Didattica del fare. Fare per includere

  di Chiara Carletti

Antropologa culturale – Ricercatrice e collaboratrice presso la Fondazione Enrica Amiotti __________________________

www.fondazioneamiotti.org
chiara.carletti@fondazioneamiotti.org

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La scuola è il luogo in cui il presente è elaborato nell’intreccio tra passato e futuro, tra memoria e progetto.
(Indicazioni Nazionali, p.7)

Da dove nasce l’idea del progetto “Didattica del fare. Fare per includere”?

La Fondazione Enrica Amiotti (costituita con DPR 1380 del 1970, su proposta del Ministro della Pubblica Istruzione) intitolata alla maestra elementare Enrica Amiotti (1885-1961) ha come scopo l’identificazione, premiazione e diffusione delle buone pratiche educative, con particolare riferimento alla Scuola Primaria Statale. Negli ultimi anni le attività della Fondazione sono andate oltre l’identificazione delle eccellenze didattiche, per soffermarsi sulla loro analisi, documentazione e diffusione.
Ciò è avvenuto principalmente attraverso lavori di ricerca condotti in diversi Istituti del Nord, Centro e Sud Italia. È questo il caso del progetto “IBIDeM – Io Bambina Io Donna e Maestra” sulle pari opportunità e differenze di genere e del progetto “Didattica del fare. Fare per includere”. Inoltre, da fine marzo 2015, la Fondazione proseguirà la sua attività di osservatore attento di buone pratiche e metodi didattici attraverso il lancio di Rinascimente TV, la Web TV fatta dagli insegnanti per gli insegnanti, con il contributo dei ragazzi. Questa ha tra i suoi principali obiettivi, proprio quello di documentare e diffondere le esperienze di eccellenza della “didattica del fare”, mostrandone l’applicazione concreta con i bambini e le bambine, ed esplicitando obiettivi e processi educativi intrapresi dagli insegnanti.

Crediamo, infatti, che il panorama scolastico attuale sia ricco di docenti motivati e capaci di lavorare per progetti, così come numerose sono le scuole con una cultura “laboratoriale” solida, ma sempre pronta a rinnovarsi e reinventarsi per rimanere in linea con quanto chiede oggi la nostra società. È vero, siamo ancora lontani dal poter affermare che si tratta di prassi consolidate e messe a sistema, ma ci sono certamente delle ottime basi sulle quali far leva.
Grazie a queste esperienze si è delineata l’idea di una “didattica del fare”, che trova eccellenti applicazioni nella realtà quotidiana di molte scuole. Questo modo di insegnare, coinvolge attivamente i bambini nel processo educativo, attraverso iniziative didattiche che spaziano dalla robotica al circo, dagli orti didattici ai laboratori artistici e teatrali, dal digitale all’artigianato, dalle scienze alla musica e a tutte le arti performative. Poiché si ritiene fondamentale nella nostra concezione di scuola individuare degli elementi comuni, saperi ed esperienze condivise tra tutti gli attori coinvolti, in grado di favorire l’inclusione e promuovere una didattica di qualità, laboratoriale e inclusiva, la Fondazione Amiotti ha scelto di impegnarsi, in collaborazione con il Settore Educazione della Fondazione Ismu, nel progetto “Didattica del Fare – Fare per Includere”.
I risultati di questo lavoro sono raccolti in un Dossier digitale, che verrà distribuito anche in versione cartacea al Convegno “Rinascimente: la bella scuola possibile, che si terrà a Milano il giorno 21 marzo 2015. Il dossier vuole essere un primo strumento di divulgazione che documenta e descrive alcune pratiche che hanno come caratteristica comune la centralità data alla didattica attiva e agita, ritenuta uno strumento efficace per favorire l’inclusione, tenendo comunque conto di alcuni limiti e criticità.

Quali sono gli obiettivi del progetto?

“Didattica del fare” vuole produrre capacità riflessiva negli insegnanti, soffermarsi con loro a osservare le pratiche didattiche prodotte e individuate nel corso dell’a.s.2013/14 sia per coglierne e comprenderne l’effettivo impatto sulla realtà scolastica sia per condividere e mettere in rete il lavoro fatto.
Si è voluto quindi osservare se e in quali termini questi metodi e percorsi individuati promuovano una “didattica del fare” che sia laboratoriale, cooperativa e interculturale. Una didattica che faccia dei bambini e dei ragazzi i veri protagonisti del processo di apprendimento, valorizzando i loro talenti, le loro qualità e intelligenze (Gardner, 2010), in una prospettiva che sia appunto multiforme, tanto da abbracciare la più vasta gamma di linguaggi possibili, sia verbali sia non verbali.
L’obiettivo ultimo deve essere il benessere del bambino a scuola e all’interno di tutti i contesti in cui esso nasce, vive e cresce: da quello famigliare alla società in generale.
Ciò che vorremmo evitare è che tutto questo rimanga circoscritto a singole realtà scolastiche, seppur eccellenti. Si delinea così la necessità di individuare delle linee guida di riferimento in grado di garantire – o, quantomeno, incoraggiare – la trasferibilità e riproducibilità di certe pratiche. Crediamo sia importante far passare il messaggio secondo cui le eccellenze didattiche non devono essere l’esclusiva di pochi, ma piuttosto il patrimonio culturale comune di cui la scuola tutta – e, con essa, il territorio – deve godere e avvantaggiarsi. Fondamentale è dunque creare una rete tra insegnanti, istituti scolastici, enti territoriali e ogni altro attore coinvolto, perché tutti possano beneficiare, in egual misura, del lavoro, dello sforzo e della professionalità dell’altro. Guardiamo alla scuola secondo un’ottica olistica, nella consapevolezza che tante realtà, più o meno grandi, contribuiscono – ciascuna a modo suo – all’arricchimento di un patrimonio comune di cui un giorno potranno beneficiare i nostri figli. Ecco l’importanza della memoria, intesa come serbatoio di pratiche didattiche e di segni sul territorio, che conferiscono alla scuola un’identità, intesa come qualcosa di plurale, frutto del dialogo, della contaminazione e dell’incontro con l’altro. Quest’ultimo incarna le numerose facce della diversità, vista appunto come un elemento imprescindibile per prendere consapevolezza di sé e dei propri limiti e, di conseguenza, come un motore verso il cambiamento, la crescita e il miglioramento. Questo è il modello di scuola che dovremmo pretendere e, allo stesso tempo, contribuire a creare.

Rinascimente nasce proprio a partire da questa concezione. Essa incarna un’idea di scuola che sia una comunità di persone e “buone pratiche”, capaci di valorizzare i talenti, i linguaggi espressivi e le intelligenze di tutti. Qui si vuole insegnare ai bambini ad imparare a imparare, in accordo con le Nuove Indicazioni Nazionali e il Quadro europeo delle competenze, stimolando la loro curiosità, la loro capacità di mettersi in gioco, di vivere l’errore – quando c’è – non come un freno mortificante, ma piuttosto come uno stimolo a fare di più e meglio.
Mente, cuore, mani”, le tre parole d’ordine di Pestalozzi, devono concorrere tutte assieme allo sviluppo di una personalità armonica, proattiva, creativa, curiosa, appassionata che renda i bambini e le bambine protagonisti del processo educativo e, un giorno, artefici del proprio progetto di vita. Invitiamo tutti coloro che condividono questa concezione di scuola a firmare il Manifesto di Rinascimente, perché una bella scuola è possibile.


Figura 1 – Rinascimente, www.rinascimente.org

Il lavoro di ricerca: la scelta delle scuole e le attività di rilevazione

Nella sua prima annualità (a.s 2013/2014) il progetto “Didattica del fare. Fare per includere”, ha coinvolto quattro istituti scolastici del Nord, Centro e Sud Italia: Scuola Primaria G. Cena, del III Circolo Didattico di Perugia, l’IC Virgilio 4 di Napoli, l’IC Rinnovata Pizzigoni e l’IC T. Ciresola, entrambi di Milano. Dal prossimo mese di marzo, a questi si aggiungeranno altre sei scuole dislocate nelle seguenti città: Spoleto, Bastia Umbra, Cogorno (Genova), Verbania, Matera e Livorno.
A partire dai limiti emersi nella prima ricerca, in particolare l’esiguo numero di casi presi in esame e la possibilità di effettuare una sola osservazione, si è voluto supplire a queste carenze, riproponendoci di tornare sul “campo” con uno spirito in parte diverso da quello che ha guidato la prima parte del lavoro. Con questa seconda ricerca vogliamo sia andare oltre la mera descrizione e documentazione dei casi per iniziare a tracciare una riflessione teorica che possa fare da cornice alle esperienze fatte, sia interessare tutte quelle aree disciplinari e quei linguaggi che non sono ancora stati oggetto di analisi. Servono delle linee guida e degli elementi di trasferibilità capaci di dare vita a un circolo virtuoso di saperi, attività e sperimentazioni in grado di fare della scuola pubblica italiana una comunità educante, al cui interno operano persone, uomini e donne, appassionate e consapevoli del proprio ruolo e delle proprie responsabilità. A questi spetta il compito di “tirare su” le nuove generazioni. Sono quei piccoli semi quotidiani che si gettano con criterio e attenzione, valutandone i tempi e le possibilità, che andranno a costituire le “fondamenta” e, con esse, il “modus operandi” e il “modus vivendi”, dei futuri cittadini di questo paese.

Il lavoro di ricerca ha preso avvio con la segnalazione, per ciascuna delle 4 scuole individuate, delle pratiche didattiche ritenute più significative in termini di accoglienza, inclusione, valorizzazione delle diversità e gestione dei bisogni di tutti gli studenti. Per ciascuna di esse è stata fornita all’equipe di ricerca la relativa documentazione sulle varie attività e sul contesto scolastico. Sono dunque stati visionati i POF delle scuole, eventuali Protocolli e Progetti di Accoglienza, i Piani Annuali per l’Inclusione (PAI) e ogni altro tipo di documento prodotto dagli istituti presi in esame. Una volta individuate le otto pratiche oggetto dell’indagine e definiti gli strumenti di rilevazione, si è proceduto con la ricerca vera e propria.

Le pratiche analizzate in ciascuna scuola scelta

Per ciascuna scuola le pratiche didattiche analizzate sono state due: nella scelta si è tenuto conto delle diverse aree disciplinari alle quali esse afferivano, così come dei linguaggi e delle competenze coinvolte. Nel corso di questa prima annualità del progetto, le aree disciplinari prese in considerazione sono state quattro: logico-matematica, naturale-scientifica, espressivo-motoria (arti performative) e interculturale.
La prima ha interessato un solo caso di studio, il Math Lab o laboratorio di matematica. In una realtà complessa come quella dell’IC Virgilio 4 del quartiere di Scampia (Napoli), la scuola non solo si deve porre come il principale punto di riferimento e di aggregazione del territorio, ma deve costituire per i bambini e le bambine anche un’occasione di riscatto sociale, di consapevolezza di sé e valorizzazione dei propri talenti.
La scuola ha dunque il dovere di combattere la dispersione scolastica, creando legami e sinergie con il territorio e con chi lo abita e lo vive, anche nella sua drammaticità. Serve un collante che faccia sì che le esperienze fatte all’interno delle mura scolastiche non siano avulse e lontane dalla realtà quotidiana. In questo senso il Math Lab si dimostra un efficace strumento di inclusione, in grado di interessare, coinvolgere e stimolare gli alunni. All’interno del laboratorio questi hanno modo di fare matematica giocando, principalmente attraverso esperienze e oggetti di uso quotidiano.
I bambini vivono la matematica, la “sbriciolano” in tanti piccoli pezzetti, in una logica peer to peer, perché nel Math Lab tutti, insegnanti compresi, sono posti sullo stesso piano. Prevale una logica non giudicante e una metodologia che dà valore ad una matematica vissuta e agita, una matematica le cui regole vengono apprese prima in palestra, facendo del proprio corpo una delle tante modalità di apprendimento e, in un secondo momento, mediante il digitale, avvalendosi di vari supporti come, ad esempio, il sito www.atuttalim.it.


Figura 2 – Math Lab – IC Virgilio 4

La seconda area disciplinare, che abbiamo definito naturale-scientifica, ha interessato invece tre differenti pratiche: l’orto didattico dell’IC Ciresola, la fattoria e l’orto didattico della scuola Rinnovata Pizzigoni e il curricolo verticale di scienze del III Circolo Didattico di Perugia. Tutte queste pratiche vengono realizzate in una modalità che per certi aspetti potremmo ancora definire sperimentale: essa infatti si adatta a seconda delle situazioni e delle esigenze che via via emergono in una logica che valorizza il territorio in quanto risorsa per l’apprendimento. Appare evidente in tutti questi casi l’esigenza di dover documentare quanto fatto e progettato, ad esempio attraverso video realizzati in forma di TG, per quanto riguarda l’IC Ciresola, o la creazione di un’area all’interno del sito dell’Istituto, chiamata “Wikiprogetti”, finalizzata a testimoniare i percorsi fatti in diversi ambiti progettuali, in particolare quelli realizzati per il curricolo di scienze dalla Scuola Primaria G. Cena di Perugia. Qui è evidente come l’esperienza concreta sia messa al primo posto, tanto da anticipare il più delle volte la riflessione teorica.


Figura 3 – Orto didattico – IC T. Ciresola

Un’altra area disciplinare coinvolta è quella che afferisce all’intercultura e alle dinamiche gestionali e di gruppo, è il caso del laboratorio di “Video-tesina” dell’IC Ciresola e della pratica del “compagno accogliente” della Scuola Rinnovata Pizzigoni, quest’ultima incentrata sulla relazione tra pari, sebbene la famiglia costituisca comunque un ponte tra la scuola e la società, capace di suggellare un patto educativo tra due differenti agenzie formative che però, in egual misura, concorrono alla crescita relazionale e personale dell’individuo. Dare la possibilità a un alunno di accogliere un nuovo compagno, presumibilmente della stessa nazionalità, è un modo per consentire al bambino o alla bambina di usare e valorizzare le competenze linguistiche e culturali del paese d’origine e, quindi, rappresenta per lui o per lei un’occasione eccezionale per prendere consapevolezza di sé e della propria storia identitaria.
La video-tesina è di per sé un prodotto finale e concreto, che costituisce una perfetta sintesi tra ciò che i tradizionali libri di testo mettono a disposizione e gli interessi e le competenze dei ragazzi. Sono ancora una volta loro, gli alunni, i protagonisti del processo d’apprendimento. In questo caso partecipano attivamente, insieme ai docenti, alla costruzione del sapere.


Figura 4 – Esempio di Video-tesina – IC T. Ciresola

L’ultima area disciplinare oggetto della nostra analisi è stata invece quella espressivo – motoria, che ha visto protagonisti il percorso di didattica circense del III Circolo Didattico di Perugia e il laboratorio di Teatro-Danza dell’IC Virgilio 4, in una logica di valorizzazione di intelligenze e linguaggi differenti. Entrambi sono finalizzati alla produzione di un risultato concreto e tangibile che, in entrambi i casi, è dato dallo spettacolo finale. Qui i bambini sono messi alla prova di fronte a un pubblico vasto, fatto non solo da genitori. Ancora una volta coinvolgere il proprio corpo e le proprie emozioni, significa dover trovare un equilibrio tra la sfera “di dentro” e il “mondo di fuori”. Ciò indica che entrambe queste attività contribuiscono alla definizione del sé, consentendo ai bambini e alle bambine di scoprire i propri limiti così come i punti di forza. Si impara facendo, attraverso l’esercizio, per tentativi ed errori, questi ultimi vissuti come stimolo e come risorsa per proseguire e fare meglio. L’attività circense, in particolare, agisce sul livello di concentrazione degli alunni, fa sì che questi non temano la fatica, influisce sul controllo delle emozioni – come lo stato di ansia, incide sulla loro forza espressiva, consente a tutti di prendere consapevolezza delle proprie potenzialità, non lasciando indietro nessuno, facendo della classe un vero e proprio gruppo. 


Figura 5 – “Piramide umana”, laboratorio di didattica circense – Scuola Primaria G. Cena

In tutti questi casi siamo di fronte a una didattica agita da tutti i suoi protagonisti, alunni e insegnanti, che alla lezione e fruizione frontale affiancano, valorizzandola, l’esperienza concreta.
Ancora una volta, “corpo, mente e cuore” sono i protagonisti di una pedagogia attiva basata sulla capacità di fare, ma anche di imparare, dis-imparare e ri-imparare per l’intero corso della propria esistenza, sviluppando quattro “life skills” indispensabili per una crescita personale piena e consapevole. Questi sono: pensiero creativo, pensiero critico, collaborazione e comunicazione.
Riteniamo dunque che una didattica di questo tipo, concorra all’acquisizione di tutte le competenze chiave, prima fra tutte la capacità di imparare ad imparare. Il loro sviluppo deve essere il primo obiettivo di apprendimento che la scuola si deve porre. Questo processo di acquisizione delle competenze è simile e, sotto certi aspetti, intrinsecamente connesso, a quello identitario. Entrambi, infatti, proseguono per tutto il corso della nostra vita, adattandosi ai differenti contesti, selezionando quelle “risorse” che meglio realizzano i nostri bisogni, subendo processi di contaminazione che fanno di entrambi i concetti, seppur nel loro carattere fittizio e costruito, qualcosa di plurale, permeabile e dinamico.

Tenendo conto di quanto si è scritto in questo articolo, la Fondazione Amiotti e, con essa, Rinascimentecon il suo mandato di trasformare e migliorare la scuola italiana, ritiene che la cosiddetta “cultura laboratoriale” non debba costituire l’eccezione né porsi come un distinguo all’interno del panorama scolastico nazionale. Essa deve essere piuttosto intesa come un metodo didattico che meglio di ogni altro incoraggia e incentiva la ricerca e la progettualità; un atteggiamento incorporato nella “forma mentis” dell’insegnante, il quale ha il compito di renderlo quotidiano, costante e permanente. In altre parole esso dovrebbe divenire una “prassi didattica”, al pari di molte altre, efficacemente documentata, fatta oggetto di riflessione e resa, infine, trasferibile a quante più realtà possibili, secondo una logica di rete, cooperativa e sinergica.

 

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