Tra fili narrativi e ragnatele editoriali: appunti di viaggio per chi è alla ricerca del testo liquido



Digital text is different…
We’ll need to rethink a few things…
… copyright
… authorship
… identity
… ethics
… aesthetics
… rhetorics
… governance
… privacy
… commerce
… love
… family
We’ll need to rethink ourselves.

By Michael Wesch

Ogni oggetto ha un suo universo di riferimento, ci ricorda Tim Brown . Il punto di partenza di un processo di innovazione non può quindi che essere il bisogno umano e le caratteristiche del contesto socio-culturale in cui questo oggetto deve essere utilizzato. La costruzione di prototipi che “aiutano a pensare” e la ricerca di nuove soluzioni insieme alle persone che di questo universo fanno parte sono tappe fondamentali in un tempo di cambiamento, in cui le soluzioni che già abbiamo non bastano più.

Con queste grandi idee in testa, nel settembre 2010, l’eBookFest tenutosi a Fosdinovo ha provato a raccogliere le voci di un’eterogenea platea interessata a comprendere ed approfondire lo stato dell’arte dell’editoria digitale, pur da punti di vista profondamente differenti. Una differenza appositamente cercata per far sì che queste diverse voci si mescolassero in spazi di ascolto e di discussione senza filtri, senza barriere… senza “filiera”, insomma.
“Tre giorni alla ricerca dell’ebook”, si legge sulla copertina dei LiquefAtti (http://ebookfest2010.bibienne.net/files/2011/04/eBookFest_atti.pdf ). Tre giorni in cui le piste di ricerca dei mondi professionali che gravitano attorno a questo oggetto si sono incrociate nello stesso luogo, permettendo di confrontare le direzioni di sviluppo dell’editoria digitale con le aspettative di chi dovrà fruire dei prodotti di questa evoluzione.

Prendendo spunto dalla discussione sui problemi della conversione al digitale della piccola editoria, Maria Cecilia Averame ha evidenziato come la terminologia ad uso della descrizione e della partecipazione digitale spesso prenda in prestito radici “bibliche”. Il dibattito viene così ricacciato nell’alveo degli  “atti di fede” mentre gli esperti in materia si ritrovano a vestire – per scelta o per forza – i panni degli “eretici”.

“… Forse molti dei timori più nominati (la mancanza dell’odore della carta, il timore della scomparsa di figure editoriali, di valori) nascondono se non altre paure, una mancata definizione delle problematiche che il passaggio al digitale comporta. Forse, per convertirci, abbiamo bisogno non tanto di un atto di ‘fede’, ma dell’identificazione della causa primaria del malessere, perché per riconoscere una paura c’è bisogno di chiamarla con il giusto nome”.

Approdando nel mondo digitale, il testo scritto abbandona le peculiarità legate al supporto cartaceo. Ci ritroviamo così a fare i conti – almeno in teoria – con un ripensamento profondo delle pratiche di produzione, distribuzione e fruizione dei libri, che tocca aspetti sensoriali, cognitivi, personali, sociali, etici e commerciali talmente consolidati da apparire quasi come gli unici possibili o, peggio, come i più “naturali”.

L’editoria è ovviamente in prima linea in questo prospettiva di radicale mutamento della filiera di produzione e della catena distributiva ma, come ha sottolineato Virginio Sala, forse è troppo concentrata su aspetti che – oggi – sembrano di primaria importanza (come quella della scelta del formato) ma che in realtà lo sono meno se raffrontati ad altri che meriterebbero ben più attenzione di quanta attualmente ne godono.

“I formati evolvono, qualche volta scompaiono o sono sostituiti da altri … Bisognerebbe concentrarsi di più sulla rappresentazione del testo che si pone alla base del formato: qual è il modo migliore di rappresentare strutturalmente il testo (nel senso più generale del termine?) …”

Sala solleva così una questione a mio parere cruciale, costantemente dissimulata attraverso  l’esasperazione di problemi legati all’editoria tradizionale (come per esempio l’ossessione per  la “blindatura” del testo digitale) nonché ingessata in PDF, che troppo spesso mortificano qualsiasi velleità innovativa.

Non è un caso che l’idea che un ebook altro non sia che la riedizione in PDF del suo omologo a stampa, soprattutto nei contesti scolastici, si sia affermata con una certa forza anche tra quei docenti più aperti all’innovazione e alla sperimentazione.

Per scriverla con le parole di Davide Mana:

“l’idea di fondo è che, allo stato attuale, l’e-book è stato penalizzato nel suo sviluppo dall’eredità del libro cartaceo. Si continua ad immaginare l’e-book come libro elettronico, necessariamente legato alla metafora del libro cartaceo per essere efficace.
Un libro quindi con pagine, capitoli, una copertina, una struttura lineare…”

Una considerazione che pesa come un macigno sull’editoria scolastica, nell’ambito della quale, alle prevedibili resistenze dovute alla difesa delle rendite di posizione  sul mercato e agli investimenti fatti (rimando al contributo di Mario Guaraldi per chi  volesse approfondire le stesse problematiche nell’editoria varia), si sommano quelle dell’universo-scuola, affannosamente e forzosamente alla ricerca di testi digitali da adottare – a norma di legge – possibilmente il più simili possibili a quelli tradizionali.

Come ho già scritto nell’introduzione della tavola rotonda sull’obbligatorietà dei libri di testo, non considero il manuale scolastico un libro qualsiasi, in quanto la sua storia non è assimilabile a quella del libro tout court per svariate ragioni, prima fra tutte quella di aver influenzato in maniera determinante tempi, spazi e modalità comunicative dell’organizzazione scolastica tradizionale.

“E’ la storia del primato di un approccio cognitivo – caratterizzato da informazioni acquisite in modo lento e controllato da un numero limitato di fonti, tramite processi singoli e ben definiti – ma anche di quello del codice verbale, del lavoro individuale e della linearità dei contenuti, a scapito di logiche reticolari e di un pensiero visivo ridotto a una fase “preparatoria” al pensiero astratto …

In estrema sintesi è la storia di un libro a stampa creato per e utilizzato in un preciso contesto, di cui ha influenzato la forma e il dispositivo pedagogico. Un libro destinato allo studente ma, al tempo stesso, pensato per il docente.

In questa prospettiva, le incognite legate alla conversione al digitale dei testi scolastici presentano delle specificità proprie, legate alla particolare natura e allo specifico utilizzo della “tecnologia-libro” nei sistemi di apprendimento formale come “filo narrativo” che accompagna lo svolgimento dell’attività didattica. Un utilizzo che, nel fare scuola quotidiano, è già talvolta molto diverso da quanto ci si aspetterebbe.

Se, oggi, sono in primis le ragioni economiche ad imporre la transizione al digitale del libro di testo e i docenti non possono far altro che adeguarsi, particolarmente importanti sono allora le esperienze e le innovazioni sul campo di quelli a cui il sussidio tradizionale non basta più.

Come capire, altrimenti, cosa si aspettano, cosa vorrebbero, come lo immaginano un testo digitale per la scuola quegli insegnanti che, presumibilmente, dovrebbero essere i meno “riottosi” al cambiamento?

E allora ci si ritrova ad immaginare che un ebook per bambini di scuola primaria debba essere “accattivante, interattivo, reticolare ma ben definito negli obiettivi… deve lasciare dei punti in sospeso… deve mettere ‘alla prova’ i bambini, stimolandoli all’intervento attivo e costruttivo” (Emanuela Bramati e Marinella Molinari).  Un ebook che è punto di partenza per un percorso autoriale che coinvolge gli alunni in prima persona nella trasformazione dell’ebook stesso. Un ebook che potrebbe addirittura aprire le porte al coinvolgimento dei reali fruitori già dalle fasi della sua progettazione o – come sottolineano le docenti pioniere della didattica nei mondi virtuali – essere il varco in un ambiente 3D.

“che consentirà di ‘vivere’ in prima persona ciò che i nostri alunni devono capire ed apprendere … I docenti potranno utilizzarlo per consentire agli alunni di riappropriarsi di una concretezza che già a partire dalla prima, con l’apprendimento della lettura e della scrittura, viene a scemare gradatamente fino a sparire del tutto…” (Nicoletta Farmeschi).

Il testo, che fa spazio al contesto, all’ambiente, all’interazione e alla co-costruzione di conoscenza, rende il docente

“sceneggiatore di esperienze didattiche attivamente vissute anche in situazioni  e la conoscenza che ne deriva è il prodotto di una costruzione attiva del soggetto… anche in quelle situazioni in cui, in un contesto reale, ciò non è possibile o è rischioso o irrealizzabile” (Maria Guida).

Per una demo si consiglia di visitare http://vimeo.com/7026833(by Annarita Vizzari)

Si ribadisce, insomma, il desiderio di superare il primato della testualità, l’unidirezionalità della comunicazione meramente trasmissiva, l’immodificabilità del testo ma, soprattutto, emerge la necessità dei suoi fruitori di essere coinvolti nella sua progettazione e realizzazione.

In realtà è proprio la prospettiva di questa “rottura della filiera” ad essere uno dei nodi cruciali del cambiamento ed è alla base di qualcosa che sia altro dalla parodia del cartaceo.

Le sperimentazioni come quella della BBN con l’Athenaeum di Torino o il progetto “Lab: una mappa, tanti itinerari” sono appunto tentativi di aprire il laboratorio editoriale alle competenze dirette degli insegnanti, di creare spazi di lavoro collaborativo in cui ragionare sui prototipi di un  testo “liquido”, rispondendo indirettamente all’invito di Sala a lavorare di più sui meccanismi di costruzione dei testi e sulle diverse possibilità in termini di strutture e modalità di fruizione.

La stessa collana Visioni Condivise, i cui numeri ripropongono il modello sperimentato per gli atti dell’eBookFest, è laboratorio di una diversa maniera di concepire la costruzione del testo fin dall’idea iniziale e di osservare come muta al mutare della sua forma.

In quella che è stata battezzata una blog-redazione, il testo non arriva già finito ma “nasce” e “cresce” al suo interno, permettendo una maggiore collaborazione con l’autore per la ricerca delle soluzioni più adeguate a renderlo flessibile, navigabile, multiforme.

E’ uno dei cantieri aperti. Sicuramente altri seguiranno. Se il problema dell’editoria digitale è un problema di immaginazione, come scrive Mana, è l’unico che non ci riguarda. Gli altri proviamo a risolverli tutti insieme.

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