La società aperta e i suoi nemici nell’editoria scolastica

di Agostino Quadrino
Direttore Editoriale GARAMOND Editoria e Formazione

aquadrino@garamond.it


In molti settori della cultura italiana, incluso quello dell’istruzione che qui ci interessa, l’innovazione è un tema ottimo per fare bella figura in convegni e seminari accademici, ma del tutto estraneo, in pratica, alla mentalità, alla cultura e agli interessi della classe dirigente pubblica e privata, che nulla vuole alterare negli assetti correnti e nelle gerarchie di potere costituite e incrollabili.

Prendiamo ad esempio il tema del costo dei libri di testo scolastici e dei possibili risparmi che si otterrebbero se si riuscisse a superare (anche in classe, dopo che ciò è accaduto in quasi tutti gli altri ambienti sociali e comunicativi) l’epoca del supporto materiale e della modalità analogica di trasferimento del contenuto.

Vediamo i numeri, prima di tutto. Il totale della spesa per i libri di testo in Italia è di circa 750 Milioni di Euro all’anno, versati ogni anni in contanti dalle famiglie alle librerie e cartolerie di “scolastica”. Il mercato dei libri di testo però è solo apparentemente libero e concorrenziale. In effetti, soffre di una progressiva concentrazione che vede quattro o cinque gruppi maggiori detenere quasi il 70% delle quote totali (i primi quattro gruppi editoriali – Rcs, Mondadori, Zanichelli, e Pearson Paravia – ricavano circa 100 milioni di Euro ciascuna, all’anno, con quote stabili da 15 anni…), mentre negli anni settanta c’erano almeno dieci gruppi che si ripartivano non più del 50%. Cosa che ha indotto l’AGCOM un paio di anni fa ad aprire un’istruttoria di verifica della fondata ipotesi di accordi “di cartello” fra i gruppi dominanti, a tutto discapito della competitività economica per i consumatori, ovvero le famiglie, che spendono centinaia di euro all’anno, per libri costosi e pesanti che sono di regola utilizzati al 30-50% o anche meno, e che l’anno successivo sono sempre più spesso fuori gioco per via delle cosiddette “nuove edizioni”, che hanno la funzione di renderli invendibili come usato.
Inoltre, secondo una ricerca di McKinsey di qualche anno fa, fatto 100 l’importo speso dalle famiglie italiane per libri di testo, in Olanda si spende 82, in Spagna 67, in Francia 57, in Germania 22 e in Inghilterra 21. Una differenza vistosa e difficile da capire e giustificare.

Se si passasse seriamente al digitale, con una cifra pari alla metà della metà della metà si potrebbero realizzare contenuti digitali interattivi molto più efficaci del testo cartaceo, e molto più in linea con i linguaggi familiari ai giovani di oggi.

Ma su questo possibile processo evolutivo gli editori tradizionali associati all’AIE sono molto recalcitranti. Due anni fa ci fu anche un progetto ministeriale finanziato per 2 milioni di euro per la sperimentazione di libri di testo elettronici e eBook, ma poi il progetto fu bloccato, il finanziamento sparì, senza che se ne sia saputo più nulla.
In realtà, con il digitale tutto è già cambiato. Con internet e contenuti in formato elettronico – già in larga misura utilizzati da milioni di studenti italiani tutti i giorni per il loro studio a casa su Wikipedia, Youtube e molti altri social network – la tecnologia favorisce l’accesso a servizi condivisi, a contenuti aperti e ad una molteplicità di materiali che rendono all’utente molto più economico ed efficace l’uso di contenuti in formato digitale, sotto forma di eBook, learning object o contenuti wiki. Far finta di non accorgersene o negare che sia tempo di cambiare l’offerta di contenuti di studio per la scuola è irrazionale e anche – in prospettiva – controproducente per chi vuole continuare a fare l’editore anche al tempo della rete, dell’iPad e del Kindle.
Per questa ragione Garamond ha comunicato la sua uscita dall’Associazione Italiana Editori (AIE), struttura che raggruppa la gran parte delle case editrici scolastiche italiane e che rappresenta istituzionalmente gli interessi corporativi delle editrici scolastiche che tendono a perpetuare lo status quo, che peraltro rende assai bene in termini di ricavi, margini e sicurezza di investimenti, garantiti dal fatto di sapere in anticipo quante copie stampare ed avere certezza di continuità di vendite per almeno un triennio.
Garamond al contrario ritiene oramai maturo il tempo di configurare in modalità del tutto innovative l’offerta di contenuti didattici alla scuola italiana, puntando decisamente non solo sul formato digitale (eBook e Learning Object) ma proponendo l’abbandono del meccanismo del “libro di testo in adozione” a favore di nuove forme di fornitura di servizi alle scuole, basati sull’accesso a piattaforme web e contenuti condivisi, in una logica di accesso alle risorse multimediali immateriali e non più di acquisto di beni materiali, rigidi, pesanti e molto più costosi di un file o di una password.

Abbiamo chiamato questa nuova forma di accesso ai contenuti “Social Learning” e lo proporremo alle scuole italiane a partire da quest’anno, in concomitanza con l’entrata in vigore di una recente normativa ministeriale che prescrive alle scuole di adottare esclusivamente “libri di testo” in formato digitale.
Siamo convinti che le posizioni espresse da AIE sul tema siano rappresentative di una sostanziale resistenza al cambiamento, ai fini della difesa di rendite di posizione consolidate nel mercato tradizionale dei libri di testo, in una logica di chiusura all’innovazione e mera tutela di interessi protetti e consolidati di chiara impronta corporativa, in evidente contrasto con la direzione dell’innovazione sociale e gli interessi degli utenti e dei fruitori ultimi del servizio editoriale, ovvero gli studenti stessi degli anni ’10 del nuovo secolo.
Siamo anche fortemente persuasi che sia maturo il tempo per fare un sostanziale salto di qualità nella strutturazione dell’offerta di contenuti didattici, abbandonando il meccanismo del “libro di testo in adozione” che, in un contesto di contenuti immateriali e di rete, a nostro avviso non ha più alcun senso: la tecnologia favorisce l’accesso a servizi condivisi, a contenuti aperti e ad una molteplicità di materiali che rendono all’utente molto più economico ed efficace l’uso di contenuti in formato digitale, sotto forma di eBook, Learning Object o contenuti wiki.
Tutto ciò in una logica di conoscenza come bene comune, in cui è inevitabilmente messo in discussione lo stesso concetto di proprietà privata del contenuti e di copyright nel settore della manualistica didattica, in cui invece le nuove forme di licenze Creative Commons appaiono più rispondenti alle esigenze del settore educativo.
Abbiamo in più occasioni provato a sostenere la tesi della necessità di guardare in faccia al cambiamento in atto prima che sia troppo tardi, avanzando proposte innovative (marketplace di contenuti digitali per le scuole), sollecitando a vari livelli e in varie sedi i responsabili dell’Associazione e i rappresentanti di volta in volta chiamati a partecipare ad incontri con i referenti ministeriali, senza purtroppo riuscire ad ottenere l’attenzione che a nostro avviso tali tematiche imporrebbero.

Il rischio effettivo più grave, secondo noi, è proprio l’immobilità, che potrebbe rivelarsi nel tempo medio controproducente per chi volesse continuare a fare l’editore anche nella scuola e nella società dei prossimi anni, quando tutti avranno lettori di eBook, iPod e iPad, tablet PC e connessione alla rete in mobilità e always on. E Garamond intende continuare a fare l’editore anche quando carta, inchiostro e magazzini saranno definitivamente soppiantati da reti, bit e formati digitali, ovvero da domani, se non già da oggi.
Infine, un’ultima notazione, a proposito della progettazione e della produzione di contenuti digitali. Spesso, anche a livello di responsabili ministeriali, si sente parlare di “auto-produzione” dei contenuti, ovvero del fatto che dovrebbero essere gli insegnanti stessi a progettare ed elaborare le unità didattiche digitali da utilizzare con computer, tablet e LIM. Credo che anche su questo punto sia utile fare un po’ di chiarezza, partendo magari da qualche esperienza biografica.
Prima di fare l’editore con Garamond, ho avuto modo di stare in classe da insegnante per 15 anni ed anche di essere autore di diversi libri di testo (di religione, per le medie e per le superiori, di ampia diffusione). Ebbene, il mestiere di chi insegna è una cosa, quello di chi produce contenuti è un altro. Nel primo si mette in gioco la capacità di mediare fra contenuti disciplinari, istanze educative e strutture cognitive degli alunni, nel vivo di una situazione data; nel secondo si producono analisi e sintesi su oggetti generali, raccogliendo e strutturando materiali in funzione dei diversi processi di insegnamento e di apprendimento, avvalendosi del solo linguaggio simbolico-rappresentativo. Due attività molto diverse, evidentemente, che richiedono conoscenze e attitudini professionali molto diversificate.
Se poi consideriamo le competenze tecniche che sono necessarie per realizzare contenuti digitali multimediali, si comprende bene come queste non possano essere date per scontate nel profilo professionale dell’insegnante medio (tranne eccezioni, naturalmente), per non parlare del versante relativo al riconoscimento economico che eventualmente sarebbe dovuto a chi investe tempi anche molto lunghi per realizzare tali contenuti.

Pertanto, se è assolutamente vero che il singolo insegnante può realizzare alcuni strumenti didattici con i propri studenti, è altrettanto certo che questo non può essere certo sostitutivo della produzione digitale professionale, ampia e ricca, che solo strutture editoriali dedicate possono fornire.
Il fatto è che in Italia nessun editore tradizionale vuole investire seriamente in questo settore – avendo interesse solo a difendere rendite di posizione nel mercato del cartaceo – e parallelamente l’amministrazione pubblica non investe quasi nulla per dare impulso a tali innovazioni, come invece accade in tutti i paesi esteri in cui l’editoria digitale scolastica ha fatto passi da gigante (non solo Francia, Germania, UK, ma anche Polonia, Romania, Portogallo, …).
Va anche aggiunto che gli editori tradizionali individuano il loro punto di valore nel contenuto “chiuso”, protetto da copyright, mentre è indubbio che i contenuti digitali debbano essere ripensati in una logica editoriale aperta, con licenze che consentano la libera condivisione e manipolazione dei contenuti stessi, secondo quanto è più connaturato alla forma digitale. Ma su questo le resistenze sono ancora maggiori, causa l’assoluta miopia di manager vecchi e timorosi, che hanno a cuore solo il mantenimento delle posizioni e il conto economico dell’esercizio in corso.
Qui ancora stiamo ad invocare il volontarismo artigianale di alcuni docenti già iper-impegnati (e sottopagati), mentre i docenti e gli studenti di tutti gli altri paesi fanno scuola da anni oramai principalmente con contenuti digitali interattivi di qualità, in un mercato in cui l’Italia, con questo assetto conservativo e renitente al cambiamento, resterà sempre ultima.
In conclusione: il cambiamento più importante è già in atto, ed è quello che è avvenuto e avviene ogni giorno nelle teste di chi è impegnato ad apprendere (giovane o meno giovane). Chi non è capace di starci dentro, mettersi in gioco e comprenderlo dal vivo sicuramente non potrà pretendere di governarlo, sia come editore, sia come insegnante, sia come responsabile della pubblica amministrazione. Il futuro (o forse già il presente) dell’editoria scolastica non potrà più essere quello della produzione industriale di contenuti chiusi su supporto materiale, tipica di un tempo che è finito. Il futuro sarà di chi “pensa in digitale”, è capace di creare reti e di stare nelle relazioni sociali in cui la conoscenza si produce, individuando il “bene scarso” – e dunque il valore economico – non più nel contenuto in sé, che in rete abbonda, ma nell’attenzione, nelle relazioni e nella reputazione che si è in grado di creare e gestire in rete, ottenendo ricavi non dalla vendita di oggetti ma dall’accesso a comunità di interesse e di pratica.

Chi sarà capace di comprendere e gestire questa profonda trasformazione, e saprà valorizzare le nuove competenze e le nuove professionalità del digitale e della rete, riuscirà a fare l’editore anche fra cinque o dieci anni; chi non saprà o non vorrà fare questo, si prepari a cambiare mestiere, anche fra due o tre.

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