Le aule digitali in ambienti poveri di tecnologia

di Lucia Bartolotti

Edmodo Ambassador, Docente di inglese presso il Liceo “F. Petrarca” (Trieste)
https://ilbancotecnologico.wordpress.com/

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L’Italia sta faticosamente dotando le proprie scuole delle attrezzature che servono a inserire a pieno titolo le nuove generazioni nella cosiddetta “società della conoscenza”. Mentre il divario rispetto alle altre nazioni economicamente avanzate viene lentamente ridotto, le situazioni di povertà tecnologica negli ambienti didattici sono ancora numerose.
Una delle peculiarità del nostro Paese è però la notevolissima dotazione tecnologica delle famiglie con figli (si veda ISTAT dic. 2014), soprattutto per quanto riguarda il possesso degli smartphone e in buona parte anche dei computer e, più recentemente, dei tablet.
La situazione è speculare rispetto a quella degli Stati Uniti, dove invece il grande problema consiste nella scarsa dotazione tecnologica di un numero immenso di famiglie povere, compensata da biblioteche pubbliche E ambienti scolastici attrezzatI.

In questo contesto diventa possibile immaginare uno scenario tutto italiano nell’uso di aule digitali come quelle offerte dalla piattaforma americana Edmodo, i cui servizi di base sono gratuiti benché potentissimi.

Un case-study: il Liceo Classico e Linguistico “F. Petrarca” di Trieste

La sede succursale del Liceo “F. Petrarca” di Trieste si trova in un edificio vetusto, il cui cablaggio è reso impossibile dalla presenza di un impianto elettrico tutto da rinnovare. La connessione è presente in un unico piccolo laboratorio informatico con circa 14 postazioni, utilizzato da 29 classi anche molto numerose. A questo si aggiungono i due computer connessi alla rete della sala insegnanti, che vengono condivisi da decine di persone.
In un contesto di questo tipo, l’uso delle aule digitali assomiglia più ad una scommessa azzardata che ad una scelta didattica. Sorprendentemente, tenendo presente quanto detto nell’introduzione è stato possibile abbattere metaforicamente i muri anche per gli studenti del Liceo e far entrare la rete nella quotidianità scolastica di diverse classi.
A inizio d’anno i docenti che fanno uso di Edmodo consegnano un foglio informativo alle famiglie e ricevono il loro consenso dei genitori: a quel punto, basta un codice di sei caratteri alfanumerici per proiettare gli studenti nel vasto mondo.
Dopo una prima lezione dimostrativa nel laboratorio informatico, consistente nell’iscrizione guidata degli allievi alla piattaforma e ad una ricognizione della loro prima aula virtuale con i suoi servizi, i ragazzi sono generalmente autonomi. Non pochi di loro chiedono il permesso di scaricarsi immediatamente l’app mobile di Edmodo sul telefonino, e nel giro di pochi minuti il laboratorio informatico dell’Istituto si trasforma spontaneamente in un’aula BYOD (dall’inglese Bring Your Own Device, ovvero “porta il tuo dispositivo a scuola”).

I vantaggi educativi dell’uso delle aule virtuali

Mentre i vantaggi didattici dell’uso delle aule virtuali sono generalmente conosciuti e citati (uso di risorse multimediali, somministrazione di quiz, personalizzazione della didattica e quant’altro), si parla molto meno delle potenzialità educative di questo tipo di strumento.
La “comunità-classe” si espande al di fuori delle quattro mura e fornisce una serie di possibilità le quali, se opportunamente utilizzate, trasformano le relazioni fra pari e con i docenti.
Edmodo permette la comunicazione privata in ogni aula virtuale (chiamata “Gruppo”) fra i singoli studenti e il loro docente, ma non fra gli studenti, eliminando la possibilità di cyberbullismo in ambito didattico. Chi dovesse pubblicare messaggi non appropriati sulla bacheca di classe sarebbe ridotto immediatamente al silenzio con un click, grazie alla possibilità di attribuire la modalità read-only agli intemperanti. Inoltre l’insegnante può eliminare o modificare qualsiasi messaggio non ritenuto adatto all’ambiente.
Stiamo però parlando di casi limite, dato che di norma le potenzialità educative si giocano su altri piani, ovvero quelli della partecipazione e dell’assunzione di responsabilità.
Il ragazzino o la ragazzina che in classe fatica ad esprimersi perché timido, davanti allo schermo del computer nell’intimo della sua cameretta può trovare il coraggio di far sentire la propria “voce”. Succede più spesso di quanto si creda. Inoltre la possibilità di aprire canali privati con i docenti può far emergere richieste di attenzione o di aiuto che nell’atmosfera perennemente pubblica dell’aula non sempre trovano un canale di espressione.
Allo stesso tempo, gli studenti vengono progressivamente guidati a discriminare fra richieste d’aiuto personale e richieste d’aiuto che sono utili all’intera comunità: chi pone una domanda su di un argomento scolastico deve farlo pubblicamente, sulla bacheca del gruppo, perché la risposta potrebbe essere utile al compagno che non osa chiedere, ma anche perché vogliamo costruire una comunità di apprendimento e non una batteria di concorrenti nella gara al voto più alto. L’idea che le debolezze del singolo possono essere elaborate e risolte dalla forza del gruppo è uno degli elementi cruciali nella formazione dei futuri cittadini, in un mondo dove la capacità di lavorare in team diventa uno dei fattori decisivi nella selezione del personale.
L’assunzione di responsabilità assume un valore anche didattico se si usa la piattaforma per “rovesciare” le fasi tradizionali dell’unità di apprendimento. Se il docente assegna esercizi come lavoro domestico e in seguito invia i risultati tramite la piattaforma, riservando il lavoro d’aula per la soluzione delle problematiche e la riflessione sulle procedure o sugli esiti, si pongono le prime basi per il cosiddetto flipped learning o “apprendimento rovesciato”. Lo studente viene progressivamente investito della responsabilità del proprio imparare e guadagna il centro della scena, mentre il docente assume il ruolo della guida.

Problemi e soluzioni negli ambienti poveri di tecnologia

All’avvio dell’attività con le aule digitali con un nuovo gruppo di allievi bisogna mettere in conto un “tempo di adattamento” che può variare a seconda dell’età degli stessi, delle conoscenze tecnologiche della famiglia, delle problematiche derivanti dall’hardware a disposizione, ma anche degli atteggiamenti mentali nei confronti delle novità.
Gli studenti più giovani sono generalmente più ben disposti e curiosi, ma meno preparati dal punto di vista della gestione delle problematiche tecniche (problema non indifferente nel contesto qui descritto). I ragazzi più grandi hanno spesso migliori conoscenze tecnologiche ma abbandonano invece a fatica il modello relazionale che mi piace chiamare de “il gatto e il topo”, dove lo “studente-topo” cerca di sottrarsi ai doveri (i compiti, per citare il più visibile) in una eterna competizione con il “gatto-controllore”. Lo studente-tipo si sente infatti minacciato da un mezzo che ha la potenzialità di entrare nell’intimo dei suoi spazi pomeridiani, proprio come diversi docenti rifiutano l’idea di aprire un canale di comunicazione con i propri studenti che travalichi l’orario d’aula.
In questo caso diventano importantissime due strategie: una chiara comunicazione dei vantaggi apportati dall’uso delle aule digitali e la definizione di regole condivise e valide per tutti, docenti e studenti.

Le regole fondamentali riguardano la gestione degli orari e le modalità di gestione degli eventuali problemi tecnici.
Per quanto riguarda i primi, consiglio di stabilire orari ben definiti per la comunicazione al di fuori del tempo curricolare e per la consegna dei “compiti digitali” (l’invio di file o lo svolgimento dei quiz). Dal canto suo il docente si impegnerà ad usare l’aula fisica per le comunicazioni importanti e l’assegnazione dei compiti, salvo emergenze. Lo spazio su Edmodo deve essere percepito da tutte le persone coinvolte (genitori compresi) come un aiuto supplementare, un vantaggio indiscutibile lungo il percorso che porta al conseguimento dei nostri obiettivi.

I problemi tecnici possono dipendere da fattori molto diversi, ognuno dei quali richiede la soluzione appropriata.
Per cominciare, le dotazioni tecnologiche dei ragazzi possono essere vetuste o poco disponibili. Capita che il PC abbia un sistema operativo vecchio o non aggiornato che non permette l’accesso o la piena fruibilità della piattaforma digitale, oppure che l’unico computer disponibile sia usato per lavoro dai genitori, o ancora che si tratti di un portatile in uso al fratello o la sorella maggiori, i quali se lo portano appresso per le loro attività di studio. Si tratta dei casi più difficili da risolvere perché non controllabili dal docente. In contesti di questo tipo bisogna evitare che lo studente si senta escluso dal lavoro di classe o svantaggiato: si permetterà dunque la consegna dei compiti cartacei e si terranno fotocopie di riserva dei materiali che i compagni ricevono in forma digitale. Al posto dei quiz si consegneranno esercizi cartacei alternativi. Si avrà cura di usare materiale multimediale che non richieda la permanenza al computer per tempi lunghi: il file scaricabile da stampare in un lampo piuttosto che il file online da leggere davanti allo schermo, o il videotutorial di pochi minuti (il quale è sempre comunque didatticamente preferibile al lungo filmato). Si avrà cura di far scaricare l’app di Edmodo sul cellulare, posto che la maggioranza degli adolescenti è ormai in possesso di smartphone.
Nel contesto socialmente privilegiato del liceo di una città media dell’Italia settentrionale quale è Trieste si tratta di problematiche che hanno solo bisogno di tempo per risolversi: il tempo necessario ai genitori di prendere coscienza del problema e dotare il proprio figlio/figlia almeno di un tablet di fascia medio-bassa. In altri contesti si dovranno applicare altre misure: il reperimento del locale pubblico dotato di computer, l’incoraggiamento alla collaborazione fra pari (anche con la collaborazione delle famiglie).
Un problema di altro tipo è quello della compatibilità fra dispositivi di marchi diversi. Poiché si tratta di un caso ricorrente, è bene che i docenti imparino a trasformare i propri file-testo nel formato dalla compatibilità più alta, ovvero il pdf, che però ha lo svantaggio di non essere facilmente modificabile. Per l’editabilità bisogna ricorrere ad ambienti cloud come Google Drive, che richiedono la semplice connessione alla rete e offrono piena possibilità di scrivere o di creare presentazioni digitali (anche in modalità collaborativa).
Gli “incidenti di percorso”, come il computer che viene bloccato da un virus o si rompe, sono risolvibili tramite un rapporto di chiara e fattiva collaborazione con i genitori: basterà stabilire la regola che in caso di problemi tecnici una brevissima comunicazione dei genitori sul diario funzionerà da giustificazione. In questo modo lo studente che è impossibilitato a consegnare il compito si sentirà tutelato e al tempo stesso si farà opera di prevenzione nei confronti di chi accampa scuse di tipo tecnologico per non lavorare quanto dovuto. La collaborazione dei genitori è preziosissima e non deve essere sottostimata dai docenti che fanno uso delle aule digitali.

Il fattore “controllo” si trova davvero al centro di molte possibili tensioni, nella gestione degli spazi digitali. L’aula virtuale, quando è usata nella didattica in modo appropriato, è simile ad una casa di vetro: il docente teme da un lato di svelare le proprie carenze tecnologiche e dall’altro sogna di acquisire il controllo totale dei processi (le richieste tipiche al formatore Edmodo sono: “Posso vedere chi viene a leggere i miei messaggi?”, “Posso contare il numero degli accessi all’aula virtuale?”), mentre l’allievo uso a “mimetizzarsi” per sfuggire alle richieste didattiche si sente improvvisamente al centro dell’attenzione.
Mi sembra importante sottolineare che il miglior controllo è paradossalmente nessun controllo, ovvero che i risultati migliori si ottengono quando al centro del processo di apprendimento non c’è il controllo bensì l’alta motivazione di tutti gli attori in gioco.

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