Il supporto di ambienti online nella didattica: una questione di disciplina

di Manuela Delfino

Scuola secondaria di I grado sperimentale “don Milani” – Genova

 manuela.delfino@istruzione.it

Abstract

Il contesto dell’intervento è la didattica della storia e della geografia in una scuola secondaria di I grado sperimentale, in cui l’uso delle tecnologie è elevato. Ci si propone di riflettere sulle ricadute didattiche, ma anche sulle nuove domande e sfide che emergono, derivanti dall’aver introdotto un ambiente digitale di supporto alla didattica.
Per quale motivo un insegnante potrebbe creare un ambiente simile? Quali sono le competenze specifiche richieste ad un docente per poterlo gestire al meglio? Quali sono gli strumenti che possono aiutare un docente? Qual è il rapporto tra le peculiarità delle discipline storiche-geografiche e le opportunità offerte dagli ambienti online? Esistono delle configurazioni ideali e delle strategie per configurare al meglio tali ambienti? Quali ricadute cognitive, relazionali, emotive, tecnologiche possono esserci dall’uso di tali strumenti? Quali vantaggi e svantaggi? Nell’articolo si tenterà di rispondere ad alcune di queste domande.

Ve lo ricordate? Era lo scorso ottobre,  quando, nelle bozze del Ddl Stabilità, si iniziarono a intravedere disposizioni di cambiamento orario per i docenti  italiani; quelli della secondaria, in particolare, sarebbero passati da 18 ore settimanali di docenza a 24 ore.
Scuole mobilitate. Movimenti di indignati. E blog, e lettere, e messaggi, e cronaca; tanta cronaca di docenti che tentavano di quantificare il loro reale impegno: a quante ore di lavoro effettivo corrispondono 18 ore di lezione in classe? Nel calcolo, si faceva notare, andrebbero aggiunti: il tempo per preparare la lezioni; il tempo per predisporre i testi delle prove scritte; il tempo per la loro correzione; il tempo per la programmazione/progettazione/discussione con i colleghi del Consiglio di Classe e anche quello con i colleghi del Dipartimento (i docenti che insegnano la tua stessa disciplina); il tempo per i colloqui aggiuntivi con le famiglie; il tempo per… Ecco, appunto: il tempo per.
Lo scritto che segue riguarda un ambiente di supporto alle mie lezioni di storia e geografia in una scuola secondaria di I grado (che per amor di brevità chiamerò “media”, con la vecchia dicitura). E – lo anticipo subito – riguarda anche uno dei modi (uno dei tanti, a essere onesti) con cui noi docenti riusciamo a riempire le nostre serate, i nostri pomeriggi e i nostri week-end. Quanto segue tenterà di rispondere ad un’unica domanda: perché investire una parte del proprio tempo (non lavorativo) per gestire uno spazio online per i propri studenti, cioè per continuare a fare – quando serve, e quindi in molti casi da casa – il proprio lavoro di insegnante?
Come spesso accade, la risposta è già svelata nella formulazione della domanda: lo spazio online di cui parlerò è – per me – un investimento. E lo è per i miei studenti e per la mia didattica.

Antefatto

Per chi è abituato a usare il computer e, soprattutto, per chi ha partecipato a numerosi corsi di apprendimento a distanza, avere uno spazio online dove archiviare, condividere, poter modificare collaborativamente materiali e commentare è una prassi consolidata. Così non è – ovviamente – quando la propria didattica trova contesto in una scuola media. I miei materiali sono nel mio computer, per lo più facilmente accessibili con una connessione alla rete. Ma non è così per i miei alunni.
Mi sono bastati pochi giorni di docenza di ruolo (fatto non secondario: la prospettiva di un futuro in un contesto crea una differenza sostanziale) in una I media: dopo la consueta valanga di lamentele per le fotocopie perse, e di fronte ai disagi manifestati per l’assenza dalle lezioni da parte degli studenti, ho reagito attivando uno spazio online (accesso dall’URL http://geostoriamilani.pbworks.com/).
Per quanto all’epoca non lo avrei ammesso, quello spazio era soprattutto per me. Sarà per abitudine o per inclinazione, ma a me pare che sia oggettivamente più facile tenere ordinate le cartelle di un computer che i materiali  di un quadernone. Sia perché nel computer convivono serenamente testi di più formati, di più dimensioni e multimediali (non solo testi, dunque, ma anche immagini, audio, video, link), sia perché – con un po’ di pratica – accanto alle strategie di archiviazione si possono affiancare strategie di ricerca e ritrovamento di quanto già consultato e salvato.
Possibile obiezione: ma prima di insegnare a dei giovani studenti ad archiviare in uno spazio digitale,  non dovremmo insegnare a tenere in ordine un quaderno analogico?
La domanda è più che lecita, ma in una didattica che sta ridimensionando (ridimensionando, non accantonando) la centralità del libro di testo e che si affida sempre più a materiale vario, in molti casi multimediale, il quadernone rischia di diventare il luogo della frustrazione. Va bene come luogo della rielaborazione, dove si possono stratificare esercizi e appunti, ma non è più il luogo adatto per accedere alla fonte diretta, a ciò che si è visto/ascoltato. E poi, a voler cercare analogie con la nostra mente o la nostra società, è evidente che la metafora migliore è quella della rete, non quella del quadernone. Dunque, per imparare a fare ordine nelle proprie idee e nelle proprie relazioni, uno spazio condiviso, reale o virtuale, è il luogo ideale.

Di che ambiente stiamo parlando?

Uso PbWorks, nella sua versione Education (gratuita), con continuità, dal 2008. È affidabile, amichevole, sobrio: basti vedere il logo, all’insegna dell’anti-edonismo.
In origine si chiamava PbWiki e proprio del wiki ha mantenuto tutte le caratteristiche: ogni pagina di cui è composto l’ambiente è modificabile dagli utenti autorizzati a farlo e ogni modifica viene registrata in una cronologia, dove è consentito confrontare le modifiche apportate, sapere chi ne è l’autore ed eventualmente ripristinare una versione precedente (e ne viene data comunicazione via e-mail agli iscritti). Inoltre, ogni pagina è arricchita da un’area commenti, con struttura gerarchica.
Nello specifico, il sistema consente di scrivere le pagine, ma anche di allegare documenti di vari formati.
Se si opta per uno spazio chiuso, riservato agli iscritti (come nel caso dell’ambiente di cui sto parlando), le possibilità di iscrizione sono due: con nome utente e password oppure con account di posta elettronica e password. Questo è stato uno dei fattori che mi hanno spinta a optare per questo strumento. Non tutti i miei studenti, infatti, avevano un account di posta elettronica e non tutti i genitori erano del parere di creargliene uno o di delegare la scuola a farlo.
Quelli che sono elementi in apparenza negativi – l’aspetto austero, la struttura un po’ rigida, le opportunità grafiche limitate (i template della versione gratuita sono pochi) – si sono presentati fin da subito come dei vantaggi, riducendo le distrazioni  e la possibilità di perdersi in elementi di contorno.
Inizialmente gli studenti avevano un profilo di Writer (potevano aggiungere contenuti, caricare file, modificare quanto scritto nelle pagine), poi sono stati poi promossi a Editor (un editor, oltre a modificare i contenuti nei file, può anche eliminare i file stessi e cancellare i propri e gli altrui commenti). Il passaggio è stato graduale, ed è avvenuto in seguito alla consapevolezza acquisita da parte di alcuni di non poter compiere le mie stesse azioni. Il disagio riguardava soprattutto la possibilità di rinominare i file e di cancellare i propri commenti.
Lecito scetticismo: possibile che questo sistema non abbia difetti? Possibile che non ci siano strumenti migliori a parità di condizioni?
Esistono molti strumenti analoghi a PbWorks, su questo non c’è dubbio, e alcuni di questi forse sono migliori. Su tutti cito un altro ambiente di cui ho conoscenza diretta, Wikispaces, il cui pregio principale rispetto a PbWorks è la possibilità di creare sotto-gruppi di utenti. Personalmente, cambierei solo nel caso in cui ci fosse la possibilità di accedere ai log degli utenti, di analizzare i loro percorsi di indagine e lettura, di sapere quali documenti sono stati scaricati. Attualmente, per lo meno nella versione gratuita, l’unico dato a disposizione dell’amministratore di PbWorks-Education è la data dell’ultima connessione, elemento comunque importante, che – se rilevato con una certa costanza da parte del docente – fornisce un quadro di partecipazione alla vita online da parte degli utenti.
E poi non è male iniziare a piccoli passi, soprattutto se si è neofiti nella costruzione e gestione di ambienti di lavoro online condivisi, come spesso capita tanto ai docenti, quanto ai loro studenti. Un sistema semplice, ma con tutte le funzionalità essenziali, quale PbWorks, consente di “farsi le ossa” ed esplorare pregi e difetti di simili strumenti, prima di valutare se valga la pena passare a versioni più sofisticate – o, come si dice nel gergo di Internet, “fare un upgrade”.

Uno spazio in evoluzione

La struttura iniziale dell’ambiente, composta da poche cartelle (due disciplinari e una per le comunicazioni varie), si è  subito resa più complessa, per due ragioni. Innanzitutto perché con l’avanzare del tempo si sono aggiunte nuove materie oggetto di studio – come scuola sperimentale sono previste delle attività didattiche di tipo laboratoriale in compresenza di almeno due docenti – che hanno richiesto un proprio spazio. E poi perché gli stessi alunni hanno proposto alcuni cambiamenti organizzativi nella distribuzione delle pagine e degli allegati. Si sono resi conto che alcuni percorsi erano tortuosi e che lo spostamento di alcune pagine avrebbe risposto meglio alle attese di ricerca. Aspetti, questi, di gestione, organizzazione e rappresentazione della conoscenza che è importante alimentare e coltivare in aula, soprattutto con  esempi concreti, vissuti in prima persona.
Come ho avuto modo di scrivere altrove (Delfino, 2012), quell’ambiente, nato per rispondere all’esigenza di poter ritrovare il materiale usato a lezione, ha cambiato la propria natura. Pensato come archivio digitale, luogo in cui stratificare i documenti usati, ha acquistato il valore di un diario di bordo. I singoli documenti si sono arricchiti progressivamente: in orizzontale, con rimandi ad altro materiale (per es., link), e in verticale, con altro materiale costruito sul precedente, volto allo studio (per es., mappe concettuali, sintesi).
Il luogo di sicurezza dove ritrovare quanto effettivamente usato in aula è diventato spazio per l’approfondimento e la risposta alle curiosità. L’aver concesso – fin da subito – un ruolo attivo (di Writer e non di semplici Reader) ha creato le condizioni perché gli studenti potessero esprimersi liberamente. E quello spazio ha acquisito connotati e funzioni analoghe a quelle dei giardinetti, in cui i bambini possono, al contempo, socializzare e stare insieme, ma anche esercitarsi con il fine di far pratica e imparare a fare cose nuove, sia dal punto di vista strettamente tecnologico, sia dal punto di vista dei contenuti oggetto di studio.
Accanto alle pagine contenenti i materiali usati a lezione sono così sorte pagine dedicate agli approfondimenti, molte delle quali, se non create direttamente dagli alunni, da loro nutrite e vivacizzate: la pagina delle domande, la pagina delle due classi coinvolte, la pagina delle curiosità, quella della tecnologia, etc.
A fronte di questo attivismo, è lecito chiedersi se ci sia stata un’evoluzione nei comportamenti degli studenti. Lo strumento usato consente di rispondere a simili interrogativi?
PbWorks, come scritto, oltre alla possibilità di vedere le modifiche apportate dagli iscritti (es., variazioni ai contenuti, pagine create), consente di sapere a quando risale l’ultimo collegamento dei vari utenti. Questo dato dà modo al docente di monitorare, seppure in modo estremamente grezzo, il livello base di partecipazione al sistema. Non si ha modo – per lo meno nella versione gratuita – di sapere quali siano le azioni conseguenti l’accesso (per es., la lettura di specifiche pagine o degli spazi dei commenti, il download di file allegati, l’attivazione di link), ma si possono individuare alcuni tipi di utilizzo da parte di alcuni alunni: chi si collega solo in prossimità di una verifica/interrogazione; chi si collega nei giorni in cui è assente e scrive da casa; chi si collega quotidianamente e opta per una partecipazione “silenziosa”; chi si collega molto poco e quando lo fa invade ogni singolo spazio della sua presenza, corregge e modifica le pagine, aggiunge commenti, tenta di interagire con gli altri partecipanti.

Il valore aggiunto

L’ambiente online è una proposta per gli studenti, uno spazio in cui, oltre a consultare e reperire materiali, possono avere un ruolo più attivo. Possono, non devono: per quanto invitati a partecipare e animare lo spazio, gli studenti non sono tenuti a possedere un computer che sia connesso alla rete (anche se nella scuola sembra che al più ci siano un paio di alunni sprovvisti di tali strumenti).
Dal punto di vista del docente, l’ambiente online consente di perseguire e realizzare obiettivi di personalizzazione e individualizzazione che si traducono, dal punto di vista degli studenti, in possibilità di interazione con i compagni e con i docenti sia sui contenuti specifici della disciplina (di cui parleremo a breve), sia sugli aspetti di socializzazione.
La mancanza di vincoli nella gestione dei tempi e degli spazi consente, infatti, a ciascuno dei partecipanti di trovare interessi e motivazioni al loro fare. È così che gli alunni più timidi hanno trovato uno spazio per parlare con i compagni e sentirsi accolti; che i più lenti a terminare gli esercizi assegnati sono riusciti a completare il loro lavoro; che i più vulcanici e pieni di idee sono riusciti a creare pagine stravaganti su temi di loro interesse, che hanno coinvolto altri studenti.
In tutti questi casi, come docente, io ho sollecitato la partecipazione e cercato di sottolineare l’importanza di queste loro azioni, ringraziando chi metteva il materiale prodotto a disposizione dei compagni, chi formulava una domanda o chi scriveva una risposta, etc.
Con mio grande stupore, nell’arco di un anno e mezzo ci sono stati pochi screzi a distanza, si è trattato per lo più di liti nate in classe e proseguite online. Un dato contro il luogo comune per cui l’interazione online prolungata genera mostri, sempre e comunque: molto, se non tutto, dipende dallo strumento usato e dal modo in cui lo si gestisce.
Tutto quanto scritto finora risponde alle esigenze illustrate nelle premesse alle “Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione” (del settembre 2012 e apparse sulla Gazzetta Ufficiale n. 30 del 5/02/2013). Tra queste vale ne cito alcune.
In primo luogo, l’allargamento dell’orizzonte territoriale della scuola: avere uno spazio di comunicazione condiviso consente al gruppo classe di incontrarsi in differita, con i vincoli e le possibilità della comunicazione asincrona, in un movimento doppio che porta da scuola a casa  e da casa a scuola.
Inoltre, la creazione (o il mantenimento) dell’alleanza educativa con i genitori: per quanto lo spazio sia degli studenti, i genitori devono essere necessariamente informati del fatto che parte del tempo speso al computer è per motivi scolastici. Nel caso della mia piattaforma, il passaggio successivo all’accesso con nome utente è quello dell’accesso tramite account di posta elettronica: questo consentirà agli studenti  di ricevere via e-mail le notifiche delle modifiche apportate  e di capire più rapidamente se qualcuno ha risposto alle loro domande, di tenersi aggiornati con maggior facilità.
Infine, l’acquisizione e il consolidamento di competenze legate alle TIC, tramite la predisposizione di un bagaglio di competenze digitali vissute in prima persona e non solo raccontate: la continuità nell’uso diretto di uno strumento consente di far emergere numerosi temi e problemi legati alle capacità di base nell’uso degli strumenti, sia del punto di vista strettamente tecnologico (per es., nelle pagine online si è parlato di come risolvere il problema dei file troppo pesanti, dei formati dei file, della scelta delle password, dei diversi software utili per realizzare obiettivi analoghi), sia dal punto di vista delle capacità comunicative e relazionali (per es., le regole d’uso della comunicazione a distanza, la riflessione sulla lingua della comunicazione mediata dal computer e sul suo ibrido tra scritto e orale), sia dal punto di vista dell’educazione ai media e alle modalità di analisi e fruizione.

Questioni di disciplina

Un ambiente online come quello finora delineato sembrerebbe essere del tutto neutro rispetto alla disciplina insegnata. In parte è così: uno spazio così configurato potrebbe essere utile per i docenti di tutte le discipline, e infatti, nella scuola in cui insegno, molti colleghi hanno attivato spazi analoghi per le discipline scientifiche, tecnologiche, linguistiche, etc.
Tuttavia, ci sono alcuni punti qualificanti, specifici del rapporto tra lo spazio online e la storia e la geografia.
La pluralità di fonti alla base di entrambe le discipline trova nella rete una sede privilegiata ed è più naturale attivare rimandi e colloquiare con queste fonti a partire da uno spazio che già vive nella rete. A questo si aggiunge il fatto che attraverso la rete si può nutrire il colloquio tra il presente e il passato, con un occhio di riguardo a ciò che ci accade intorno. Da un lato la cronaca e gli eventi del presente possono trovare uno spazio di contatto con i contenuti trattati a lezione, dall’altro ci sono fatti che – indipendentemente da nessi espliciti – possono avere spazi di rilevanza. Per esempio, di recente ho creato una pagina dedicata alle imminenti elezioni elettorali (Figura 1).
Inoltre, diventa naturale evidenziare ed esplicitare, anche grazie a link ipertestuali, l’inscindibilità della storia e della geografia. Nello spazio online della mia classe sono presenti cartelle distinte per le due discipline, ma accade molto spesso che siano i ragazzi stessi a rilevare come questa distinzione sia una costrizione insoddisfacente e, in alcuni casi, non utile. È probabile che in futuro modificherò questa struttura, chiedendo agli studenti di farsi promotori di altre strategie di organizzazione del sapere archiviato online.
A questo si aggiunge la possibilità di lavorare e giocare sui materiali tipici della geografia: in particolare, sulla cartografia. Senza scomodare altri ambienti, siti e programmi adatti per la didattica della geografia, che sono ampiamente usati in aula, ma che non sono oggetto di indagine in questa sede, per un po’ di tempo la prima pagina dell’ambiente online ha accolto la raccolta di immagini che richiamavano le carte geografiche (vedi Figura 2). Il mio obiettivo di lungo termine era la riflessione sul messaggio culturale veicolato dalle immagini e le considerazioni sul fatto quanto anche le immagini relative alla rappresentazione del nostro mondo siano sempre portatrici di un’idea (e un’ideologia) e di una visione del nostro mondo. Per ora si tratta di un gioco, leggero e di successo. I miei studenti ancora non sanno che, oltre a divertirsi, stanno preparando il materiale su cui lavoreremo nel prossimo anno scolastico.
Uno spazio online condiviso aiuta a sviluppare capacità di riflessione e di argomentazione, così importanti per lo studio della storia. La scrittura collaborativa di testi; la risposta a domande impegnative, che richiedono risposte complesse; l’analisi di documenti (non solo testuali) in cui si devono distinguere causa ed effetto: tutti esercizi che hanno un ruolo importante in aula, che possono essere ripresi a casa per ritornare nuovamente in aula (vedi Figura 3).
Infine, la creazione di uno spazio di questo tipo si pone in linea di continuità con la sperimentazione di una didattica per competenze realizzata nell’ambito dei dipartimenti disciplinari e interdisciplinari caratterizzanti il progetto di sperimentazione della scuola (Dondero, 2013; Progetto Wikischool).

Conclusione

Tutto rose e fiori, dunque? In questa esperienza e per il momento, sì, abbastanza. Ma non è un automatismo, quanto piuttosto il frutto di scelte azzeccate, un po’ per fortuna e un po’ per esperienza pregressa, unite a un contesto particolarmente adatto (la scuola sperimentale in cui lavoro) e alla prassi di non chiudersi mai la possibilità di cambiare le cose in corso d’opera.
Se dovessi sforzarmi di distillare alcuni suggerimenti di carattere generale da questa esperienza, due sarebbero le mie indicazioni principali (ma naturalmente molte altre verranno in mente ad altri docenti impegnati in simili esperienze).
La prima è di evitare il sovraccarico cognitivo e relazionale. Per quanto la tentazione sia forte, non si può esagerare con link, collegamenti e materiali, perché si rischia di appiattire tutto e trasformare uno spazio di condivisione e riflessione in un “pollaio” online. Ogni materiale, se valido, merita tempo per essere approfondito, compreso, contestualizzato; e se non è valido, non ha senso inserirlo.
La seconda è di esplicitare il più possibile i riferimenti a quanto accaduto in aula, scrivendo i nomi dei ragazzi per chiamarli in causa, sottolineando le parole da loro usate, riformulando le loro stesse domande, coinvolgendoli in prima persona, facendo capire che quanto si trova in quell’ambiente è un’eco dell’esperienza in aula, e non un pacchetto che esula dal vissuto della classe. Detto in modo più astratto, si tratta di abbattere la dicotomia virtuale/reale, giacché ciò che avviene in rete è parte della realtà tanto quanto ciò che succede in classe.
A queste condizioni, ci sono buone probabilità che l’uso di un ambiente online allarghi l’orizzonte della didattica in modi significativi e talvolta imprevisti, ma sempre positivi. E pazienza se questo farà lievitare il monte ore lavorativo del docente, senza alcun corrispettivo economico nella sua retribuzione: confidiamo tutti che, prima o poi, il valore sociale di un sistema scolastico di eccellenza venga riconosciuto, tanto dalla politica quanto dall’opinione pubblica. Nel frattempo, continuiamo a lavorare nottetempo con i nostri studenti per cambiare il mondo – il loro e il nostro, in primis.

Fig. 1. – La pagina sullo speciale elezioni 2013

Fig. 2. – La prima pagina dello spazio online nel periodo prenatalizio. La parte cancellata è il cognome dell’ultimo alunno che aveva modificato la pagina.

 

Fig. 3. – Un esempio di discussione iniziata in aula e proseguita online.

 

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