Le sette fasi di un progetto integrato di uso delle tecnologie nella scuola – L’esperienza del Fermi di Mantova

di Pierfranco Ravotto

pierfranco.ravotto@gmail.com

Intervista a Cristina Bonaglia

DS del Fermi di Mantova (dirigente@fermi.mn.it

 

Nella mia lunga frequentazione con le scuole che fanno innovazione non mi era ancora capitato di avere contatti con l’istituto Fermi di Mantova e con la sua dinamica dirigente, la Preside Cristina Bonaglia. Ma, mentre preparavamo questo numero, mi è capitato di vedere un video su YouTube: “Le 7 meraviglie del Fermi”, un bell’esempio di comunicazione multimediale: 3 minuti per dire molte cose importanti.

 

Quali sono queste sette meraviglie? 

  1. Il cablaggio, realizzato dagli studenti stessi durante gli stage estivi nel 2008.
  2. Il registro elettronico, introdotto nel gennaio 2009.
  3. Le aule multimediali con le LIM copyleft installate nell’estate 2009.
  4. La libreria digitale (2009-2010).
  5. Un PC per ogni docente (dalla primavera 2010), un netbook per ogni studente (dall’anno scolastico 2010-2011).
  6. Le classi virtuali, dal 2010-2011.
  7. Il libro di testo personalizzato (negli anni a venire).

L’immagine che il filmato trasmette è quello di un progetto organico in cui gestione della registrazione delle assenze, condivisione di risorse didattiche fra i docenti, introduzione delle LIM, netbook sul banco, ambiente di eLearning, … sono tutti elementi connessi in un progetto integrato in cui la scuola si fa permeare dalla tecnologia, la usa come supporto per semplificare le procedure e per aumentare l’efficacia dell’intervento formativo. 

Avremmo potuto chiedere che ci raccontassero l’esperienza del Fermi sul numero 1 di Bricks, dedicato alle LIM, o sul 2, gli eBook, o sul 3, la cartella digitale, o sul 4, ambienti di eLearning anche se loro usano Docebo e non Moodle su cui noi avevamo centrato il numero, … ma la loro esperienza sembra fatta apposta per questo numero dedicato a siti e servizi web nella scuola. Un numero in cui parliamo di tecnologie, ma avendo ben presente quanto mi dice subito Cristina Bonaglia, la DS che intervisto nella bella sede del Fermi a Mantova:

Tutti i discorsi sulle TIC hanno senso solo se a monte c’è una visione della scuola. 

Per noi è stato fondamentale  un seminario promosso dall’ADi nel 2009: “Da Socrate a Google. Come si apprende nel nuovo millennio”. Ci ha aiutato a definire un’idea di scuola che punti al miglioramento dell’apprendimento rispondendo ai nuovi bisogni di apprendimento da parte degli studenti attuali, nativi digitali, bisogni che sono diversi diversi da quelli dei loro predecessori. Se non ci si pone questo obiettivo si rischia la dispersione nei rivoli della tecnologia e non può essere questo lo spirito di una direzione scolastica.

 

Fig. 1 – Il dirigente scolastico dell’Istituto Fermi, Cristina Bonaglia

 

Cosa intendi, dicendo che questi giovani hanno bisogni di apprendimento diversi?

In primo luogo c’è la questione dell’attenzione. Paolo Ferri parla di “distrattenzione”. Ricerche dicono che questi giovani hanno una fase di concentrazione molto limitata, fra tre e sei minuti. La domanda è come posso tenerli incollati per i 60 minuti della lezione. Non possiamo far scuola senza tenerne conto di questioni come questa. E’ la scuola che deve adeguarsi agli stili di apprendimento di questi giovani. Perché non può riuscire ad ottenere il contrario. Sarebbe una battaglia persa in partenza; non a caso aumentano gli abbandoni.

Non possiamo fare una scuola che non sia come la vita che vivono fuori della scuola, e loro imparano anche fuori. Il problema è il disagio che sempre più spesso si manifesta nei confronti della scuola, troppo diversa rispetto alla loro vita. Noi dobbiamo far sì che non stiano male a scuola …

Anzi: occorrerebbe riuscire a far sì che a scuola si “divertano”.

Esatto. E per questo devono sentirsi in un ambiente familiare in cui si trovano a loro agio. Avere in mano un Netbook da loro un senso di normalità, mentre spesso le nostre aule sono ancora quelle di secoli fa.

L’aspetto che mi piacerebbe comunicare con questo articolo alle altre scuole – le dico – è come avete saputo mettere in pratica queste idee. Un conto, infatti, sono esperienze di un singolo insegnante o di un gruppetto di insegnanti, con un gruppo di studenti, un conto sono singole iniziative – l’allestimento del sito della scuola, l’introduzione del registro elettronico, i tablet in una o due classi, … – un conto è l’integrazione di questi diversi aspetti in una dimensione che è quella di un intero istituto.

E, dunque, come avete proceduto?

Abbiamo realizzato diversi passaggi che abbiamo evidenziato anche nel video. Il primo è stato il completo cablaggio dell’istituto. Questo è un nodo essenziale che non tutte le scuole sembrano aver colto pienamente. So di scuole che non hanno ancora internet nelle aule e hanno aderito al progetto “generazione web” acquistando i netbook per gli studenti. Ma non te ne fai nulla se non hai almeno il cablaggio della scuola. La scuola digitale non è prendere appunti sul netbook anzichè sul quaderno.

Il cablaggio è la condizione di partenza, e non è acquisita una volta per tutte; occorre ripetutamente tornarci perchè un conto è il cablaggio di base, un altro è sostenere un’utenza di 1.000 alunni che potrebbero collegarsi tutti contemporaneamente. Quest’anno abbiamo dovuto raddoppiare l’ADSL in ingresso.

Dopo questa fase uno, del cablaggio, siamo partiti con un progetto che avevamo chiamato il ”tagliacarta”, un progetto di dematerializzazione della documentazione e di semplificazione dei processi. Ma avevamo chiaro che si trattava solo di una fase di passaggio in vista di una possibile digitalizzazione dei contenuti didattici e in genere di informatizzazione della didattica.

La dematerializzazione ha riguardato sia le segreterie che gli insegnanti. Abbiamo, in particolare, sostituito il registro cartaceo con il registro elettronico. E questo vale sia per il registro di classe che per quello personale. Ad ogni insegnante abbiamo dato un Netbook in comodato. 

Mi interesserebbe sapere come hanno reagito i docenti. Immagino che ci sia stata opposizione da parte di alcuni. Ci sono insegnanti che quasi si vantano di non saper usare il computer. Come avete fatto a convincerli?

Ho presentato la proposta in collegio docenti e l’ho fatto affrontando direttamente quelli che potevano essere i timori relativi alla tecnologia. L’ho fatto partendo da una vignetta, per sdrammatizzare. Ma ho cercato di spiegare come si tratti di un passaggio che dobbiamo necessariamente fare. Siamo partiti a metà anno con una task force di volontari. Poi l’anno successivo lo abbiamo reso obbligatorio per tutti.

E’ normale che qualcuno fosse spaventato. Ho messo a disposizione, per qualche ora alla settimana, un tutor per chi ne aveva bisogno. Ma è stato decisivo riuscire a far avvertire agli insegnanti il beneficio dell’innovazione. Dopo i primi giorni mi è capitato che una delle insegnanti più spaventate mi abbia detto: "Che bello posso inserire i voti anche da casa". Gli insegnanti sono contenti soprattutto perché i genitori adesso vedono i voti dei loro figli quasi in tempo reale.

Importante è far vedere la terra promessa. 

Il dirigente scolastico come Mosè.

In qualche modo sì: c’è un popolo da muovere. 

Ho fornito sostegno a quelli con difficoltà pratiche, ma soprattutto ho puntato a far apprezzare il miglioramento che ne derivava per il lavoro degli insegnanti. Certo, tutto è stato facilitato dall’abitudine che c’è in questa scuola – sviluppata già quando io ero qui come docente – di lavorare insieme. Noi siamo abituati a programmare per materia, a definire il numero di prove da fare nell’anno, il tipo di prove e la griglia di correzione.

Perseguiamo la trasparenza, e il registro elettronico è una tappa di questo percorso.

Chi può consultare il registro e cosa può consultare?

Ogni insegnante mette i suoi voti e può vedere solo quelli; solo il coordinatore, prima degli scrutini, può guardare la situazione in tutte le materie. I genitori possono, ovviamente, consultare solo i voti del proprio figlio. E gli studenti possono consultare il registro quando diventano maggiorenni. L’informazione accessibile non è solo relativa ai voti, ma anche agli argomenti svolti durante le lezioni, cosa che può essere molto utile a chi è stato assente.

L’attività di dematerializzazione non si ferma, comunque, al registro. E’ anche questa una attività in progress, ogni anno allarghiamo l’intervento. Adesso abbiamo eliminato anche il libretto delle giustificazioni.

Riprendiamo allora il filo del discorso: fase 1 il cablaggio, fase 2 la dematerializzazione dei documenti (registro, libretti, …), e poi?

La fase 3 ha riguardato la didattica ed è stata una conseguenza necessaria: c’era internet in ogni classe e i docenti avevano un computer. Ovvio che dicessero “proietterei un power point”, “mostrerei un filmato”. In quelle condizioni basta già un videoproiettore e un muro bianco ed hai un mondo davanti. In ogni classe abbiamo collocato un videoproiettore e una  LIM. Era l’estate del 2009. Per poter sostenere i costi di una LIM per classe siamo ricorsi a LIM fatte in casa: il proiettore puntato su una normale lavagna bianca, doppia, in modo che metà funga da LIM e l’altra metà possa essere usata in modo tradizionale; un pennarello a infrarossi, e-beam, un apparecchietto attaccato alla lavagna.

E’ importante che la LIM sia in tutte le classi. Come dice Ferri, che per noi è stato un maestro,  le tecnologie devono essere diffuse e invisibili. Le classi non devono spostarsi nell’aula attrezzata con la LIM, la LIM deve essere disponibile nella classe per essere usata quando serve.

Con la LIM in classe si è posto il problema delle risorse didattiche da utilizzare con la LIM.

Siamo arrivati, se ben capisco alla fase 4, quella della libreria digitale.

Esatto. La LIM richiede contenuti digitali. Molte risorse si trovano insieme, altre le hanno prodotte i docenti del Fermi. Seguendo la nostra tradizione di lavoro insieme, abbiamo creato un luogo in rete in cui condividerle.

Abbiamo creato un’area riservata del nostro sito con cartelle per i dipartimenti, accessibili agli insegnanti della scuola. Nel primo anno solo un 20% dei docenti vi ha depositato qualcosa. Poi via via si sono aggiunti altri altri. E via via è stato inserito anche materiale prodotto dagli alunni stessi. E’ la libreria digitale della scuola, una miniera per tutti a ulteriore riprova dell’idea che si va da qualche parte andandoci insieme. 

Un 20 di insegnanti non ha ancora inserito nulla. Ma tutti la usano.

E con questa disponibilità di risorse didattiche digitali si può passare alla fase 5, è così?

E’ così. Il passaggio successivo è stato quello di chiedere ad ogni studente di munirsi di un netbook. Così gli studenti possono essere maggiormente coinvolti nelle attività, possono cercare in rete, possono collaborare, possono diventare maggiormente protagonisti del proprio apprendimento. Le tecnologie aiutano a far diventare la didattica attiva, a rendere attivo l’apprendimento.

Gli insegnanti usano metodologie diverse. Molti, per esempio, puntano sul cooperative Learning, con gli studenti divisi in gruppi, che devono svolgere determinate attività, magari con la divisione dei compiti nel gruppo. Altri chiedono agli studenti, a turno, di diventare docent: ti do il materiale e tu prepari la lezione per i tuoi compagni.

Cambia il setting d’aula, cambia la concezione dello spazio aula, a seconda del tipo di attività i banchi vengono ridisposti. Quindi non la classica aula comportamentista, con i banchi rivolti alla lavagna – o meglio: non sempre, in qualche momento può essere utile anche quella – ma un’aula costruttivista con i banchi scomposti e ricomposti in base all’attività. E’ un contesto in cui il ruolo del docente cambia, diviene un tutor che accompagna l’apprendimento.

E con questo arriviamo anche alle classi virtuali.

Con una sempre maggiore disponibilità di risorse didattiche digitali è naturale il passaggio di metterle a disposizione degli studenti.

Noi abbiamo la piattaforma Docebo: in corrispondenza di ogni classe fisica abbiamo creato la sua classe virtuale dove gli studenti inseriscono le risorse utili per i propri studenti e dove chiedono agli studenti di inserire compiti e ricerche.

Quando preparano materiali i docenti li provano con i propri studenti, li migliorano … quando sono validati dalle classi li inseriscono nella libreria mettendoli a disposizione dei colleghi per un uso nelle altre classi.

L’uso di Docebo è andato oltre qualsiasi mia aspettativa. Lo usa il 100% dei docenti, ovviamente a livelli diversi. C’è chi si limita ad appoggiarci i materiali, chi ne fa un uso più intenso. L’esperienza ci dice che la motivazione degli studenti aumenta: trovano utilissimo avere a disposizione la lezione dell’insegnante quando devono studiare. Io dico che la scuola li raggiunge nelle loro camerette.

Torno alla tua iniziale domanda sui bisogni: questi ragazzi sono abituati a condividere. Passano la giornata sui social network, si scambiano la musica, i film, i compiti. Sono ragazzi e bambini abituati ad accendere il computer e a condividere. Sarebbe una potenzialità enorme se la scuola sapesse sfruttarla, invece la scuola tende a farli lavorare ancora in modo individualista. 

Ebbene, le classi virtuali vanno in questa direzione. Per i docenti è un grossissimo salto dire condividete i contenuti, per i ragazzi è la loro modalità.

Ringrazio la Preside per il tempo che mi ha dedicato e lei mi affida a due insegnanti di matematica, Emanuela Trentini e Annamaria Sbarbada, che mi accompagnano in giro per la scuola. Per prima cosa vedo i dispositivi in cui, all’ingresso, gli studenti devono passare i loro badge. La presenza è subito segnalata sul registro elettronico, il docente deve solo controllare che lo studente indicato come presente a scuola sia effettivamente in classe. Per gli assenti parte, in modo automatico, una segnalazione via SMS al genitore. 

Non ci serve più che il genitore ci dichiari, tramite il libretto delle giustificazioni, di essere a conoscenza dell’assenza del figlio. Siamo già certi di questo e così risparmiamo non solo carta ma anche tempo.

 

I badge, mi spiegano, non servono solo per il registro. Possono essere utilizzati per pagare il bar/mensa o per fare le fotocopie utilizzando le fotocopiatrici a disposizione.

Poi, le due colleghe mi accompagnano nelle aule dove vedo le LIM “fai da te” e – di fronte ad un monitor in sala insegnanti – mi mostrano l’area del sito riservata ai docenti con gli avvisi, le riunioni colleglali, l’accesso alla sistema di posta interno all’istituto e con due altri importanti elementi: le prenotazioni per i colloqui (i genitori li prenotano attraverso il sito) e la libreria dei materiali didattici.

 

Fig. 2 – L’area del sito riservata ai docenti.

Trovo molto interessante la libreria dei materiali didattici. In primo luogo perchè la condivisione di risorse aperte è un tema su cui sto lavorando da anni, a partire del progetto SLOOP, Sharing Learning Object in an Open Perspective, in secondo luogo per l’interpretazione “ordinata” che ne hanno dato al Fermi. Ogni insegnante può caricare una risorsa didattica ma è poi il coordinatore dell’area disciplinare a valutare se è il caso di renderla disponibile a tutti o se su quell’argomento ne esistono già altre e migliori, o se prima della condivisione è opportuno un miglioramento della risorsa stessa. Ed è ancora il coordinatore a catalogare la risorsa.

Così quando un docente accede all’area delle risorse disponibili, non deve navigare in un insieme di risorse compiute e di semplici bozze, orientandosi fra titoli dati in modo disparato, ma si trova davanti ad un insieme organizzato, quindi agevolmente consultabile, utilizzabile senza perdere tempo, secondo la filosofia che ho imparato a riconoscere, quella di convincere che la digitalizzazione non appesantisce, ma al contrario facilita il lavoro docente.

 

Fig. 3 – Un esempio: l’area contenente le risorse di matematica.

 

Mentre giro per la scuola c’è un altro aspetto che mi colpisce: i colori. Sono in tinte vivaci gli schienali delle sedie, le pareti dei corridoi, gli armadietti a disposizione di ogni studente: è una scuola molto più colorata di tutte quelle che ho visto in tanti anni. Anche questo, penso, è un elemento organico di una strategia rivolta a far sentire a proprio agio lo studente: la scuola non come “estranea” ma come parte del proprio ambiente.

Condividi!
Share On Twitter

You may also like...

Lascia un commento

Show Buttons
Share On Facebook
Share On Twitter
Share On Google Plus
Hide Buttons