I nomi e i verbi – Intervista a Marc Prensky sull’uso dei dispositivi mobili

di Pierfranco Ravotto e Giovanni Fulantelli
pierfranco.ravotto@gmail.com, giovanni.fulantelli@itd.cnr.it

 

 

 

 

 

 

Fra i tanti relatori invitati a WISE 2011 c’era Marc Prensky, che, sul suo sito, si definisce come Visionary, Inventor. Author, Speaker, Consultant, Futurist, Learning designer, Game designer.

Abbiamo avuto l’occasione di fargli una breve intervista per Bricks.

Hello, Marc. Dedicheremo il prossimo numero della rivista Bricks alla cartella digitale. Ovvero a come utilizzare didatticamente, in classe e a casa, dispositivi quali i netbook e gli iPad.  Ci piacerebbe una tua opinione a questo riguardo.


Bene. Per prima cosa penso che l’essenziale sia comprendere il ruolo di queste tecnologie. Per quanto ne capisco si tratta di parlare di nomi e di verbi. I netbook, gli iPad, gli iPhone sono i nomi. I verbi sono “comunicare”, “pensare criticamente”, “presentare”, “convincere”. Sono verbi importanti nell’educazione. E non cambiano. Sono i nomi che cambiano spesso.
Quindi prima di tutto occorre pensare ai verbi dell’insegnamento. Poi ai nomi che in questo momento sono più adatti. Ma occorre essere ben coscienti e flessibili, perché i nomi cambiano ogni anno. Se oggi decidi che il meglio sono gli iPad … bene: non lo saranno più l’anno prossimo. I nomi cambiano di anno in anno mentre i verbi rimangono gli stessi.
Questo è il primo punto. Il secondo è che penso ci sia un eccezionale valore nell’avere tutto in un unico piccolo dispositivo, ancor più l’iPhone che non l’iPad. Perché gli studenti possono metterselo in tasca e non si rompe. E per loro quello schermo è sufficiente. Ci sono così tante capacità in un iPhone. Gli adulti tendono a dimenticarlo! Dimenticano di avere in tasca una videocamera, un registratore, le mappe … ma i giovani non lo dimenticano. La questione allora è, cosa cambia nell’educazione, quando hai tutte queste cose in tasca, quando hai in tasca strumenti di una potenza mai vista prima?

Tu pensi che l’uso di questi dispositivi mobili possa facilitare il “creative thinking”?

Non è solo questione dei mobile phone. E’ la combinazione di tutte le tecnologie che abbiamo che può fare di questa generazione la più creativa del mondo. Perché questi sono strumenti creativi. Sono strumenti che, se hai un’idea, puoi immediatamente mostrarla al mondo, migliorarla, lavorarci sopra con altre persone. Sì, quindi si può incoraggiare le persone ad essere creative, si può allenarle – Marc usa il temine  “to coach” – ad essere creative.

La questione dei nativi digitali, o meglio delle conseguenze didattiche dell’avere studenti nativi digitali, è fonte di discussioni nella scuola italiana. Qualcuno forse pensa che essendo gli studenti “natives” non sia necessario educarli all’uso della tecnologia. E qualcuno attribuisce a te questa responsabilità, l’aver introdotto il mito dei nativi digitali.

Quando parlo di “digital natives” parlo di una cultura, una cultura che hanno acquisito crescendo in un certo contesto, esattamente come voi ne avete acquisito una per il fatto di essere cresciuti in Italia, o  in una specifica parte dell’Italia, piuttosto che negli Stati Uniti.
Hanno confidenza con la tecnologia. Ma questo non significa che conoscano tutto. C’è sempre bisogno che qualcuno mostri loro come si fanno le cose, si tratti di un amico o di un adulto. Sono abituati ad usare questi strumenti, questi “nomi”. Ma questo non vuol dire che non abbiano qualcosa da imparare sui nomi.
Ma, soprattutto, quello su cui la scuola deve lavorare sono i “verbi”.

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