Cosa – Nuove tecnologie nella scuola: le opportunità da cogliere

 

di Valerio Eletti


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Le nuove tecnologie costituiscono nel loro insieme uno dei catalizzatori più efficaci e significativi dell’ondata di critiche alla scuola che è andata montando – a torto, a ragione o, più probabilmente, in parte a torto e in parte a ragione – negli ultimi anni, nell’opinione pubblica, tra i politici e nel mondo dei mass media, con una accelerazione progressiva.

Ma nello stesso tempo le nuove tecnologie costituiscono anche, di nuovo nel loro insieme, uno degli strumenti più efficaci per rispondere in maniera appropriata a molti dei problemi che sono emersi e si sono allargati a macchia d’olio in tutto il mondo della scuola, da quella primaria alle ultime classi delle superiori.

Vediamo perché. E partiamo da una constatazione forse banale ma, proprio in quanto tale, aderente alla realtà quotidiana, densa di significato, pertinente: non esiste una scuola che si possa considerare in blocco buona o cattiva, come non possiamo considerare in blocco buono o cattivo un sindacato, una classe politica, la categoria dei giudici o quella dei giornalisti o quella dei commercialisti, tanto per citare alcuni dei bersagli che ricorrono periodicamente – sulle pagine dei giornali, nelle trasmissioni televisive, nelle discussioni familiari o fra amici, oltre che nei concioni politici – tra i “cattivi” della società civile.

È una banalità, lo ripeto, ma risponde al vero il fatto che in ogni classe o gruppo o comunità sociale o professionale ci siano individui che operano con una visione egoistica e incivile e altri che lavorano con entusiasmo ed altruismo, per la costruzione del bene comune. Così come in ogni comunità ci sono mille sfumature tra queste due astratte tipologie estreme.

Ecco: la scuola non fa eccezione. E molto spesso il successo esaltante o l’insuccesso deprimente del percorso formativo del proprio figlio (e lo sanno bene anche quei genitori o quei giornalisti o quei ministri o sottosegretari che sparano a zero sulla scuola) dipende principalmente dalla qualità, dalla motivazione, dalla preparazione del singolo insegnante.

Arriviamo così al punto centrale di questa riflessione che vuole aprire – per quanto riguarda il mio ruolo – la serie di uscite di Bricks, la neonata rivista pensata, realizzata e promossa dall’Aica e da Sie-L.

Le nuove tecnologie hanno contribuito a far scendere una patina di polvere e una sensazione di inadeguatezza sull’immagine dell’insegnante, che si trova oggi ad avere quasi sempre meno competenze dei suoi allievi sul terreno a lui estraneo (in quanto “immigrato” e non “nativo” digitale) di Internet e delle sue applicazioni multimediali, ipertestuali, interattive e reticolari; ma – attenzione – le nuove tecnologie, se correttamente apprese, assimilate e utilizzate con misura e determinazione, senza cadere nelle insidie delle mentalità che ancora una volta possiamo chiamare con Umberto Eco “apocalittiche”o “integrate”, hanno in sé stesse una leva formidabile per chi si muove con competenza e disinvoltura nel loro territorio: permettono di arrivare ai discenti in modo generale ma non generico, ovvero in modo “personalizzato”.

Le nuove tecnologie possono essere cioè utilizzate e vissute come “personal media”: come strumenti, cioè, che permettono di adattare i percorsi educativi, formativi (e informativi) a quel complesso, unico e irripetibile assetto di conoscenze, credenze, comportamenti che costituisce la struttura e l’”interfaccia” con il reale di ciascun individuo, e quindi anche di ciascun discente; le nuove tecnologie sono dunque gli strumenti più efficaci per rispondere alle esigenze, ai dubbi, ai problemi sollevati dal loro stesso comparire e diffondersi nella scuola e in tutto l’ambiente che ci accoglie, ci stimola e ci cambia continuamente in un rimbalzo ininterrotto di azioni e reazioni complesse e reticolari.

Da questa riflessione si capisce il motivo per cui due associazioni nazionali come AICA e Sie-L, attente alle nuove tecnologie e alle loro applicazioni al mondo reale e attuale – e in particolare alla sfera dell’apprendimento – abbiano deciso di assumersi l’onere e l’onore di dare vita a questa rivista on line: c’è in tale nuovo impegno comune la consapevolezza del ruolo che possono giocare in positivo e in negativo le nuove tecnologie nella scuola di ogni ordine e grado, la consapevolezza di quanto poco si sia fatto nella direzione di uno sviluppo sistematico e strutturato delle conoscenze degli insegnanti su questa frontiera del sapere e del fare, e la volontà di contribuire a diffondere e condividere riflessioni teoriche e applicazioni pratiche non solo fra gli entusiasti e i pionieri della prima ora, ma fra tutti gli insegnanti che non potranno sottrarsi più a lungo al confronto con questo mondo alieno, pieno di insidie ma anche di straordinarie opportunità.

Come? Fornendo visioni panoramiche e approfondimenti opportunamente alternati, in modo che ciascuno dei nostri lettori possa “personalizzare” (utilizziamo ancora questa parola chiave) il proprio atteggiamento accettando, rifiutando o adeguando al proprio essere, al proprio temperamento, al proprio bagaglio culturale le nozioni e gli stimoli che i nostri autori daranno via via dalle pagine e delle schermate del nostro Bricks.

Il primo test, il primo assaggio delle panoramiche e degli approfondimenti che daremo al mondo della scuola sui temi legati all’utilizzo delle nuove tecnologie per l’apprendimento lo troviamo qui, negli interventi che costituiscono il numero zero di Bricks: un numero a diffusione limitata realizzato solo per raccogliere le vostre reazioni, i vostri giudizi, le vostre proposte e le vostre segnalazioni prima di entrare nell’arena nazionale con il numero uno.

Riepiloghiamo quindi in estrema sintesi, per punti, su cosa si basa l’esperienza Bricks; e facciamolo rispondendo a quattro domande.

A. Perché ancora una rivista in un panorama già affollato di iniziative del genere?

Perché nessuna delle riviste attualmente presenti in Italia si occupa in maniera sistematica di alcuni dei problemi centrali della scuola, e in particolare di alcune dicotomie laceranti, come per esempio: la diffusione a macchia di leopardo – bianco e nero, tutto o niente – del digitale; la convivenza nella stessa scuola di insegnanti che accettano con entusiasmo i nuovi strumenti e insegnanti che li rifiutano in toto; le conseguenti sensazioni – entrambe fuorvianti – di “eroismo” e di “depressione” tra gli insegnanti di fronte a questa nuova sfida così ardua; l’arrivo di attrezzature imponenti come le LIM in edifici in cui manca anche la carta igienica. Obiettivo del nostro lavoro sarà quello di creare rete per contaminare gli ambienti, per smussare gli spigoli, per ridurre le dicotomie.

B. Perché una rivista on line?

Per coerenza con i temi trattati. E perché anche la forma di diffusione e fruizione di Bricks può contribuire alla definizione graduale del difficile equilibrio tra le varie componenti tecnologiche e non, nella consapevolezza che nelle scuole italiane (a differenza di alcune scuole di grandi nazioni come il Canada o l’Australia) l’e-learning non è formazione “a distanza”, ma quello che in inglese si definisce “technology-enhanced learning”: apprendimento facilitato dalle tecnologie.

C. Perché Aica e Sie-L?

… in questo caso per la risposta rimando agli articoli dei responsabili delle due associazioni. Ricordo solo che nelle riunioni di avvio dell’iniziativa tutti parlavamo della volontà di “dare due gambe” a questo strumento di supporto “a disposizione” degli insegnanti italiani. Insegnanti che, in quest’ottica, non possono non essere ad ampio spettro, dato che l’approccio alle nuove tecnologie riguarda – sia pure con declinazioni diverse – gli insegnanti di tutti gli ordini e gradi dell’istruzione dell’obbligo.

D. Perché la scelta di un linguaggio divulgativo, non tecnico-specialistico?

Prima di rispondere nel merito, voglio chiarire l’uso della parola “divulgazione”: una espressione che suona male nella nostra tradizione, mentre ha un grande apprezzamento nel mondo anglosassone: bene, noi intendiamo per “divulgazione” non certo la presentazione approssimata, imprecisa e banalizzante di concetti difficili, ma una esposizione chiara di problemi pur complessi ma che si possono esporre in maniera piana, senza appesantirli di termini tecnicistici escludenti. Ci si può far capire senza cadere nel banale: questo è il presupposto del nostro lavoro. Gli autori di Bricks quindi saranno invitati sempre a usare un linguaggio “comune” ma mai basso, né tanto meno tecnicistico. Il motivo? perché gli insegnanti secondo noi non devono essere esperti di e-learning o di technology-enhanced learning, ma di apprendimento, ancorché facilitato dalla tecnologia: l’accento, cioè, rimane sull’insegnamento, considerando le nuove tecnologie solo uno strumento in più per realizzare al meglio gli obiettivi e gli impegni di chi forma le nuove generazioni.

E chiudiamo il cerchio:

Bricks vuole fornire agli insegnanti il supporto, il luogo di incontro e la rete per acquisire quelle nozioni, quei modelli e quelle “sicurezze” che sono indispensabili per confrontarsi positivamente e autorevolmente con i nativi digitali destinatari dell’istruzione scolastica. Non c’è infatti autorevolezza e leadership del docente se questi non è in grado di “dominare” il linguaggio e gli strumenti (come la multimedialità, l’interattività, l’ipertestualità, la connessione e la reticolarità sociale) controllati perfettamente dai discenti (tutti oggi nativi digitali). 

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1 Response

  1. 13 marzo 2011

    […] […]

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