione PDF del lavoro

Immagini dal passato

Entrare nelle aule di un vecchio storico liceo – con la cattedra posta in posizione elevata, per demarcare il territorio del docente, e distante dai pesanti banchi, posti bene in ordine e di una grandezza che impedisce ogni movimento – riconduce ad un’idea precisa di scuola e di modello didattico. Se è vero che la struttura di un ambiente e l’estetica degli arredi assumono una conformazione in relazione alla funzionalità per cui quell’ambiente è pensato, non si deve sminuire l’impatto che il luogo esercita anche nel costruire il ruolo e l’identità di chi quegli ambienti li abita. Uno studente che entra in questa tipologia di aula percepisce immediatamente la dipendenza assoluta dall’insegnante, l’impossibilità di comunicare, se non a richiesta, l’inamovibilità, ovvero isolamento e rigidità di schemi. Il docente, trattenuto nello spazio della cattedra, rimane seduto o al massimo si avvicina alla lavagna, spiega o detta appunti, unica risorsa possibile oltre il libro di testo, trasmettendo conoscenze e non preoccupandosi di interagire, relazionarsi, comunicare (nel senso profondo del termine).

Immagini di oggi: l’aula 3.0

Entrare oggi in un’aula-laboratorio 3.0 significa confrontarsi da un lato con l’assenza della cattedra e dall’altro con la presenza di 3-4 LIM, 3-4 videoproiettori, 3-4 PC, notebook e tablet, scanner, carrelli con le stampanti multifunzione, cuffie per l’audio, microfoni, carrello carica device, lavagne bianche magnetiche, sedie con rotelle e tavoli modulari e componibili (a volte anche loro a rotelle) di variegati colori, spazi organizzati con tribune, altri in cui dibattere e  relazionarsi o ricercare. Tutto ciò fa pensare di essere già nel futuro, caratterizzato da molta tecnologia evidente e predominante, da spazi resi flessibili, da multiple possibilità di relazione. Un ambiente rivoluzionato nella struttura, che si addice al nuovo ruolo assunto dal docente e alle nuove proposte didattiche. In sintesi, questi ambienti offrono in potenza dinamismo, flessibilità, adattabilità degli spazi creando nuovi contesti di apprendimento, con accesso a nuove risorse nel cloud, oltre il tradizionale libro di testo. Ma questa è un’aula speciale, potremmo definirla un laboratorio, che tanto si è cercato di abolire con l’introduzione dei mobile device personali, in cui recarsi in determinate ore, ciclicamente, secondo orari prefissati e organizzati. Un’aula molto costosa, che richiede spazi molto ampi, sia per gli arredi, talvolta ingombranti, sia per l’organizzazione delle attività che in essa si possono svolgere.
Nella maggior parte delle ore curriculari, invece, si rimane nella propria aula, quella della classe o, in alcuni casi di organizzazione innovativa, in quella del docente, molto più  normale, con spazi ancora rigidi, monocromatici e spesso angusti.

Quindi? Quale immagine e quale percezione avrà uno studente che abita in alternanza l’aula 3.0 e l’aula normale? Nell’aula 3.0 si sentirà sollecitato allo scambio e al  lavoro di gruppo, si potrà sentire felice o inadeguato, se preferisce la carta o lo studio e la riflessione individuale, spinto verso il futuro o schiacciato da tanta tecnologia. Viceversa, nell’aula normale potrà sentirsi isolato, lontano da quella realtà virtuale che pur oggi fa parte del suo ambiente naturale, oppure felice di toccare il proprio libro di carta e di non sentirsi costretto al continuo confronto con i compagni. Insomma, una realtà un po’ schizofrenica…
I luoghi come l’aula 3.0 diventano vissuti come altro tempo rispetto a quello della didattica quotidiana, per l’uso sporadico che (di necessità, viste le tanti classi presenti in una scuola) ne viene fatto.

Bardi-1
Figura 1 – Un’aula-casa in allestimento al Lussana di Bergamo.

Dallo spazio al luogo (space-place)

L’antropologo Marc Augé attribuisce ad un luogo tre caratteristiche essenziali: essere identitario, essere relazionale e essere storico. La mancanza di queste caratteristiche definisce i non luoghi, spazi che si contrappongono ai luoghi antropologici e sono caratterizzati da un clima neutro, controllato, instabile. Definendo i non luoghi, cita Michel de Certeau “space becomes a place in the same way a word becomes a speech when it is pronounced, i.e. when it is embedded in a phrase in the fascinating ambiguity of semantics, thus becoming a meaning out of many conventions, becoming alive in a ‘there and then moment‘”. Merleau-Ponty, nella sua Fenomenologia della percezione, distingue uno spazio “geometrico” da uno spazio “antropologico” inteso come spazio “esistenziale”.

Il passaggio da uno spazio non luogo (l’aula tradizionale) ad un luogo è segnato dal significato che esso assume da e per chi lo abita, dall’intreccio di relazioni ed emozioni che lo pervadono. Gli arredi contribuiscono a formare, a dare significato allo spazio: non sono importanti solo in termini di estetica e funzionalità, ma assumono anche un valore in termini sociali, affettivi ed emozionali, ed è essenziale che tutti coloro che abitano lo stesso luogo vedano in esso rispecchiato un fine, un progetto condiviso, legato ad emozioni positive. In questo senso gli arredi possono contribuire a creare un luogo che abbia valore identitario, relazionale e storico.
E’ difficile immaginare i nostri istituti, spesso vecchi, trasformati per incanto in moderne scuole caratterizzate da arredi modulari, flessibili, con agorà, spazi di lavoro individuale, di gruppo, spazi relax come ci propongono alcune belle e ricche esperienze di Svezia, Danimarca o Finlandia né peraltro può incidere sull’innovazione ambientale e didattica una singola aula-laboratorio 3.0 a disposizione di tutto l’istituto. Si può allora pensare di rigenerare le aule tradizionali, trasformandole in luoghi: riconfigurare gli ambienti significa, a livello più profondo, contribuire alla costruzione dell’identità individuale, sviluppare relazioni, portare benessere per migliorare il rendimento e l’apprendimento.

Bardi-2
Figura 2 – Gli studenti partecipano all’allestimento.

Innovazione e benessere

L’innovazione didattica è caratterizzata dalla costruzione di percorsi per far acquisire competenze, nei quali lo studente è protagonista del processo di apprendimento: il docente deve facilitare il percorso e accompagnare lo studente, rispettando i diversi stili con cui egli vuole studiare, lavorare, svolgere le proprie attività, aiutandolo a costruire relazioni, utilizzando risorse multiple, dal libro di carta al tablet, rendendolo consapevole del progetto che deve svolgere, coinvolgendolo, se necessario e possibile, anche nelle fasi (da sempre riservate ai docenti) di programmazione, mantenendo risorse tradizionali ed introducendo nuovi strumenti e fonti in un ambiente ecologico di apprendimento (Lo Coco e Lo Verso, 2006).
La nuova scuola non deve riprodurre l’odierna società “liquida” (Bauman), tecnologica, veloce, informatizzata. Se le tecnologie sono prepotentemente entrate nella nostra vita quotidiana e hanno influenzato le nostre modalità di pensiero e di apprendimento, non significa che basti riempire un’aula di tecnologie per essere aggiornati e all’avanguardia. La mera introduzione di strumenti tecnologici depaupera e non arricchisce.
La pervasività del digitale e la creazione di ambienti virtuali nei quali sempre più spesso ci isoliamo, richiedono forse con più forza un ancoraggio fisico nello sviluppo di ambienti colorati, giocosi, dinamici, confortevoli in un ambiente sì connesso, ma nel quale la tecnologia sia trasparente, non invadente. Al rischio di alienazione dalla realtà, la scuola può rispondere riconfigurando ambienti di apprendimento che facciano leva sulla dimensione affettiva, emozionale, sociale puntando soprattutto al benessere dello studente, al suo abitare il luogo aula (riflessione avviata in ambito psico-pedagogico in collaborazione con il Prof. Giuseppe Mannino, esperto in psicologia scolastica e docente presso l’Università Lumsa nel dipartimento di Palermo).

Bardi-3
Figura 3 – Classe scomposta nell’aula-casa.

Dall’idea al progetto

L’aula-casa si sviluppa partendo dal metodo della classe scomposta che prevede: la destrutturazione dei gruppi di lavoro; il superamento delle organizzazioni precostituite; il rapporto collaborativo tra il docente e i ragazzi. Fattori che favoriscono l’instaurarsi in classe di un un’atmosfera più distesa, serena e collaborativa, nella quale gli studenti imparano ad apprendere l’uno dall’altro, a crescere e a dibattere insieme, a produrre una riflessione frutto di uno sforzo collettivo.
Si parla dunque di un gruppo non strutturato a priori, ma prodotto dalle esigenze individuali, che si compone e scompone, permettendo un’aggregazione spontanea e rispettando al contempo l’esigenza di far risaltare l’individualità di ciascuno. In tal modo  ogni studente può personalizzare la metodologia del proprio apprendimento, imparando soprattutto che laboratorialità non significa limitarsi a giustapporre saperi, bensì costruirli in autonomia anche partendo da esperienze individuali, a patto che esse si trasformino in momenti proficui di rielaborazione in grado di stimolare la riflessione di tutti i membri del gruppo.
Perché questa atmosfera liberante (ma non libera da regole) si possa realizzare efficacemente, abbiamo focalizzato l’attenzione su di un luogo centrato sul benessere di chi lo abita, in cui non vi sia una grande distanza tra i luoghi in cui il ragazzo trascorre quasi tutta la propria giornata: la scuola e la casa. Indiscutibilmente l’estetica, l’ergonomia degli ambienti scolastici, la loro capacità di esprimere informalità, intimità, accoglienza sono aspetti molto importanti; un luogo bello influisce positivamente sul lavoro delle persone, sui loro comportamenti e sulle loro emozioni, dunque lo studente non solo si sentirà a proprio agio, ma soprattutto, non sarà distratto da luccichii, da colori sgargianti, da tecnologie invadenti, ma si sentirà molto più motivato anche a rispettare gli altri, l’ambiente e soprattutto se stesso, a relazionarsi positivamente, a… vivere.

Da tali constatazioni, come afferma Margaret Mead,  bisogna delineare una scuola che sappia veramente parlare ai ragazzi e ai docenti: è per questo che il primo passo compiuto dal designer Daniele Lago, che con noi ha studiato il progetto, è stato quello di trascorrere una giornata al Liceo Lussana, nelle aule con i ragazzi. Ha parlato a lungo con loro, ha chiesto quali fossero le loro esigenze, li ha ascoltati; in seguito abbiamo guardato insieme le diverse possibilità offerte dagli arredi oggi più in voga e che ormai riempiono le aule 3.0. Da tale scambio di idee è nata l’aula-casa, un progetto non statico, ma dinamico, modulabile e modificabile a seconda delle diverse esigenze didattiche  e le diverse metodologie che i docenti vogliono utilizzare nella loro attività giornaliera. Un’aula in cui la tecnologia è sempre presente ma non prevalente, in cui tutti si sentono avvolti da un grande calore, grazie ad un parquet dal colore neutro, dalle lampade colorate che scendono dal soffitto, dai tendaggi,  dalle sedie e dai banchi ergonomici, che si piegano alla pressione delle braccia, che si impilano per creare spazi, dai caldi colori quasi autunnali, dalle pareti disegnate da librerie leggere, da poltrone di elastici colorati, o con materassi che all’occorrenza vengono aperti per far lavorare insieme gli studenti,  o da  lunghi obelischi morbidi che ora si appoggiano alle pareti colorate, ora vengono usati come sgabelli.
Un luogo in cui le emozioni, gli affetti, i rapporti si modificano e con loro il modo di apprendere, di interrelazionarsi; un luogo dove si desidera stare, rimanere e in cui si riesca a vivere un’atmosfera che rispecchi la nostra tradizione, il senso estetico della nostra cultura e del nostro gusto; un luogo da  ri-vivere una volta usciti dalla scuola, dopo poche ore, nella propria stanza, nel proprio salotto di casa.

Condividi!
Share On Twitter

You may also like...

Show Buttons
Share On Facebook
Share On Twitter
Share On Google Plus
Hide Buttons