Novità da Varsavia – Alcune riflessioni emerse a inizio maggio nel Forum organizzato dalla Fondazione ECDL

  di Paolo Schgör

Responsabile certificazioni presso AICA __________________________

 p.schgor@aicanet.it

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Come ogni anno, anche nel 2015 la Fondazione ECDL ha radunato i rappresentanti di tutti gli organismi di certificazione che promuovono ECDL/ICDL nei vari paesi del mondo. Oltre ad alcuni nuovi indirizzi per l’aggiornamento dei servizi, ci è sembrato particolarmente interessante il confronto a livello mondiale sul tema “Computing in Schools”, del quale riportiamo alcuni brevi appunti.


Figura 1 – Un momento della relazione introduttiva di Damien O’Sullivan, AD della Fondazione ECDL.

ECDL ancora in crescita

Il copione del Forum ECDL annuale presenta in alcuni tratti una continuità tranquillizzante: per esempio nei consueti saluti iniziali (in un inglese non proprio spontaneo) delle autorità locali, a ricordare che anche in Polonia, come in moltissimi altri stati, il programma gode dell’apprezzamento e dell’appoggio del governo.
Superati gli aspetti di protocollo, spetta poi al capo della Fondazione ECDL introdurre i lavori: il suo primo messaggio riguarda la crescita dei servizi di certificazione, che ancora non suona particolarmente sorprendente; al di là di alcuni casi patologici di forte riduzione o sospensione delle attività in alcuni paesi del medio oriente (Libia, Siria, Yemen e altri territori affetti da gravi disordini), nel complesso aumenta la diffusione della patente del computer tanto nella “vecchia Europa” (ECDL) quanto nel resto del mondo (dove è chiamata ICDL).

Guardando invece all’evoluzione dei servizi, è interessante registrare la consapevolezza – ormai pienamente acquisita – del posizionamento di ECDL/ICDL nello spazio che fa da ponte tra il mondo della scuola e quello del lavoro; la Fondazione imposterà i nuovi sviluppi tenendo ben presenti le differenze di contesto, così da poter offrire un servizio più in linea con le diverse esigenze. Ci aspettiamo quindi per il futuro una confermata sintonia con le aspettative degli insegnanti e degli studenti, ma d’altro canto anche una maggiore sensibilità al punto di vista specifico delle aziende e degli enti pubblici, che si aspettano dai loro impiegati una crescente produttività nell’uso degli strumenti digitali.

Ma la notizia che ha destato maggiore sorpresa in molti dei delegati presenti, non solo in noi italiani, è emersa nell’ambito degli approfondimenti sul tema dell’insegnamento curricolare dell’informatica a scuola, a partire da quella primaria.

Chi ha mai parlato di coding?

I ministeri dell’istruzione di tutto il mondo stanno facendo i conti con l’onda lunga della trasformazione digitale della società. Ovunque (dalla Repubblica Ceca a Singapore, dalla Svizzera allo Zimbabwe, per citare solo alcuni esempi confermati da testimonianze dirette), si percepisce la spinta ad introdurre in tutti i percorsi scolastici almeno alcuni elementi di informatica culturale, di pensiero algoritmico, di approccio strutturato alla soluzione di problemi, di programmazione vera e propria.

Quest’insolito sincronismo, unito all’uso diffuso della parola inglese “coding” (spesso non tradotta, comunque da prendere come sinonimo delle forme più frequenti programming, software development, …) per dare una patina di novità a qualcosa di già ben noto da decenni, rende chi scrive persino un po’ sospettoso sui potenti interessi e tornaconti dei promotori dell’iniziativa, i cui nomi e volti risultano ben in evidenza sul sito internet www.code.org.
La Commissione Europea, da parte sua, sostiene con forza questa tendenza (https://ec.europa.eu/digital-agenda/coding-21st-century-skill).
Da ultimo, la cassa di risonanza dei mezzi di informazione, con le solite approssimazioni giornalistiche, contribuisce ulteriormente a far sembrare un gioco alla portata di qualunque dilettante quello che dovrebbe invece essere il frutto di un lavoro di anni (si veda ad esempio il recente e interessante articolo a firma di Federico Cella sul Corriere della Sera ).

E’ però evidente che, indipendentemente dal gioco delle parti, il tema in sé ha un grande valore sul piano prettamente didattico e formativo.

I primi della classe

Al di là delle etichette, come si può calare l’idea di una preparazione culturale informatica in programmi scolastici rivolti ad alunni di età diverse, diciamo dai 7 ai 17 anni? Ancora una volta sono i colleghi inglesi e irlandesi ad aprire la strada.
In entrambi i casi l’associazione nazionale di informatica ha offerto supporto e piena collaborazione a gruppi di insegnanti che hanno messo a punto programmi formativi più ricchi, che affiancano alle competenze d’uso (ECDL) anche alcune conoscenze sul funzionamento dei microprocessori e piccole esperienze di pensiero logico-algoritmico e di programmazione.
In particolare, il caso inglese spicca per il riconoscimento che la BCS ha ottenuto dal locale ministero dell’istruzione (Department for Education): si veda ad esempio il breve estratto di un documento ufficiale riportato in lingua originale.

Computing programmes of study: key stages 1 and 2 – National curriculum in England

“The national curriculum for computing aims to ensure that all pupils:

can understand and apply the fundamental principles and concepts of computer science, including abstraction, logic, algorithms and data representation;

can analyse problems in computational terms, and have repeated practical experience of writing computer programs in order to solve such problems;

can evaluate and apply information technology, including new or unfamiliar technologies, analytically to solve problems;

are responsible, competent, confident and creative users of information and communication technology.”

Anche l’Italia c’è…

Fra i vari interventi sul tema dell’informatica a scuola, non sono mancate due brevi relazioni da parte di colleghi italiani.

Andrea Covini, vicedirettore di AICA, ha presentato sinteticamente le numerosissime iniziative promosse dall’associazione, ciascuna delle quali meriterebbe un approfondimento specifico: dalle pubblicazioni (Mondo Digitale, Bricks) ai convegni (in primo luogo Didamatica), dai concorsi (Olimpiadi di Informatica, Webtrotter e molti altri) ai programmi di sviluppo e certificazione delle competenze (con tutta la gamma della Nuova ECDL, ma anche e soprattutto con la nuova proposta LOGIC, di cui si è già scritto su queste stesse pagine), fino alle proposte incentrate sulle figure dell’innovatore digitale (ICT4job) e dei professionisti informatici (EUCIP / e-CFplus) e a quelle indirizzate specificamente ai docenti (Problem Posing & Solving, Fare didattica nel Web 2.0, certificazioni PADDI e CertLIM…).

Su esplicita richiesta degli organizzatori del Forum, inoltre, è stato invitato a presentare una testimonianza diretta il responsabile di un Test Center scolastico: William Fasoli ha quindi raccontato come l’Istituto di Istruzione Superiore Jean Monnet di Mariano Comense ha organizzato la didattica curricolare delle competenze digitali, offrendo le certificazioni ECDL a tutti gli alunni, ma allargando anche il servizio all’intero territorio circostante; il Test Center è senz’altro un esempio di eccellenza non solo per i volumi e per il modello organizzativo, ma proprio per la capacità di estendere l’offerta formativa e di certificazione anche ad alunni di altre scuole non sedi d’esame, oltre a molti adulti interessati a titolo individuale o nell’ambito di iniziative promosse da aziende ed enti pubblici; tra questi ultimi, ci piace ricordare i progetti ECDL organizzati in collaborazione con la locale caserma dei Carabinieri, la Questura e l’Esercito.


Figura 2 – William Fasoli, responsabile del Test Center ECDL presso l’Istituto Jean Monnet di Mariano Comense.

Conclusioni

L’introduzione di elementi di informatica nei programmi scolastici è sempre stata auspicata dalle associazioni aderenti al CEPIS, e in particolare anche da AICA in Italia.
Per inciso, dopo anni di esortazioni inascoltate, il Governo italiano sta effettivamente proponendo – attraverso la riforma della “Buona scuola” – di dedicare tempo e risorse anche all’innovazione digitale e alla didattica laboratoriale (come descritto nell’art. 7 del disegno di legge A.C. 2994 “Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti” già approvato dalla Camera dei Deputati e ora all’esame del Senato).
Molte delle iniziative già in corso, nel nostro paese come nel resto del mondo, sono estremamente interessanti. Spesso hanno però il limite di una certa disorganicità, che può portare ad eccessi opposti: a fronte di tante proposte disparate, gli insegnanti possono risultare disorientati e concludere che si interesseranno all’argomento solo quando saranno disponibili indicazioni più chiare e stringenti; oppure possono scegliere di aderire all’uno o all’altro progetto in base a criteri di scelta personali, rischiando però in questo modo di offrire agli studenti un apprendimento anche profondamente sbilanciato in un senso o nell’altro.

Il valore dell’esempio inglese è che, attraverso il documento ufficiale (di sole 2 pagine!) citato nel riquadro, il governo ha indicato già nel 2013 gli obiettivi generali di apprendimento che affiancano elementi di programmazione e di informatica culturale (computer science) alle competenze digitali d’uso, necessarie per un futuro impiego lavorativo come per una partecipazione attiva alla società digitale.
A distanza di un paio d’anni da questo passaggio ufficiale, si misurano oggi gli effetti positivi di un’impostazione strutturata; molte scuole inglesi che in passato non avevano aderito ai programmi proposti dalla BCS, e anche alcune che si erano coinvolte inizialmente ma poi avevano abbandonato il progetto, stanno oggi lavorando a tutto campo sull’informatica, qualificandosi anche come sedi d’esame ECDL.

Dato il contesto, con un pubblico formato interamente da operatori nazionali ECDL/ICDL, a Varsavia ha fatto scalpore che proprio l’Inghilterra, ritenuta ormai un mercato maturo e in contrazione, sia tornata rapidamente in vetta alle classifiche mondiali per numero di nuovi candidati iscritti ai programmi di certificazione.
Essendo proprio l’Italia il paese che negli ultimi mesi ha dovuto cedere il primo posto al Regno Unito, non ci resta altro da fare che raccogliere il guanto della sfida, in uno spirito di competizione che ci spinga sempre al meglio… 

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