La LIM ti chiede di essere usata

di Simonetta Leonardi
Istituto Comprensivo Assisi 3 – Scuola primaria “Luigi Masi”


Il mio incontro con la LIM risale a molti anni fa quando, in uno scambio del progetto Comenius, ebbi la possibilità di visitare una scuola scozzese e di vedere una LIM utilizzata in classe.

Fu “amore a prima vista”. Capii subito che era uno strumento straordinario per la didattica. In Italia ancora non le avevamo e quando comparirono le prime Smart feci subito una ricerca online per vedere quanto costavano. Troppo!! Neanche provai a chiederne l’acquisto. Dopo alcuni anni ci fu il bando per il progetto Innovascuola con assegnazione di LIM per la primaria, la mia scuola partecipò e ce ne furono assegnate due. Da allora sono cambiate molte cose, il prossimo anno completeremo gli acquisti e avremo una LIM ogni due classi più quella utilizzata da me nel laboratorio linguistico. All’inizio del progetto, nel 2008, alcune mie colleghe pensavano che la LIM fosse una delle tante “diavolerie”. Ora, dopo averla usata personalmente o averne visto l’utilizzo da parte di altre colleghe, hanno tutte cambiato idea.

Quando un docente si imbatte in una LIM in funzione non può rimanere indifferente. Nella mia scuola è scattato il contagio e le colleghe scettiche ora hanno riconvertito il loro pensiero e si sono lasciate conquistare. Mi ricordo il giorno in cui, come referente Innovascuola Primaria, andavo raccogliendo le adesioni delle colleghe al progetto. Pronta ad annotare, con la scheda e la penna in mano, andai nell’aula di informatica, dove una  collega stava facendo la “lotta” con la fotocopiatrice che incastrava i fogli nel carrello. Alla domanda: “Vuoi partecipare al progetto in cui impareremo ad usare la LIM nella didattica?” la collega mi lanciò uno sguardo di disappunto molto eloquente e aggiunse: “Il ministero, invece di sprecare soldi per queste cääääte, dovrebbe mandarci una fotocopiatrice nuova”. Non osai replicare! Ora, però, la mia collega ha cambiato opinione, anche lei usa la LIM, ne ha una in classe, ha seguito un corso di formazione e sta leggendo testi specifici sulla didattica con la LIM. E’ vero, la LIM ti lancia delle “affordance”, ti chiede di essere usata. Nessuna delle colleghe della mia scuola è rimasta indifferente alla LIM. Chi lo scorso anno l’ha avuta in classe, e ora per effetto della rotazione delle aule non l’ha più, ne lamenta la mancanza e spera di tornare ad insegnare in una classe fornita di LIM.

Ho cominciato ad utilizzare la LIM senza la piena consapevolezza dello strumento, all’inizio la usavo quasi come una semplice lavagna di ardesia che permetteva a me e ai bambini di operare sui testi, di utilizzare colori e forme, o poco di più. Poi ho cominciato ad usarla, collegata ad Internet, per utilizzare alcuni dei tantissimi siti per la didattica e le OER. Infine  sono passata ad usarla come finestra sul mondo, fonte inesauribile di informazioni e  accesso diretto alle fonti. Ricordo alcuni episodi che sono stati emblematici e che mi hanno resa consapevole del valore aggiunto della LIM.

Il mio ruolo di docente è come specialista di lingua inglese.  Durante una lezione in cui si praticava il verbo “can”, alla domanda: “can an elephant swim?” metà classe rispose sì, l’altra metà no. Si accese una discussione che diventò quasi una disputa tra gli alunni che sostenevano l’una o l’altra tesi. Alla fine venni chiamata a dare un verdetto definitivo. Ahime! Dovetti confessare la mia ignoranza perché io non lo sapevo.

Ma al mondo d’oggi quanto può durare l’ignoranza se hai gli strumenti per accedere all’informazione? Tre minuti se hai una connessione Internet. Infatti trovammo  immediatamente su YouTube   un video che faceva al caso nostro: alcuni elefanti attraversavano un fiume nuotando. Parte degli alunni, restii ad abbandonare la loro tesi, sostennero che gli elefanti non nuotavano ma semplicemente  camminavano sull’acqua del fiume che era bassa. Allora allargammo la ricerca e con un video subacqueo, http://www.youtube.com/watch?v=ywXYfLFapLY&NR=1, in cui si  vedevano chiaramente gli elefanti che nuotavano ogni dubbio fu fugato.

Il secondo episodio che mi fece riflettere sulle potenzialità della LIM fu quando, durante una lezione in cui il libro elencava alcuni mezzi di trasporto, alla voce “hovercraft” un bambino mi chiese cosa fosse. Ho cominciato a descrivere un hovercraft sfoderando una gamma di definizioni, rendendomi conto che più aggiungevo e meno il bambini capivano. Si levò la voce di un bambino che disse: “ce lo puoi far vedere su YouTube?”. “Sì” risposi pensando tra me: “perché non ci ho pensato prima?”. Sul video (http://www.youtube.com/ watch?v=CppcnFqXDJk) di YouTube, l’hovercraft mostrò tutte le sue originalità e mi insegnò che a volte un breve filmato può essere molto più esplicativo di tante parole.

E ancora, mi viene in mente quando entrai in classe quinta per chiedere una cosa e trovai un inconsueto “religioso silenzio”. Chiesi alla collega cosa fosse successo e mi rispose: “Nando Gazzolo  li ha incantati, io non ci sarei mai riuscita”. Ovviamente Nando Gazzolo non era in classe ma su YouTube e con la sua voce suadente e la grande professionalità era lì a dare una mano alla collega a far capire a bambini di 11 anni  la potenza espressiva di una poesia.   Da queste esperienze YouTube è diventato una delle mie fonti didattiche.  Ora non mi faccio trovare impreparata e i video li seleziono a casa quando progetto la lezione.

Fig. 1 – Utilizzo della LIM in aula

Andando avanti nell’utilizzo della LIM, la mia didattica si è arricchita gradualmente di esercizi online, video, immagini, karaoke, siti di musei e  soprattutto di Open Educational Resources, create da docenti come me e condivise nel Web 2.0. La LIM è uno strumento poliedrico che asseconda la creatività dell’insegnante, ovviamente se l’insegnante è creativo; se non lo è la didattica rimane tale e quale e la LIM diventa un valore aggiunto al nozionismo.

La fase iniziale di utilizzo della LIM ti dà la sensazione di potenziare tutte le tue azioni: se spieghi ti sembra di essere più chiara, se fai esercitare gli alunni ti sembra che l’esercizio sia più efficace … Poi però iniziano le riflessioni. Introdurre apparecchi, contenuti multimediali e nuove pratiche che prevedono l’interattività, ti fa “interfacciare” con nuove  modalità cognitive, nuovi stili di apprendimento e aspetti della mente degli alunni che nell’uso del  quaderno e del libro già si intravedono ma che diventano  ancora più manifesti utilizzando  apparecchiature tecnologiche.

Mi riferisco alla propensione dei bambini a non ascoltare la spiegazione e a passare subito ad operare. A  volte questo avviene pur se non hanno ben chiaro  cosa fare. Vanno avanti per tentativi “cliccando selvaggiamente” non appena l’insegnante gira lo sguardo. Fanno contemporaneamente più operazioni, aprono numerose finestre.  Questo approccio “multitasking” conduce il bambino ad un fare disordinato e superficiale che non porta ad un apprendimento significativo.   Ci dicono gli esperti che le nuove tecnologie, usate dai nostri alunni fin dalla nascita, condizionano le strategie di elaborazione delle informazioni, tanto da determinare nuovi “brainframe”. Derrick de Kerckhove le definisce “psicotecnologie” proprio per la loro caratteristica di modificare, accrescere le funzioni e le capacità della mente, sia a livello sensoriale che a livello cognitivo. Osservare i bambini nella loro quotidianità, nel loro modo di rapportarsi con l’apprendimento, nelle relazioni, è sufficiente per riscontrare la veridicità di queste teorie.

Vera è anche loro familiarità con le tecnologie di tutti i tipi. Una familiarità, un’abilità che alla loro età non significano ovviamente consapevolezza e che dovrebbero indurci a riflettere  su quale  è il nostro ruolo: far diventare questa moltitudine di apparecchi,   strumenti per lo studio.

Lo scorso anno, durante una pausa di ricreazione, ho sentito un bambino di terza che, tirando fuori un portatile “artigianale” da lui creato, diceva alla compagna: “ti connetti?”. I due bambini hanno iniziato a far finta di chattare con dei notebook disegnati su un foglio di carta con dovizia di particolari. Incuriosita ho chiesto che cosa stessero facendo, mi hanno risposto che giocavano a FaceBook e che qualche volta giocavano anche a Messenger. Sono rimasta incredula nell’osservarli. Avevano acquisito tutte quelle competenze che usa chi utilizza un social network, probabilmente guardando un genitore o un fratello/sorella più grande. Sta di fatto che loro erano capaci di replicarle nel gioco. Il mio interesse ha fatto uscire fuori un gran numero di questi computer di carta, ognuno si era creato il suo e lo esibiva orgoglioso. Una bambina aveva persino disegnato sul retro del foglio la mela della Apple e un bambino si era costruito un mouse, sempre di carta, dicendomi che il pad del portatile era scomodo. Ora questi bambini frequentano la quarta e alcuni di loro hanno veramente un account su FaceBook e, tramite questo,  mi chiedono l’amicizia. Queste osservazioni sul “campo” ti fanno capire che, “native o non native”, qualcosa di cambiato c’è nella mente dei bambini, nei loro processi logici, che nonostante i nostri tentativi di ricondurli a percorsi lineari, seguono altre strade.

Cambiate sono anche le loro modalità comunicative che sempre di più sono associate  a documenti riguardanti il racconto. Spesso i bambini tirano fuori il loro cellulare e mostrano le foto o i video dei cuccioli della loro gatta o dei loro successi sportivi. Mentre raccontano, scorrono le immagini che supportano le loro descrizioni.

Prendere atto di queste nuove modalità cognitivo-comunicative può condurre gradatamente l’insegnante ad una insicurezza pedagogica in cui i fondamenti tradizionali non sorreggono più le pratiche, non spiegano più i processi cognitivi degli  alunni i quali, usano percorsi logici diversi da quelli descritti dagli studi accademici.

La teoria dell’apprendimento di Piaget, basata sull’assimilazione e l’accomodamento, sugli stadi evolutivi lineari e sequenziali, caratterizzati da capacità cognitive ben delineate, è ancora valida?

Quale contributo può ancora dare al docente circondato da digital native? Rimanendo fermi a quelle posizioni, con quali strumenti affrontiamo l’insegnamento? La ricerca delle risposte a queste domande è stata la spinta ad iniziare una seconda formazione. I corsi di aggiornamento che frequentavo non mi bastavano più. Essi aggiornavano competenze “vecchie” e io sentivo la necessità di formarne di nuove, più calzanti alle richieste provenienti dalla “knowledge society”, che assegna il primato all’informazione e alla comunicazione.

Ho cominciato a studiare i fondamenti della media education, la tecnologia e le sue possibili forme di incontro con la didattica, la distinzione tra educare alla tecnologia ed educare con la tecnologia.

Nuove teorie – “digital natives, digital immigrants”, “brainframe”, “autostrade informatiche”, “l’intelligenza connessa”- hanno a lungo affollato i miei pensieri.

Nuovi nomi si sono sostituiti a quelli dei “maestri” che sono stati  fondamento della mia formazione pedagogica: de Kerckhove, Prensky, Levy, al posto di Piaget, Bruner, Vygotskij. Per la verità  Vygotskij resiste sempre in buona posizione. La sua ZPD (Zone of Proximal Development), a mio avviso, non è stata superata da nessuna nuova teoria e rimane sempre a fondamento di una buona prassi didattica.

Fig. 2 – Esempio di utilizzo della LIM in aula: imparare a leggere l’ora

La LIM mi ha fatto affacciare sul nuovo mondo dei “Millennium  learner”. Le loro menti complicate, caratterizzate dal multitasking, dalla distrattenzione, hanno messo in crisi i fondamenti della mia formazione pedagogica.

Ora sono in una fase di ricerca, sto cercando di raggiungere il giusto mix di prassi tradizionali e innovative, consapevole del fatto che l’utilizzo della LIM,  di risorse ipermediali e dell’interattività non è la soluzione miracolosa per “riconnettermi” con gli  alunni e innalzare i loro apprendimenti. Gli studi evidenziano che, in alcuni casi, l’utilizzo inappropriato di multimedialità può generare “carico cognitivo estraneo”, che invece di facilitare l’apprendimento può al contrario renderlo più difficoltoso.

L’uso di contenuti digitali e nuove prassi didattiche non può essere affidato all’estemporaneità che la gran quantità di materiale reperibile nel web 2.0 facilita. E’ indispensabile per il docente un vaglio attento di tutto quello che propone. La mancanza di capacità di saper valutare se l’introduzione di contenuti digitali sia un valore aggiunto o meno, può generare scadimento dell’offerta didattica. Non tutto quello che ci offre il web è di qualità. A volte si incontrano prodotti anche diseducativi. Il docente è chiamato a formare nuove competenze che lo aiutino ad individuare senza esitazioni se il CDD che intende utilizzare in classe è nato per il puro intrattenimento o se ha una valenza didattica/educativa. Si sperava in un contributo all’innalzamento della qualità dei contenuti digitali ad opera del previsto ingresso del libro digitale nella scuola, contributo che al momento ancora non c’è stato.

Le case editrici hanno interpretato molto al ribasso l’idea di libro digitale, l’offerta per la scuola primaria non va oltre alla  scansione del libro cartaceo con aggiunta di qualche elemento interattivo. Nulla che lasci immaginare le grandi potenzialità prospettate dall’eBook.  Adeguandomi a quel poco che offre il mercato e cercando comunque di trarne dei vantaggi, con un gruppo di colleghe abbiamo deciso di affiancare alla LIM il libro digitale che adotteremo dal prossimo anno scolastico. Se l’esperienza del libro digitale non sarà soddisfacente sto già pensando, in prospettiva futura, al superamento del libro di testo a favore  di risorse educative aperte (OER – Open Educational Resource) reperibili in rete.

Dalla LIM, l’ho già detto, non dobbiamo aspettarci il miracolo di risolvere tutti i problemi. Il suo contributo a livello didattico però lo dà. Me ne accorgo proprio quando qualche volta non funziona e torno allo stato pre-LIM!  Quando per esempio mi costringe a cambiare all’ultimo minuto l’organizzazione di una lezione progettata con l’ausilio di immagini, video o altro  e a riconvertirla in semplici esercizi su libro e quaderno. Del resto come tutte le cose anche la LIM ha dei limiti. Altro limite che ho riscontrato nell’utilizzo della LIM, non di ordine tecnico ma procedurale, è la difficoltà di rispettare i tempi previsti per la lezione. La LIM focalizza sì l’attenzione di tutta la classe ma permette di far esercitare un solo alunno per volta, massimo due. Ne consegue che il timing delle lezioni risulta essere dilatato e la pratica eccessivamente ripetitiva. I bambini vogliono assolutamente tutti venire alla LIM ad esercitarsi. Il vecchio “vieni alla lavagna” (che per alcuni innescava ansia e paura di sbagliare) trasformato in “vieni alla LIM”, assume altro significato che per molti equivale ad un invito a fare un gioco. Non permettere a tutti di fare “il gioco” alla lavagna è percepito come una vera e propria ingiustizia.

Pago volentieri il prezzo di vedere le mie lezioni dilatarsi, convinta che il coinvolgimento e la motivazione degli alunni ad apprendere sia il bene più prezioso. Già temo quel giorno in cui essi “normalizzeranno” la LIM e non faranno più a gara per venire alla lavagna.

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