Didattica della lingua spagnola nella scuola primaria

 

di Paolo Aghemo
in collaborazione con Elena Parra Gonzales

I.C. Via Giuseppe Messina, Roma
paghemo@gmail.com
CEIP -Valle Inclán Ceuta, España
elenitaparra@googlemail.com

Premessa

Sono un insegnante di scuola primaria dal 1992, a tempo indeterminato dal 1999.
Ho cominciato ad insegnare spagnolo nella scuola primaria dal 2001 essendomi abilitato nel concorso (1994/95) per tale lingua quando ancora non era in voga il ritornello delle famose “tre I” e le altre lingue (oltre l’inglese e il citato spagnolo ci si poteva abilitare per il francese, il tedesco e il portoghese, sempre per la scuola primaria) avevano pari dignità. Naturalmente essendo l’inglese la prima lingua straniera lo spagnolo viene inserito nella classe come attività progettuale badando di non scendere sotto i minimi delle altre discipline che insegno (italiano, storia più le educazioni).
Nella scuola primaria l’approccio ludico e in continua correlazione con l’esperienza quotidiana per il percorso di insegnamento/apprendimento facilita il coinvolgimento emotivo degli alunni creando un ambiente favorevole con un rapporto di complicità tra insegnante alunni.
Al di là degli stereotipi delle lingue1 (Chiari, 2012) sul carattere della lingua e sua relativa facilità o difficoltà, musicalità e caratteristiche fonetiche, l’idioma spagnolo ha avuto una diffusione documentata, interessa e piace molto.
E’ dunque nel quotidiano approccio al parlato, in varie occasioni, più che in un’ora specifica ad essa dedicata che si attua il percorso di insegnamento/apprendimento.

Didattica dello spagnolo nella scuola primaria quale approccio

Pur nelle difficoltà organizzative della scuola primaria, senza più compresenze e con aumento degli alunni che presentano difficoltà di vario genere (basta confrontare i tentativi ministeriali e delle scuole di dare una risposta attraverso le varie normative sui DSA e sui BES), ho continuato a portare avanti l’insegnamento della lingua spagnola all’interno delle attività didattiche.
Nel tempo, due cicli completi, una parte di un ciclo e uno appena iniziato, i risultati sono stati incoraggianti sia per gli alunni sia per il sottoscritto. Aggiungo qui alcune brevi testimonianze, una recente, di un ex alunno che comincia ora l’università, condivisa su un social network perchè è nel solco dell’idea che vorrei condividere: “Maestro!! Non so se si ricorda di me…come sta? Volevo dirle che ho iniziato l’Università Lingue nella società dell’informazione e come seconda lingua faccio spagnolo, la ringrazio per avermi trasmesso la sua passione e la bellezza verso questa lingua, quindi se ho fatto questa scelta è anche grazie a lei. Un abrazo”.
Da altri due alunni della stessa classe ho avuto altre due testimonianze dove, in situazioni diverse, hanno utilizzato con competenza gli apprendimenti della lingua parlata o, come dice Tiriticco, “della grammatica reale”. Il primo si trovava all’aeroporto di Amburgo con la madre per motivi familiari (in quinta primaria). C’erano due donne sudamericane di cui una aveva problemi di deambulazione e non riuscivano a farsi capire dal personale per chiedere la carrozzella di cui necessitava per scendere dall’aereo causa il loro scarso inglese. Il bambino si offre di parlare con loro tradurre alla madre in italiano le loro necessità, la madre poi avrebbe tradotto in inglese, così la situazione viene risolta con infiniti “gracias” e stupore delle persone coinvolte. Altro caso, la famiglia decide di andare in vacanza in Spagna (finita la quinta primaria) per l’entusiasmo che la figlia minore dimostra verso il paese e la lingua e per fare una bella vacanza. Al ritorno dalle vacanze l’ex alunna mi manda un messaggio dicendo di esser felice sia per la vacanza, ovvio, sia per aver fatto da tutor alla sua famiglia in più di un’occasione per la comprensione della lingua e nella traduzione di brevi frasi (cosa che mi verrà confermata dalla madre).
Ecco, forse anche per il fatto che questa disciplina viene affrontata da parte mia con una certa levità mantenendo un approccio ludico/esperienziale come metodologia principale senza tralasciare, certamente, l’aspetto fonetico, morfologico, sintattico della grammatica, a seconda del livello della classe e del grado scolastico. Ma questo in seconda battuta, solo dopo che, insieme con gli alunni, si è raggiunta una certa padronanza della lingua, della lingua parlata come si dice in gergo.

Un articolo di Maurizio Tiriticco andando in questa direzione sembra confermare questa scelta. L’articolo dal titolo “La lingua non si insegna, si apprende”, pubblicato su Education 2.02, parlando dell’apprendimento della lingua nella premessa dice che: “Pensiero, linguaggio, azione: per i bambini apprendere è un processo naturale; loro osservano ed emulano, capiscono e si fanno capire perfettamente, senza sapere cos’è un libro di grammatica. Ecco perché non si deve insegnare la grammatica dei libri, ma stimolare l’apprendimento della grammatica reale, che si costruisce nel fare e nel dire quotidiano! E se il fare quotidiano è quello della scuola, tanto meglio.
Tornando un pochino più indietro nel tempo, negli anni duemila, avevo seguito una discussione pubblicata sulla rivista Cervantes (di cui ho perso la copia per cui non ricordo la data e i riferimenti, mi è stato confermato che per mancanza di fondi non viene più pubblicata) in seguito ad un convegno tenutosi nella scuola spagnola di Roma al gianicolo. Gli insegnanti spagnoli si erano accorti che i loro alunni avevano un livello molto alto di competenza lessicale e grammaticale. Al ritorno dalle vacanze estive, nella loro città o paese di origine in Spagna, lamentavano difficoltà comunicative con i propri coetanei nello slang quotidiano, spagnolo.
La discussione fatta allora dagli insegnanti verteva sull’aspetto lessicale/grammaticale VS lingua parlata. Naturalmente trattandosi di scuola secondaria di secondo grado la conclusione è stata chiara, non c’è un VS ma un giusto equilibrio tra grammatica e linguaggio, anche quotidiano partendo da quest’ultimo però e non il contrario. Ciò vale ancor più per gli alunni della scuola primaria.
Ritorno a Tiriticco che nello stesso articolo citato sopra afferma: “un conto è la grammatica reale, quella che – se volete – si distingue in fonetica, morfologia e sintassi…” un conto “la grammatica, come sinonimo di analisi logica, dalla sintassi, come sinonimo di analisi del periodo”.
La citazione e il confronto con queste due discussioni mi viene in soccorso per confermare che la direzione scelta, che ho sinteticamente descritto, è quella giusta. Chiaramente bisogna sempre essere pronti a verificarla in itinere ed apportare gli eventuali dovuti cambiamenti.
Questo tipo di approccio, non dello spagnolo nello specifico ma di qualsiasi lingua straniera, lo definirei approccio quotidiano nel senso che viene vissuto, soprattutto alla primaria ma non solo, come se fosse trasmesso ad un bambino che apprende la lingua materna, dalla lallazione in poi. Se pensiero e linguaggio procedono di pari passo integrandosi e implementandosi a vicenda, come detto da Chomsky, possiamo aggiungere azione intendendo in tal senso una riscrittura quotidiana dell’esperienza del linguaggio per avviare un continuo arricchimento e consolidamento.

Possiamo provare a puntualizzare gli aspetti essenziali di questo approccio metodologico correlandolo con alcune riflessioni epistemologiche, in breve.

  • Il percorso didattico di insegnamento/apprendimento della lingua spagnola (vale anche per le altre discipline che insegno ma in modo specifico lo analizziamo per “el idioma español”) si basa su:
  • approccio quotidiano (cfr sopra) si basa sul metodo audiolinguale non in modo rigido e chiuso;
  • metodologia didattica costruttivista;
  • apprendimento significativo mediato dalle tecnologie dell’informazione;
  • gemellaggio eTwinning;
  • bilinguismo.

Vedremo in breve e nel dettaglio i vari punti elencati.

Approccio quotidiano

L’approccio quotidiano si basa sul metodo audiolinguale grammaticale con orientamento linguistico, è un metodo induttivo. In estrema sintesi il metodo considera il comprendere e il parlare gli obiettivi primari e centrali, il leggere e lo scrivere come due abilità successive. Non viene seguito in modo rigido, anzi vi è sempre l’apertura alla grammatica valenziale che pone il verbo al centro da cui dipendono tutte le espansioni o collegamenti come nome, aggettivi, avverbi ecc. (Cfr Grammatica valenziale di Tesnière) sempre basata sul metodo induttivo.
L’origine e lo sviluppo del metodo audiolinguale si data nel periodo della seconda guerra mondiale negli USA dove vi era la necessità d’insegnare più lingue straniere ai militari coinvolti nel conflitto, il progetto portava il nome di ASTPo The Army Method, ed ebbe una maggiore diffusione negli anni‘50/’60. E’ il risultato d’integrazione di numerose esperienze e ricerche. Tra le personalità di spicco citiamo Leonard Bloomfield, William Moulton (linguista/insegnante University of Princeton, nel 1960 ha coniato lo slogan del metodo), Robert Lado (docente di linguistica) e infine Burrhus F. Skinner (fondatore del comportamentismo).
Il metodo si basa sulla priorità assoluta di sviluppare la lingua orale con l’esposizione alla lingua parlata dai madrelingua, ove è possibile, e attività di parlato quotidiano. Risponde all’esigenza di imparare a comprendere i parlanti nativi della lingua in questione e a comunicare nell’idioma in un tempo abbastanza breve. I presupposti teorici si basano sull’impostazione data dal metodo dell’informant di Bloomfield, gli studenti ascoltano il parlante, imitano e memorizzano le sue espressioni, imparano ad usare la lingua ne scoprono il sistema grammaticale (linguista) in modo intensivo. Lo slogan di Moulton riprende quest’impostazione suddividendola in cinque punti:

  1. lingua parlata;
  2. abitudini;
  3. insegnare a parlare;
  4. la lingua è dei parlanti;
  5. le lingue sono diverse.

In questi punti s’inseriscono le teorie del comportamentismo di Skinner. L’aspetto innovativo di quest’approccio si situa nell’attenzione all’oralità, nell’utilizzo di frasi modello, nella rilevanza della ripetizione. Il discente diventa soggetto attivo nella lezione, anche se il ruolo dell’insegnante è sempre centrale ma diviene più tutor o coach (in ungherese le persone che accompagnavano la carrozza fuori dalla fabbrica sino all’attacco ai cavalli) che docenti. Si parte, come unità di base, dalla lingua parlata, dai building blocks, cioè da un insieme di elementi strutturalmente correlati analizzabili a vari livelli; la lingua viene analizzata e suddivisa in patterns, in modelli di costruzione.
L’obiettivo primario dell’insegnamento è quello di sviluppare la capacità comunicativa in lingua straniera, ha cioè un obiettivo comunicativo.
Calandolo nella realtà quotidiana significa partire da una pratica quotidiana molto semplice, parlando di scuola primaria ma che dovrebbe aumentare con un percorso a spirale crescendo il discente e il grado di scuola. Nella mia esperienza parto dai saluti, invece del saluto in italiano ci rivolgiamo i saluti in spagnolo al mattino quando si arriva oppure quando entro in classe (pur rimanendo coscienti che la maggior parte del tempo la passiamo ad apprendere l’italiano), poi si passa ad apprendere i numeri sino a 31 (all’inizio) e i giorni della settimana, a turno ogni alunno dice ad alta voce la data in spagnolo.

Seguono i mesi, l’osservazione del tempo meteorologico da aggiungere alla data. Tutto ciò in un ampliamento a cerchi concentrici e graduali partendo dalla classe prima, ogni giorno. Pian piano si ampliano le tipologie di saluto, si specificano, ad esempio se rivolto ad amici, ad adulti conosciuti ed adulti sconosciuti. Si amplia e specifica il lessico sul tempo meteorologico, si può passare a descrivere la propria situazione emotiva, e così via.
Ciò che dà valore e facilita nel tempo il passaggio dalla conoscenza alla competenza della lingua straniera è proprio l’approccio quotidiano, la pratica non lo studio che è successivo. L’uso e il riuso dell’idioma straniero in un contesto protetto, come quello della classe rende consapevoli delle proprie competenze e al momento opportuno si sentono capaci, alunni e docenti (sarebbe da aprire una parentesi su chi insegna una lingua straniera e non la pratica quasi mai …), di praticarlo in un contesto di vita fuori dall’ambiente scolastico.
L’aggiornamento degli insegnanti che insegnano lingua dovrebbe essere costante, non tanto sul leggere e scrivere seguendo le regole grammaticali, quanto sul comprendere e parlare, ciò significa poter fare dei corsi estivi possibilmente nei paesi di origine dell’idioma, per noi comunque relativamente vicini (Inghilterra, Irlanda, Malta, Spagna, ecc.) naturalmente come impegno reciproco del MIUR e dei docenti. Qualche anno fa feci un corso così e la scuola spagnola dov’ero era frequentata da molti docenti inglesi venuti ad apprendere lo spagnolo, una full immersion di 15 giorni con attività che favorivano la lingua parlata oltre le lezioni didattiche del mattino. Ma la full immersion linguistica il docente la può fare leggendo libri in lingua, ascoltando podcast, seguendo trasmissioni via satellite o in streaming. Con le ICT non mancano le occasioni, meglio se si hanno amici di madrelingua con cui scambiare quattro chiacchiere!
Credo che a ciò serva, in prima analisi, insegnare/apprendere una lingua straniera (vale anche per l’italiano?), la capacità di analisi grammaticale è successiva, come affermano Tiriticco, Sabatini, in modo particolare Lado, in forza anche del suo essere ispano-americano quindi bilingue per esperienza diretta personale. Mettiamo nell’insegnare una lingua, straniera in modo specifico, il comprendere e il parlare come obiettivi primari e centrali, il leggere e lo scrivere come due abilità temporalmente successive. Questo approccio si apre a metodologie nuove andando nella direzione noziofunzionale descritta da Wilkins, cioè nozioni e funzioni della lingua strettamente correlati, con cui gli alunni devono fornire una sintesi partendo dalle unità discrete della lingua. Un passo ulteriore ancora da approfondire.

Metodologia didattica del costruttivismo

Questa metodologia si basa su un cambio di paradigma ed è molto semplice da spiegare, più difficile da attuare nel nostro panorama scolastico quotidiano.
Una didattica costruttivista si basa sull’assunto che la nostra conoscenza della realtà è una costruzione individuale e sociale. Ciò implica che anche le discipline che insegniamo vengano viste come costrutto storico, testimonianza dell’evoluzione del rapporto dell’uomo col mondo. Ciò è ancor più valido per le lingue sempre in movimento, come si dice “vive”; insegnare una lingua come un insieme di regole eternamente fisse è un errore. Lo scorso anno per un progetto ho ricevuto da un’amica in dono un tema scritto dal padre nel 1923 (corretto dall’insegnante) ed ho fatto notare ai miei alunni come ricorreva il verbo avere ho, ha, hai scritto senza h e con la vocale accentata ò, à, ma anche l’uso frequente del passato remoto per fatti accaduti il giorno precedente o addirittura la mattina.
Significa dare un’impostazione storico-critica dei curricola che rende più chiaro il fatto che esistono modelli interpretativi diversi e che il significato di concetti chiave delle discipline possono variare (pensate mai a date ed eventi storici che ci sono stati insegnati come giusti ed immutabili anni fa nel nostro percorso scolastico?). Significa tener conto del radicamento e della diversità, legittima e profonda, culturali contestualmente alla possibilità di far evolvere i propri punti di vista e in ciò l’apprendimento di due lingue straniere portano un valido supporto.
Capita a chi si trova all’estero e s’immerge nella lingua parlata di cominciare a pensare nella lingua che si trova a parlare, di ritorno al paese di origine appena giunti si ha un breve momento di difficoltà perché si continua a pensare nella lingua parlata sino a poco prima.
Significa dare dignità e legittimità ai modelli di spiegazione dei propri alunni, negoziarne i significati per impostare una qualsiasi azione didattica, il nozionismo è inutile poiché non intacca le strutture concettuali dei discenti al massimo si sovrappone.
Significa anche mettere in campo un’attitudine metacognitiva e riflessiva che dia fondamento all’idea che serve un apprendimento costante durante tutta la vita.
Alla metodologia didattica costruttiva aggiungiamo quella collaborativa, in qualsiasi grado di scuola ma ancor più alla primaria, per far sì che ci sia uno scambio e un arricchimento di know how continuo fra pari, oltre il confronto con il coach.
Dunque se la conoscenza è legata al contesto ed alle attività dell’individuo e del gruppo, non può esistere una procedura d’insegnamento fissa e standardizzata. Il costruttivismo è una struttura teorica per mezzo della quale ricavare indicazioni sul significato dell’apprendere, sul cosa e come insegnare.
Resta difficile da attuare nella realtà quotidiana perché siamo in parte ancorati alla lezione frontale, pur con sforzi continui ed apprezzabili che cercano di allontanarla dal nozionismo. Il modello costruttivo spiazza soprattutto all’inizio perché l’insegnante si trova decentrato nel suo ruolo classico di docente, la classe assume il ruolo di protagonista del fare didattico, l’insegnante dev’essere in grado di svolgere il ruolo di accompagnatore sapendo in modo chiaro dove conduce il percorso che può subire deviazioni durante il percorso ma non si deve perdere. Lì sta il ruolo del docente/coach.
Nello specifico della lingua spagnolo significa lasciare che siano gli alunni a condurre il percorso quotidiano, una volta che se ne sono impadroniti, accettare le loro proposta avendo ben presente l’allargamento a spirale e guidandoli in questo progressivo inserimento di termini nuovi e indicazioni grammaticali.

Apprendimento significativo mediato dalle tecnologie dell’informazione

Su questo tema rimando all’articolo curatissimo di Barbara Bevilacqua – Apprendimento significativo mediato dalle tecnologie – pubblicato sulla rivista di Scuola IAD (n 4 – 2011).
Nell’articolo si fa un excursus sul costruttivismo e sull’apprendimento significativo riferendosi a Jonassen. Secondo Jonassen l’apprendimento dev’essere attivo, costruttivo, intenzionale, autentico e cooperativo. Un apprendimento attivo è quello che coinvolge direttamente l’alunno e lo coinvolge anche empaticamente nella costruzione della sua conoscenza in modo pratico, attraverso una manipolazione degli oggetti dell’apprendimento e l’osservazione dei risultati.
Dev’essere intenzionale, diretto al raggiungimento di un obiettivo e con carico emotivo. Inoltre dev’essere impostato in modo collaborativo e cooperativo fra pari. Tale tipo di apprendimento significativo è anche autentico. Gli studenti imparano meglio se sono impegnati in compiti autentici. Imparare la lingua spagnola inserendo nel quotidiano contesti autentici correlati al reale vivere quotidiano, dal saluto, al nome, alla data, al tempo meteorologico con una modalità a spirale, inserendo in modo graduale altri dati contestuali ed autentici che portano al risultato delle testimonianze descritte sopra.
Aggiungo solo l’aspetto delle ICT nello specifico di alcuni tools del web 2.0 per lo spagnolo. Naturalmente il riferimento principe per lo spagnolo è l’Istituto Cervantes che in Italia ha diverse sedi, tra cui quella di Roma (che è uno dei centri Cervantes europei dove si fanno più certificazioni DELE [Diploma de Español como Lengua Estranjera]) ed l’unico che può certificare il livello dello spagnolo raggiunto da parlanti non di madre lingua.
L’istituto Cervantes porta avanti varie attività ed ha un sito web ottimo con una ricca sezione dedicata alla lingua e all’insegnamento e, come anche accennato sopra, porta avanti degli eventi congressuali per discutere sulla lingua spagnola (simili a quelli dell’Accademia della Crusca) e sull’insegnamento per persone non ispano-americane, cioè per stranieri.
Nella sezione indicata si trovano sottosezioni dedicate alla formazione dei docenti, ad articoli di riflessione linguistica e glottodidattica ma anche ricche sezioni didattiche e tools web 2.0 da utilizzare con la LIM oppure in laboratorio d’informatica.
Tra questi segnalo AVE (Aula Virtual de Español) dove è possibile accedere ai corsi a seconda del proprio livello, sia in modalità online sia in presenza, vi sono corsi per adulti e per ragazzi. I corsi hanno un costo dato che portano alla certificazione secondo i parametri europei da A1 a C3. Ci si può linkare alla “Aveteca” dove vi è un repository interattivo delle attività svolte in passato e può essere una buona palestra dove esercitarsi.
Vi è poi una sezione di lettura passo a passo con tre livelli, iniziale, intermedio e avanzato dove scegliere dei libri da leggere online il testo con indicazioni iniziali, attività di verifica e comprensione del testo e link, nel testo, diretti alla spiegazione di una festa o altro evento storico culturale tipico spagnolo oppure a immagini del posto descritto. Vi è poi un forum dedicato alla didattica, modelli di esame per esercitarsi al DELE, un nuovo progetto con un podcast didattico e altre ancora.
La sezione che però più ci interessa nel nostro contesto è “Mi mundo en palabras”. E’ la sezione dedicata ai bambini dai 7 ai 9 anni, età indicativa, comunque a bambini che sono al primo livello di apprendimento dello spagnolo.
Cliccando sul mondo si apre una finestra, in flash, dove entrare nel mondo di Carlos che guiderà gli apprendenti sui diversi pianeti, ciascuno dei quali arricchirà il lessico centrato sul mondo dei bambini rientrando nella metodologia che abbiamo scelto.
Ogni pianeta aggiunge lessico in situazioni di vita dell’età degli alunni, diciamo dall’inizio della seconda alla fine della classe quarta primaria, e contiene esercizi di rinforzo e di verifica in itinere e finale. Si possono anche registrare delle parole per verificare la propria pronuncia. Il tutto è un percorso veramente interattivo. Funziona utilizzandolo sia alla LIM, in gruppo alternando gli alunni al completamento di parti del percorso con la penna a infrarossi oppure all’aula d’informatica se fornita di cuffie. Dove vi è il simbolo della stampante si può procedere alla stampa dell’esercizio.
Incollo qui la presentazione per docenti e genitori, definiti tutori, abbastanza comprensibile:

Mi mundo en palabras es un material complementario para el aprendizaje y adquisición de léxico dirigido a niños de a partir de 7 años de edad. Se trata de un material:
lúdico: todos sabemos la importancia de la diversión a la hora de aprender, especialmente en los niños.
Interactivo: la motivación aumenta si nos sentimos artífices de algo, si nos sentimos protagonistas. El usuario de Mi mundo en palabras interactúa constantemente con el material.
Centrado en el mundo del niño: es más fácil, útil y motivador aprender lo que nos interesa. Los contenidos desarrollados en Mi mundo en palabras están relacionados con las experiencias cotidianas de los usuarios.
Útil, en casa y en el aula: puede ser usado individualmente por los niños y también puede servir de apoyo al trabajo de clase. Entre los objetivos de este material destaca el de fomentar la autonomía del usuario, pero también el de proporcionar a los profesores y a los autores una herramienta de apoyo. Atractivo y claro: el grafismo, los iconos sencillos, vivos y sugerentes, las ilustraciones, facilitan una navegación intuitiva.
Abierto y flexible: el usuario puede utilizar el material a su conveniencia. Aunque existe un itinerario recomendado, el usuario tiene la posibilidad de establecer su propio recorrido según sus gustos y necesidades.

Esiste anche una ricchissima sezione di giochi didattici linguistici definiti “Pasatiempos de Rayuela” (potremmo tradurli come giochi della campana) sempre divisi per livelli con indovinelli, cruciverba e tanto altro.
Oltre il sito del Cervantes esistono diversi modi e tools per apprendere una lingua straniera online. Sono molti i podcast, spesso gratuiti, pensati con la metodologia audiolinguale o noziofunzionale, alcuni pensati e prodotti proprio per apprendenti italiani.
Si parte dall’ascoltare la pronuncia, Come si pronuncia, da una raccolta di materiale online con anche laboratori interattivi per i vari livelli come la “Red de la buena practica 2.0”, oppure come il portale Educamadrid, ricchi di varie attività suddivise per età da utilizzare anche alla LIM.Vi sono poi numerosi siti in inglese per l’apprendimento della lingua spagnola, tra i tanti cito Crickweb con le consegne in inglese per arricchire il lessico e Iwb language lessons con parecchi learning object per la LIM però a pagamento. Vi sono poi vari canali Youtube con video animati per apprendere l’alfabeto cantando, arricchire il lessico, fare esercizi. Un mondo ricco, interattivo, che rende positivo l’uso delle ICT per un apprendimento significativo. Vi è poi la possibilità di far vedere cartoni animati brevi o parte di essi su DVD, ascoltare ed apprendere canzoni, molto coinvolgente emotivamente, e audiolibri verso la fine del secondo ciclo della primaria.
Non mancano di certo imprecisioni ed errori ma sta alla capacità dell’insegnante di notarle e farle notare dai propri alunni.

Il gemellaggio eTwinning

E’ un elemento che crea una rottura nella didattica, anche attiva e costruttiva, del percorso quotidiano e annuale. E’ un momento di innovazione in se poiché inserisce l’elemento collaborativo con alunni di altri paesi europei ed un percorso conoscitivo, più o meno diretto, attraverso la lingua che s’impara, sia essa inglese o spagnolo, per arrivare a comunicare in modo semplice con coetanei che vivono in Spagna o in paesi che parlano il castellano.
In questo momento sono alla seconda esperienza di gemellaggio elettronico attraverso la piattaforma eTwinning. Tale piattaforma è ormai conosciutissima in tutta Europa ed ha contribuito alla nascita ed allo sviluppo di tantissimi progetti di gemellaggio tra scuole di ogni ordine e grado, anche in Italia ha avuto un aumento di iscrizioni e di attivazione di progetti notevole, molti anche con il riconoscimento del label del progetto. Alcuni di questi sono poi sfociati nel Comenius, progetto che consiste nello spostamento degli insegnanti amministratori del progetto nei paesi delle scuole aderenti per una conoscenza diretta ed uno scambio culturale e didattico molto importante, per una costruzione dell’Europa dal basso.
Il mio primo progetto eTwinning s’intitolava “Conocemos otra historias” (esiste ancora il blog) ed era basato sulle lingue spagnolo e italiano non avendo allora (2008) trovato una collega insegnante d’inglese che volesse aderire al progetto. La scuola che si era gemellata con la mia idea progettuale era in un piccolo pueblo dell’Andalusia. Se abbiamo oggi difficoltà di connessione a banda larga nelle scuole figuriamoci allora, soprattutto nel piccolo paese spagnolo (ma oggi sono più avanti di noi in Spagna nell’inserimento delle ICT nella didattica). Il progetto era molto semplice, basato su una conoscenza reciproca e con il blog con gli articoli bilingue e uno scambio di alcuni eventi significativi come, per esempio, la differenza delle tradizioni natalizie pur in due paesi di chiara marca cattolica. In Italia chi porta i doni è Gesù bambino, solo negli ultimi anni Babbo Natale, in Spagna sono i Re Magi. Interessante è stato l’aver conosciuto una tradizione primaverile andalusa. Le scuole celebrano “el dia de los poetas” annoverando tra i loro corregionali grandi poeti, basti citare Jimenez, Garcia Lorca, Rafael Alberti, Machado tra i più conosciuti. Tale giorno viene inserito nelle feste della primavera e viene preparato con molto entusiasmo a scuola. In quell’anno la scuola aveva coinvolto anche i genitori, per cui genitori e figlio producevano un loro componimento poetico partendo da una poesia data di uno dei poeti citati col tema la primavera. Tra tutte le poesie scelsero le più significative e stamparono un libretto che poi ci inviarono a fine progetto.
Da parte italiana gli alunni produssero delle poesie sulla Pasqua e sulla rinascita della vita in primavera.
Il secondo progetto è in corso di svolgimento ma ha una marcia in più perché è nato durante la partecipazione al seminario internazionale Vamos hablando tenutosi a maggio 2013 a Madrid e che ha visto la partecipazione di insegnanti di spagnolo scelti fra i candidati di cinque paesi europei.
E’ stata un’occasione per rinforzare nuovamente la pratica quotidiana della lingua, una tre giorni molto intensa che ha dato la possibilità di conoscere i sistemi educativi e scolastici degli altri paesi ospitanti e soprattutto di tessere relazioni e condividere idee da cui poi è nato il progetto. Tante le conferenze e plenarie così come i laboratori didattici tesi ad illustrare l’uso della piattaforma e vari strumenti del web 2.0 con cui poter realizzare le attività didattiche congiuntamente.
E’ nato così, in collaborazione con tre scuole spagnole, molto diverse tra loro per la loro collazione geografica e culturale (Segovia al centro Nord della Spagna, Mallorca, isola del mediterraneo dove la lingua principale è il catalano e Ceuta enclave spagnola in Marocco) e una inglese (Manchester) dove è richiestissimo lo spagnolo come seconda lingua.
Il progetto è stato da subito intitolato “Barrio europeo” (quartiere europeo) per dare l’idea della costruzione bottom-up a docenti ed alunni partecipanti di una costruzione dal basso dell’Europa e di un’Europa relativamente vicina come i caseggiati di un quartiere. Nel Barrio (qui la descrizione del progetto) ci sono le case, che rappresentano ogni nostra scuola/città colorate con le bandiere della nazione e della città, vi è l’ufficio postale, che rappresenta sia lo scambio epistolare, sia fisicamente con lo scambio di cartoline natalizie, vi è il museo, che rappresenta le tradizioni popolari del posto raccontate dai nonni, vi è il parco, che è rappresentato da un albero significativo del luogo, vi è infine il monumento che rappresenta la storia.
Il quartiere è rappresentato da un cartellone che si costruisce in itinere man mano che le attività vanno avanti ed è posto in ogni classe delle scuole dei tre paesi che vi partecipano. L’idea è piaciuta molto, è un dato di fatto che abbiamo richieste di iscrizione da altri paesi europei sia dell’est che dell’ovest.
L’entusiasmo e la partecipazione emotiva da parte degli alunni è molto elevata (per quel che riguarda le cartoline natalizie hanno voluto produrne più di quanto richiesto aggiungendo alla frase minima altri saluti e notizie in spagnolo) e l’allargamento ad altre classi ha costretto il sottoscritto a fare brevi lezioni di spagnolo relazionate al progetto.
Sono previste sessioni di conoscenza tramite google hangouts o skype. Si viaggia contemporaneamente con la costruzione di oggetti didattici cartacei e digitali da porre in piattaforma eTwinning e si pensa ad un blog più fruibile per diffondere tra i genitori tutte le attività oltre il Twinspaces.
Tali progetti sono molto arricchenti anche per i docenti che s’incontrano per programmare in chat nella piattaforma o tramite altri servizi web. Aggiungo solo che sul social network Twitter lo spagnolo è divenuta la seconda lingua con più cinguettii.

Il bilinguismo

Concludo brevemente inserendo quest’argomento di attualità poiché non credo esista più una classe senza almeno un paio di alunni bilingue, o sono rare. S’intendeva fino a poco tempo fa bilingue quella persona che ha genitori che parlano una lingua madre diversa, ma oggi tale limite tende ad essere superato perché sempre di più sono le famiglie che introducono, in età prescolare, la seconda lingua nella vita dei loro figli. Rientra anche tra i consigli della commissione europea ai sistemi educativi che devono formare individui in grado di parlare due lingue oltre quella materna.
La ricerca ha evidenziato che esistono molti modi diversi di essere bilingue e tutti ricchi di vantaggi. La definizione accettata nel sentito comune sino a poco tempo fa era del tipo “bilingue è chi parla due lingue come un monolingue” è riduttiva ed anche fuorviante. Infatti è basata sull’idea che un bilingue sia come un doppio monolingue, mentre invece non è così. Esistono un paio di classificazioni solo indicative su alcune categorie di bilinguismo e si basano la prima sull’età in cui viene introdotta la seconda lingua con tre sottosezioni, bilinguismo prima infanzia se la seconda lingua viene introdotta fin da subito, comunque entro i 3 anni; bilinguismo infantile se la seconda lingua viene introdotta dopo i 3 anni, anche a scuola; bilinguismo tardivo se la seconda lingua viene introdotta dopo la pubertà. La seconda è basata sulla padronanza della lingua che viene misurata sulla base di quattro competenze, Comprendere, Parlare, Leggere, Scrivere.
Il livello di padronanza di ognuna di queste aree per ogni lingua varia da persona a persona, a sua volta viene diviso in quattro categorie, bilinguismo bilanciato, se la persona capisce, parla, legge e scrive ugualmente bene nelle due lingue; bilinguismo dominante, se una delle due lingue è dominante con padronanza uguale o simile a quella di un madrelingua, mentre la seconda è più debole; bilinguismo sbilanciato, tipico degli immigranti, la cui lingua madre diventa poi la lingua secondaria, mentre la lingua appresa più tardi diventa la lingua dominante e spesso anche la sola nella quale si sviluppano tutte le competenze, incluso leggere e scrivere; bilinguismo passivo, in una lingua si sviluppano tutte le competenze, parlare, leggere e scrivere, mentre la lingua detta più debole viene compresa senza farne un uso attivo.
I vantaggi portati dal bilinguismo sono notevoli, tra quelli che interessano il nostro argomento, cioè l’introduzione di una seconda lingua, ove possibile, già nella scuola primaria, poniamo:

  • rende più facile l’apprendimento di ulteriori lingue in età successive, avendo già sviluppato una sensibilità per suoni, intonazioni, ritmi e strutture grammaticali diverse dalla lingua madre;
  • stimola l’intelligenza, il bilinguismo richiede uno sforzo e una flessibilità supplementare e stimola il cervello, di conseguenza i bambini bilingui imparano più velocemente a leggere e scrivere e hanno doti analitiche più spiccate;
  • un bambino bilingue è più consapevole di realtà e culture diverse, aperto e curioso verso le differenze culturali, più preparato a diventare cittadino del mondo in un mondo che si fa sempre più villaggio globale;
  • in futuro essere bilingue potrebbe ampliare le possibilità di lavoro o aprire nuove strade, la conoscenza di lingue straniere è sempre più una condizione necessaria per il successo professionale.

Vi sono associazioni di genitori con i figli bilingue che operano su questa strada e alcuni sono anche molto qualificati. Per lo spagnolo segnalo Meblis, fondatrice Carolina Ramos bilingue dalla nascita (spagnolo/inglese) ora italiana di adozione, docente di spagnolo e certificatrice DELE al Cervantes.
L’associazione si pone anche come ente formativo e di ricerca.

Conclusione

Spero di non aver annoiato il sol lettor, diceva Manzoni in una delle versione del Fermo e Lucia, prima di arrivare alla stesura di ciò che tutti conosciamo bene.
Molto semplicemente quest’articolo vuol essere una riflessione a voce alta sottolineando come, a volte, oltre MIUR, pochi soldi e difficoltà contingenti siamo noi docenti a porre troppi limiti alla didattica (quante volte sento non c’è tempo per progetti e laboratori, ma allora perché in altri paesi partono da quelli e i livelli confermano che gli apprendimenti sono più alti?).
Le occasioni ci sono e l’apertura mentale data da percorsi tipo questo, oltre una maggior padronanza di competenze ed una capacità di flessibilità mentale, rende gli alunni più sicuri e consapevoli e fa aumentare, mediamente, il livello di apprendimento.
!Entonces, hasta pronto y vamos hablando español juntos!

Note:

1 Chiari I (2012), Parlo spagnolo a Dio, italiano alle donne, francese agli uomini e tedesco al mio cavallo. Stereotipi sulle lingue nel tempo, www.academia.edu.
2 http://www.educationduepuntozero.it/didattica-e-apprendimento/lingua-non-si-insegna-si-apprende-4087832607.shtml.

 

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