Dieci anni di Wikipedia. Dal punto di vista della scuola: una sfida o un’opportunità?

 

di Antonio Fini


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Lo scorso 15 gennaio, Wikipedia ha compiuto dieci anni. La versione inglese dell’enciclopedia online ha infatti inaugurato le proprie pagine nell’ormai remoto gennaio 2001. Dieci anni, si sa, nel settore informatico sono l’equivalente di un’era geologica. Proviamo a pensare a quali fossero le nostre “dotazioni tecnologiche”, in quell’anno! Probabilmente, la maggioranza di noi aveva un PC con Windows 98 e si collegava ad Internet via modem analogico a 56K!
Eppure Wikipedia è oggi più che mai online, sempre fresca di nuovi contributi (un totale di quasi 17 milioni, dei quali 3,5 milioni in inglese e 740.000 in italiano – dati di settembre 2010, fonte: statistiche ufficiali di Wikipedia ), utenti che contribuiscono (oltre 1.2 milioni hanno eseguito più di 10 modifiche), sempre più ampia come dimensioni (52Gbyte ad ottobre 2009), sempre più visitata (da anni costantemente tra i primi dieci siti più visitati, secondo Alexa.com). In occasione del decennale, è stato lanciato il sito “Dieci anni di sapere” (www.dieciannidisapere.it) che raccoglie testimonianze e contributi di utenti dell’enciclopedia, oltre a fornire utili informazioni sulla storia del progetto.
 
Progetto che nel frattempo si è anche evoluto dal punto di vista organizzativo, dal momento che la Fondazione Wikimedia (www.wikimedia.org), nata nel 2004 proprio per gestire Wikipedia, offre oggi una serie di servizi di condivisione di contenuti aperti, tutti caratterizzati dal prefisso “Wiki” (ad es. Wikibooks, dedicata ai libri di testo, o Wikimedia Commons, un repertorio di milioni di file multimediali).
Oltre alla popolarità, negli anni, Wikipedia ha anche acquisito una crescente autorevolezza, fino ad ottenere qualche timido riconoscimento ufficiale da parte degli ambienti accademici, inizialmente molto scettici, ai limiti dell’ostilità (e forse anche oltre).
Nel 2005, il confronto tra Wikipedia e la blasonata Enciclopedia Britannica, effettuato con uno studio scientifico dalla rivista Nature (http://www.nature.com/nature/journal/v438/n7070/full/438900a.html), dimostrò che l’enciclopedia online poteva tranquillamente competere con uno degli emblemi del sapere accademico, sul piano dell’accuratezza: il numero di errori reperito in alcune voci “chiave” non era molto diverso da quello delle stesse voci sulla Britannica, almeno nei settori scientifico e tecnologico. I successivi tentativi della Britannica di invalidare le conclusioni di Nature (http://corporate.britannica.com/britannica_nature_response.pdf) non hanno fatto che rafforzare la convinzione che effettivamente Wikipedia fosse giunta ad un livello di qualità decisamente elevato. Lo studio mostrava tuttavia come all’interno di Wikipedia trovassero spazio anche teorie “alternative”, soprattutto su temi di attualità particolarmente controversi  (ad esempio il riscaldamento globale). Naturalmente questa “apertura” verso tesi in qualche caso insolite e discutibili può essere interpretata in diversi modi e valutata in positivo (si presentano diverse opinioni, non esiste un “pensiero dominante”) o in negativo (si propugnano tesi di nicchia, non dimostrate scientificamente, ai limiti della fantasia). Torneremo su questo punto verso la conclusione dell’articolo.
 
Ma in ogni caso, riflettendo meglio, come potrebbe essere altrimenti? Wikipedia, è bene ricordarlo, non è un prodotto editoriale rigidamente controllato da un board scientifico, la sua autorevolezza non discende da lunga tradizione di editoria enciclopedica. Gli autori di Wikipedia sono in gran parte persone comuni, appassionati che dedicano parte del loro tempo libero a inserire, modificare, aggiornare, controllare le voci dell’enciclopedia online. Certo, in buona misura si tratta anche di esperti nei loro rispettivi settori, ma non va sottovalutato l’apporto di una moltitudine di utenti occasionali i quali, magari notando una imperfezione durante la consultazione, decidono di cliccare sul fatidico link “Modifica”.
Quando, nel 2005, Tim O’Reilly inventò il fortunato termine-slogan “Web 2.0” nel suo famosissimo articolo “What is Web 2.0 – Design Patterns and Business Models for the Next Generation of Software” (http://oreilly.com/web2/archive/what-is-web-20.html)  incluse Wikipedia tra le applicazioni e i servizi paradigmatici del “nuovo corso” del web, nel quale gli utenti diventavano parte attiva nella produzione di contenuti e non più solo passivi fruitori.
 
E’ il mito della “saggezza della folla”, proposto da James Suroviecki nel libro “The Wisdom of Crowds” (2004), secondo il quale la nostra società, con il supporto delle tecnologie, sta superando il concetto secondo il quale solo pochi esperti sono in possesso di conoscenze chiave affidabili, mentre, al contrario, l’opera sinergica di gruppi e reti di persone comuni (la “folla”) può portare a risultati cognitivi di uguale o superiore livello di affidabilità.
Il Web 2.0 ha proposto poi ulteriori esempi di questo modello di generazione di conoscenza di tipo bottom-up, dal basso verso l’alto, contrapposto al tradizionale modello top-down: ad esempio le folksonomie realizzate con i tag (il sito di condivisione di bookmark delicious – www.delicious.com è un ottimo esempio di questo fenomeno), contrapposte alle classificazioni gerarchiche predefinite.
Prima ancora, il fenomeno del software libero e Open Source aveva dimostrato come fosse possibile produrre programmi di ottima qualità (e a basso prezzo, dal momento che la licenza d’uso è solitamente gratuita) senza avere alle spalle software house commerciali o grandi organizzazioni. Tutto grazie all’opera di un numero più o meno elevato di singoli programmatori che cooperano sui diversi progetti. Linux e il web server Apache, ma anche la piattaforma e-learning Moodle, sono esempi che giornalmente ci ricordano che sì, può funzionare!
 
Siamo dunque ad un esempio reale e vivente di quella “intelligenza collettiva” prefigurata già nel 1996 dal filosofo francese Pierre Lévy (“L’intelligenza collettiva – Per un’antropologia del cyberspazio, Feltrinelli, Milano, 1996), riproposta successivamente con l’aggettivo “connettiva” (ad evidenziare gli aspetti tecnologici offerti dal web) da Derrick De Kerchove (http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/intervis/d/dekerc04.htm), continuatore del famoso Programma McLuhan?
Certo, osservare lo sviluppo di un grande progetto come Wikipedia nell’arco di dieci anni è un impressionante esempio di come, se vogliono, gli umani possano effettivamente collaborare in modo efficace!
Non tutti però concordano su questa visione, considerata troppo ottimistica e permeata di idealismo. Al punto che qualcuno si domanda se in realtà il meme “saggezza della folla” non vada declinato in modo diametralmente opposto: Nicholas Carr, ad esempio, dapprima con un articolo del 2008 (http://www.theatlantic.com/magazine/archive/2008/07/is-google-making-us-stupid/6868/) e poi con un più recente libro (http://www.theshallowsbook.com/nicholascarr/Nicholas_Carrs_The_Shallows.html) sostiene che, al contrario, la modalità di interazione con il web induce un drastico calo dell’attenzione e in definitiva, non possa contribuire in modo positivo all’intelligenza umana. Prima ancora, Andrew Keen con il libro “The cult of amateur: How Today’s Internet Is Killing Our Culture” (2007, dal 2009 edito in italiano da De Agostini con il titolo “Dilettanti.com” http://shop.deagostini.it/store/catalogo.do?pid=1090)   aveva dato il via ad una forte polemica nei confronti dell’ottimismo spesso troppo acritico nei riguardi delle potenzialità positive della rete. In Italia, una critica più costruttiva ed equilibrata al modello del Web 2.0 è venuta da Fabio Metitieri il quale nel suo libro “Il grande inganno del Web 2.0” (edito da Laterza nel 2009) metteva in evidenza le criticità insite nella costruzione di senso a partire dal mare magnum di contributi informativi disponibili sul web.
 
Tuttavia, riflettendoci meglio, questo dibattito sembra un po’ la riedizione della vecchia disputa tra “apocalittici e integrati”, della quale Umberto Eco parlava già nel lontanissimo 1964, a proposito dei mass-media!
Tornando allo specifico di Wikipedia, come incidono queste riflessioni sulla vita dell’enciclopedia online? La Come si rapportano scuola e università a Wikipedia? Ma, soprattutto, come funziona  realmente Wikipedia? Davvero chiunque può modificare qualunque voce, anonimamente, anche in modo distruttivo, con contenuti volutamente inaccurati, falsi e tendenziosi? Quali meccanismi di protezione possiede l’enciclopedia, rispetto a questi fenomeni di vandalismo?
 
Di sicuro, possiamo dire con certezza che moltissimi studenti la usano per le ricerche, sia che l’utilizzo sia stato loro consigliato (o quanto meno consentito) dai loro insegnanti, ma anche nel caso contrario! E’ vero che per la maggioranza degli utenti la “porta d’accesso” primaria al web è Google, ma va considerato che in molti casi (e le ricerche scolastiche solitamente vi rientrano) le voci di Wikipedia appaiono tra i primissimi risultati della ricerca, pertanto è altamente probabile che lo studente a caccia di “informazioni rapide” sulla rete finisca per atterrare su un articolo di Wikipedia.
A proposito dell’uso scolastico e accademico di Wikipedia, negli anni è fiorita una vasta aneddotica nella quale da un lato si riportano proibizioni e divieti tassativi (ad esempio: http://www.theargus.co.uk/news/1961862.lecturer_bans_students_from_using_google_and_wikipedia/) e, all’altro estremo, adozioni entusiastiche ma anche spesso prive di una reale riflessione pedagogica (http://punto-informatico.it/2299776/PI/Brevi/wikipedia-un-testo-studiare.aspx).
In effetti, va anche considerata un’altra “mitologia” di questi ultimi anni, relativa ai “nativi digitali” ed alle loro presunte capacità tecnologiche innate, le quali implicherebbero attitudini cognitive del tutto nuove, che ottimamente si sposerebbero con i contenuti disponibili online (Wikipedia inclusa) e molto meno con i tradizionali libri e lezioni scolastiche.  Questa definizione è tuttavia assai controversa. Per approfondimenti si rimanda alla voce inglese di Wikipedia http://en.wikipedia.org/wiki/Digital_native, con l’invito a confrontarla con la corrispondente versione italiana…
 
La realtà, anche in questo caso, è un po’ diversa dal mito: la cosiddetta information literacy, ovvero le competenze legate alla ricerca, al trattamento ed alla valutazione critica delle informazioni in rete appare invece non così diffusa neanche tra le generazioni più giovani. I ragazzi sono sicuramente abili tecnicamente, ma hanno anche grosse difficoltà quando si tratta di selezionare informazione affidabile dalla rete o quando si trovano alle prese con i problemi legati al riuso di tali informazioni.
In effetti, una delle maggiori preoccupazioni degli insegnanti, rispetto all’uso indiscriminato di Wikipedia, è legata alle modalità di fruizione e utilizzo di quanto reperito. Se molti ormai sono disposti ad accordare complessivamente all’enciclopedia online un buon livello qualitativo, il plagio o, ancora meglio, il copia-incolla “selvaggio” effettuato da molti studenti (ma non solo, sul web abbondano esempi di plagio da parte di professionisti!) non può certamente trovare approvazione accademica!  
Si tratta peraltro di un problema educativo, non certo di una pecca di Wikipedia e delle altre fonti web.! Il ruolo della scuola per la diffusione della competenza digitale (inclusa dall’UE tra le otto competenze chiave per il lifelong learning – sull’argomento si può vedere il volume “La Competenza Digitale nella scuola” di Calvani, Fini e Ranieri, edito nel 2010 da Erickson http://www.erickson.it/erickson/product.do?id=2284)  non è infatti ancora ben delineato, tuttavia appare evidente che gli studenti hanno bisogno di guida, nel momento in cui si trovano di fronte a fonti informative tanto facili da reperire quanto difficili da analizzare criticamente, confrontare, interpretare, contestualizzare e utilizzare in modo corretto.
 
Assegnare un compito del tipo “Fate una ricerca in internet sull’imperatore Nerone”, senza fornire agli studenti ulteriori indicazioni, linee guida, strutture di supporto, equivale a indurre qualsiasi ragazzino ad accedere in modo distratto a Wikipedia, da dove finirà probabilmente per copiare/incollare in modo più o meno preciso informazioni che avranno sicuramente scarso impatto formativo, né sul lato dei contenuti (chi presta attenzione a un blocco di testo da copiare e incollare) né tantomeno sulle abilità di ricerca e gestione delle informazioni (“vado subito a cercare su Wikipedia, lì c’è tutto”). Si potrà osservare come un atteggiamento non tanto diverso fosse già presente ai tempi delle enciclopedie cartacee, dalle quali, tuttavia, non era così facile riversare le informazioni. Questa difficoltà tecnica, a ben vedere, ci costringeva in ogni caso ad una rielaborazione personale di quanto avevamo reperito.
E’ pertanto il mix di abbondanza e facilità d’accesso alle informazioni e scarse competenze nella loro gestione, unitamente ad una frequente incapacità della scuola di recuperare e valorizzare le novità tecnologiche, a dar luogo a quel sentimento ambivalente, tra apprezzamento e diffidenza, di molti insegnanti nei confronti di Wikipedia e del web in generale come fonte informativa.
Per quanto riguarda lo sviluppo delle capacità di selezione critica delle informazioni in rete, ad esempio, una utile strategia didattica è il WebQuest, con il quale si propone agli alunni una sorta di percorso guidato attraverso le risorse informative della rete, sempre con uno sguardo attento alla valutazione di tali risorse. Un esempio, relativo proprio alla sollecitazione del pensiero critico negli adolescenti, è proposto da Marco Guastavigna e Maria Ranieri: http://www.noiosito.it/med/wqita/.
 
Ma non c’è soltanto la capacità di eseguire buone ricerche, che pure costituisce l’elemento base dell’information literacy.
Ad esempio, esiste anche un altro modo di usare Wikipedia. Spesso ci si dimentica infatti che l’enciclopedia online è aperta a contributi da parte di chiunque. Perché non approfittare di questa possibilità per spingere gli studenti a diventare utenti attivi? I wikipediani, come sono chiamati gli utenti registrati che, non più in maniera anonima, modificano e integrano le voci online. Far comprendere come porre informazioni online sia un compito anche di grande responsabilità, far capire che ottenere un’informazione affidabile, accurata, completa, anche su argomenti ben conosciuti, non è così semplice come sembra: sono obiettivi di grande valenza cognitiva che il ruolo di “utente attivo su Wikipedia” può stimolare ad apprendere in modo significativo.
Si potrà così dimostrare che, davvero, qualunque persona, sia in forma anonima che come utente registrato, può modificare qualsiasi pagina dell’enciclopedia.
 
Certo, sarà una curiosità di molti comprendere come Wikipedia possa difendersi dal vandalismo. Protetti dall’anonimato, anche solo per gioco (ma su taluni temi è chiaro che le motivazioni possono essere ben diverse…), è facile pensare che l’enciclopedia online possa essere (troppo?) facilmente oggetto di attacchi mirati a minarne l’integrità (ad esempio inserendo dati completamente inventati e falsi).
Intanto, la definizione stessa del termine “vandalismo” occupa una lunga pagina dell’enciclopedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Gestione_del_vandalismo) dalla quale si può capire in che misura, in effetti, si presuma la buona fede degli utenti senza tuttavia tralasciare sistemi di sicurezza, ancora una volta, basati sulla disponibilità e saggezza dei “molti”. Certo, esistono anche molti utenti particolarmente affezionati ed affidabili, gli amministratori (dall’apposita pagina, relativa alla versione italiana, si potrà notare come siano molto meno di quanto si potrebbe immaginare: http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Amministratori), che a loro volta sono eletti all’interno della comunità dei wikipediani  e ai quali sono affidati compiti di particolare delicatezza, come il blocco delle modifiche da parte di utenti non registrati per alcune pagine. Tuttavia, il grosso dei controlli ricade ancora una volta su una moltitudine di utenti che tiene d’occhio la lista delle ultime modifiche effettuate (http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Come_individuare_un_vandalismo), pronti ad intervenire per ripristinare la situazione.
 
Abbiamo accennato in precedenza al fatto che la presenza di argomenti a favore di tesi controverse su Wikipedia è considerato da alcuni come un difetto mentre altri sostengono che sia un importante segno di libertà e di apertura, dal momento che offre la possibilità di esporre opinioni diverse su talune tematiche cruciali.
Questo punto, tuttavia, è ben conosciuto dai wikipediani ed è anche codificato come una delle principali regole che informano (o dovrebbero informare..) la stesura degli articoli: si tratta del cosiddetto “punto di vista neutrale”  o PVN (http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Punto_di_vista_neutrale). Esso fa parte dei “cinque pilastri di Wikipedia” ovvero dei principi fondamentali che governano l’intera enciclopedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Cinque_pilastri). In sostanza, i contenuti di Wikipedia devono essere presentati in modo imparziale. Nei casi in cui vi siano diverse teorie o punti di vista rispetto al tema trattato, questi devono essere tutti presentati in modo chiaro e documentato (è costantemente richiesto di fornire fonti attendibile per molte delle affermazioni presenti negli articoli) per consentire al lettore di farsi un’idea dell’eventuale dibattito . Wikipedia, insomma, rifugge sia dal “pensiero unico” che dalla impossibile pretesa di sintetizzare le diverse posizioni.  E’ facilmente intuibile come il mantenimento di tale equilibrio sia un compito davvero arduo: si pensi ad articoli su temi politici o anche scientifici ma soggetti ad un alto grado di conflittualità.
Tuttavia, nel’ottica della information literacy, anche questo potrebbe costituire un utile spunto di lavoro per il mondo della scuola: scoprire se un certo articolo rispetta davvero il PVN, se sono davvero citate le fonti necessarie a sostenere una determinata tesi sono esempi di compiti ad alto valore cognitivo, ben più significativi rispetto alla semplice ricerca.
Un’ulteriore occasione per abituare gli studenti alla dimensione multi-prospettica della conoscenza è offerta dalla pagine “Discussione” abbinata ad ogni voce di Wikipedia. Naturalmente non tutti gli articoli hanno una discussione abbinata, ma in alcuni casi essa è presente e riporta il flusso di interazioni tra gli utenti che hanno collaborato alla voce.
 
In fondo, nella information literacy è inclusa anche la capacità di confrontarsi con diversi punti di vista. E’ importante riuscire a sviluppare negli allievi una consapevolezza epistemologica avanzata, superando il livello basico della conoscenza “assoluta”, troppe volte facilmente veicolato da pratiche pedagogiche esclusivamente basate sulla trasmissione della conoscenza da parte di un’autorità riconosciuta.
Si può quindi concludere che Wikipedia possa essere vista dal mondo della scuola come una gamma di opportunità utili per lo sviluppo di diverse competenze negli allievi. Non va commesso l’errore di vederla semplicemente come “l’edizione online” di un’enciclopedia (per giunta redatta da non-professionisti!) e di utilizzarla di conseguenza in modo tradizionale.
Certo, il suo scopo primario rimane quello di fornire informazioni di tipo enciclopedico. Parafrasando l’incipit del primo “pilastro” di Wikipedia (“Wikipedia è un’enciclopedia” ) potremmo dire che Wikipedia è molto più di un’enciclopedia.  

 

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7 Responses

  1. Paola Limone scrive:

    Articolo interessante, importanti i temi dell’autorevolezza delle fonti e del copyright.
    Ritengo che prima si parte con il lavorare affinchè i nostri studenti diventino fruitori consapevoli dela rete meglio è. Un grosso lavoro può essere fatto dalla scuola anche per evitare il tristo e ridicolo rito della ricerca data da fare a casa, con il copia e incolla selvaggio che oltre a non produrre risultati significativi e positivi, innesca un pericoloso modo di utilizzare le risorse senza rispettare le fonti e senza selezionare le informazioni.

    http://www.ddrivoli1.it/siete_pronti_a_navigare/ricerca.htm

    http://share.dschola.it/rivoli1/Lists/Fare%20ricerca%20nella%20scuola%20primaria/overview.aspx

  2. Paola Limone scrive:

    Mi permetto di aggiungere il collegamento a una mappa a cui tengo in particolarmodo, la cui domanda focale è “come si può progettare per i bambini una navigazione sicura e consapevole nella rete?”
    Aggiornata frequentemente, penso possa essere un buon punto di partenza per riflettere sul nostro ruolo di accompagnatori nel viaggio

    http://skat.ihmc.us/servlet/SBReadResourceServlet?rid=1111850408605_689909881_3065&partName=htmltext

  3. Ciao Paola

    innanzitutto grazie per aver voluto usufruire subito di questa possibilità di commentare gli articoli.
    La nostra idea è che gli articoli possano rappresentare degli spunti da arricchire con il contributo dei lettori.

    Grazie anche per aver introdotto, con il tuo intervento, il tema della scuola primaria. Molto utile la mappa che ci proponi.

  4. Antonio Fini scrive:

    La Treccani “risponde” a Wikipedia, in parte sfidandola e in parte collengandosi ad essa.
    Indirettamente, un riconoscimento di qualità per l’enciclopedia online!
    http://daily.wired.it/news/internet/nuovo-portale-treccani.html#content

  5. salve,

    è da qualche tempo che mi occupo del tema.
    Chi vuole può trovare una mia sperimentazione a scuola e all’Università sul paper della SIEL 2011

    qui: C. Petrucco – Wikipedia e didattica: sviluppare le competenze digitali creando valore aggiunto nel sociale
    p. 711 http://www.siel2011.it/phocadownload/atti-siel2011.pdf

    un saluto a tutti

  6. Francesca Scalabrini scrive:

    Bellissimo articolo….Inoltre, come già sapete, per quanto mi riguarda, sono particolarmente sensibile a chi cerca di sfatare tutta una serie di “mitologie” che solo chi abita nelle classi tutti i giorni e nelle classi “di tutti i giorni” ( e non classi TOP o scuole o nicchie di eccellenzao in “laboratori” universitari )”vive” e conosce molto bene… combattere certi stereotitpi, però, ritengo sia proprio una delle sfide più belle che oggi i docenti di ogni ordine e grado scolastico dovrebbero accogliere…proprio perchè, e scusate la retorica, ma ci credo veramente, il ruolo culturale, sociale ed educativo della scuola non può più prescindere e deve necessariamente considerare come obiettivo di reale cittadinanza “bio-digitale” del “futuro..presente”, l’utilizzo CRITICO ED INTELLIGENTE delle tecnologie e quando dico critico dico realmente “partecipato”, non intendo certo quell’atteggiamento superficialmente censorio o nichilistico o “accademico”, come invece nel nostro paese accade (basta leggere i quotidiani o ascoltare certi interventi in diversi convegni…).
    Ormai invece “siamo” o sembriamo essere, a tutti i livelli, nel mondo dei falsi “reality” (piccolo esempio: vogliamo parlare di come la stessa “TV” per giovani in eccellenza, MTV, si è DOVUTA trasformare per piegarsi al mercato?)e nel mondo delle “nomination” dove bisogna per forza essere pro o contro… senza conoscere, senza approfondire mai in modo serio e nel merito…mettendo insieme ricerca e didattica…ed allora ecco le fazioni anche in campo “pedagogico”: sì wikipedia no wikipedia, sì LIM no LIM, sì Facebook, no Facebook…so di essere ripetitiva ma così è…Grazie quindi di cuore ad Antonio Fini ed al dibattito che il suo articolo,ancora una volta, ha stimolato.

  1. 17 marzo 2011

    […] […]

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